Mario Meneguzzi non è mai stato un individuo al di sopra di ogni sospetto. Il fatto che la Procura di Roma lo abbia ficcato nel novero delle ipotesi investigative da seguire nelle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, non dovrebbe sorprendere, perché gli elementi su una sua presunta colpevolezza, in merito alla scomparsa della nipote, non mancano di certo, cominciando da un dettaglio mai verificato per davvero: l’alibi. Dove si trovava Mario Meneguzzi il 22 giugno 1983?

Interrogato dal giudice Ilario Martella il 31 ottobre 1985, l’uomo disse che il giorno della scomparsa della nipote si trovava a Torano, un piccolo paese vicino Rieti, in compagnia della moglie Lucia Orlandi, della figlia Monica Meneguzzi e della cognata Anna Orlandi. Martella prese per buona questa versione, senza interrogare le tre donne in questione, anche perché le testimonianze dei familiari, in mancanza di riscontri oggettivi, non sono affidabili in sede penale. L’alibi dello zio si è sempre basato unicamente sulle sue stesse dichiarazioni e sulle testimonianze dei parenti stretti che si trovavano con lui nella villetta del reatino. Non c’è mai stato alcun testimone estraneo alla cerchia familiare a confermare la presenza dell’uomo a Torano e questo rende l’alibi di Mario Meneguzzi estremamente labile. 

Tuttavia, la possibilità che Mario Meneguzzi poteva benissimo trovarsi a Roma e non a Torano, è dimostrato da alcune informazioni raccolte dagli archivi storici del Parlamento italiano. La Camera dei deputati fu infatti sciolta il 4 maggio 1983 e tornò a riunirsi solo il 12 luglio, dopo le elezioni politiche del 26 e 27 giugno che portarono al primo governo Craxi. Il vecchio Parlamento era comunque attivo in quei due mesi, perché l’ordinamento italiano applica il principio della continuità dello Stato: le istituzioni non possono mai smettere di funzionare per evitare vuoti di potere. Mario Meneguzzi era il direttore della buvette di Montecitorio, quindi si suppone che anche la buvette fosse aperta per garantire i servizi di bar e ristorazione e che lo zio di Emanuela fosse regolarmente al lavoro in qualità di responsabile. E anche se fosse stato a Torano, c’è da aggiungere che il paese del reatino dista appena cento chilometri da Roma, comodamente raggiungibile in un’ora. Un elemento che non esclude che Meneguzzi potesse aver fatto una rapida capatina nella capitale.

Nonostante questo, Pietro Meneguzzi, figlio di Mario, ha detto recentemente che il padre era partito per Torano alcuni giorni prima del 22 giugno, contraddicendo lo stesso padre che al giudice Martella disse di essere partito per il paese reatino solo il pomeriggio del 21 giugno per un periodo di vacanza. La sua assenza da Montecitorio, però, non fu mai verificata nelle primissime fasi delle indagini. I magistrati non acquisirono mai i fogli di presenza, i turni di servizio o le testimonianze dirette dei colleghi della buvette della Camera per accertare se l’uomo si fosse effettivamente assentato per andare a Torano o se fosse rimasto a Roma. La dichiarazione dello zio in merito al suo alibi fu presa per buona senza approfondimenti documentali. 

Tuttavia, questo non impedì alla pm Margherita Gerunda-prima titolare del fascicolo d’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, di ordinare il pedinamento di Mario Meneguzzi perché non considerava affatto solido il suo alibi. I dubbi di Gerunda ruotavano intorno al “ buco temporale” che andava tra le dieci di sera, ora in cui Ercole Orlandi chiamò a Torano, e mezzanotte, orario in cui riuscì a rintracciare il cognato. Quell’assenza di due ore, per la magistrata Margherita Gerunda- pesavano come un macigno. Ma la pm non riuscì mai a portare a termine la sua indagine, perché rimossa dal suo posto in favore del collega Domenico Sica. 

Comunque sia, Mario Meneguzzi finì sotto osservazione forse anche per un altro dettaglio tenuto nascosto e che è emerso solo recentemente. Mario Meneguzzi lavorava alla Camera dei deputati che dista pochi metri da Piazza Sant’Apollinare, dove si trovava l’istituto Tommaso Ludovico da Vittoria, frequentato da Emanuela Orlandi. Lui staccava alle sette di sera, stessa ora in cui Emanuela Orlandi usciva dall’istituto e per tornare a casa sull’Aurelia percorreva un tragitto che lo portava a passare per Corso Rinascimento, dove Emanuela fece perdere le sue tracce, Corso Vittorio Emanuele II e rasentare il Vaticano. E ipotizzabile che lo zio qualche volta incrociava la nipote e le offriva un passaggio a casa sua, al di là delle mura leonine. 

Questo spiega il motivo per cui Ercole Orlandi chiamò Meneguzzi alle dieci di sera a Roma. Non per avere una mano nelle ricerche della figlia, visto che non erano certi che fosse scomparsa. Ma lo chiamò per porgli la stessa domanda che aveva posto pochi minuti prima a suor Dolores, direttrice della scuola di musica: se avesse notizie di Emanuela; se l’avesse vista lui quella sera. Segno che il papà di Emanuela sapeva che il cognato era a Roma. Ma non lo trova a Roma, lo trova a Torano e solo a mezzanotte. Un vuoto temporale in cui nessuno ha controllato dove fosse l’uomo. 

Comunque sia, nel corso di un’audizione in commissione parlamentare d’inchiesta, uno dei poliziotti che seguivano Mario Meneguzzi, Giuseppe Catania, ha riferito che lo zio di Emanuela-nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa- compiva continui viaggi notturni da Roma a Torano. Meneguzzi partiva da Montecitorio e si dirigeva a Torano da solo, entrava nella villa da solo, vi restava qualche ora o tutta la notte e poi tornava a Roma. E così, mentre Meneguzzi continuava a fare la spola tra Roma e lo chalet di Torano, il resto della sua famiglia e i parenti si trovavano a Roma per seguire le prime fasi delle ricerche di Emanuela. Singolare notare che i magistrati non diedero mai l’ordine di perquisire lo chalet per appurare per quale motivo l’uomo facesse quelle continue incursioni a Torano nel più totale riserbo. 

Tali anomalie investigative sono tornate al centro dell’attenzione spingendo la Procura di Roma a disporre, a distanza di decenni, alcune perquisizioni nelle abitazioni di Meneguzzi, a Roma e a Torano. I carabinieri cercavano forse vecchi documenti, agende, lettere, cassette e materiale cartaceo o fotografico dell’epoca. I controlli, disposti per analizzare a fondo la cosiddetta pista familiare, miravano insomma a recuperare un “archivio privato” del defunto Meneguzzi che potesse contenere frammenti di verità rimasti nascosti. I decreti di perquisizione e i successivi approfondimenti investigativi hanno confermato come i carabinieri abbiano trovato materiale definito di interesse investigativo. Sarà in ogni caso la Procura di Roma a stabilire, con prevedibile approssimazione, se Mario Meneguzzi è coinvolto nella scomparsa di Emanuela Orlandi o se è estraneo ai fatti.

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