Se oggi, sul finire del 2026, domandassimo a un giovane diciottenne fresco della certificazione del suo diritto di voto, cosa rappresenti per lui un partito politico, quali risposte otterremmo?
Potremmo intuitivamente immaginarne diverse, da quelle più ironiche a quelle più realistiche ed ancora, le più disinteressate. Non vi è dubbio alcuno però sul fatto che si tratterebbe di risposte diverse – dal punto di vista contenutistico, di percezione e di coinvolgimento – da quelle che avrebbe dato un giovane di pari età circa 80 anni fa, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Ancor diverse poi, sarebbero da quelle che avrebbe fornito in risposta alla stessa domanda, un giovane sessantottino e difformi certamente da quelle di chi, quei diciotto anni, li aveva all’inizio del nuovo millennio.
E’ l’evoluzione della vita, della storia e dunque della politica e con essa, del ruolo e dell’importanza di un partito politico. E’ il mutamento nel tempo di quella formazione comunitaria e identitaria che comunemente chiamiamo partito politico e della sua percezione nella società. Quell’entità capace cioè attraverso le sue strutture ed il suo radicamento sul territorio di accogliere idee e progetti e trasformarli, attraverso la definizione (meno complessa dell’attuazione) di programmi, in realtà e fatti concreti. In grado di tradurre le proposte in provvedimenti capaci cioè di incidere sulla vita quotidiana delle persone. Potremmo interrogarci sui partiti politici di oggi, concentrandoci su quelli (molti) che occupano il panorama politico italiano, senza scomodare le formazioni politiche estere. E analizzandoli, nella sostanza più che nella forma, potremmo ancora oggi definirli in termini generali come delle organizzazioni di persone che condividono idee con l’obiettivo di rappresentare i cittadini? Probabilmente, per alcuni versi, sì, potremmo ancora farlo.
Oggi in Italia, tra i grandi partiti che definiremmo di sistema, i partiti del cambiamento, le nascenti e mai sopite esperienze civiche e nuove formazioni che nascono quasi quotidianamente, non si può dire che manchi la scelta. Il tema della frammentazione e di come essa condizioni la governabilità del paese, seppur estremamente interessante, non vuole essere però il focus di questo breve articolo. Meritevole di un’attenzione particolare è però l’essenza delle attuali formazioni politiche, vecchie e nuove, di sistema e di rottura (vera o presunta che poi sia). L’evoluzione dei partiti di massa nel secolo scorso, la loro offerta di educazione ed il loro radicamento nella società ha progressivamente ceduto il passo all’affermazione di nuove forme di organizzazione politica. Una trasformazione caratterizzata da un distacco sempre più evidente tra la figura del partito e la società, segnata da una riduzione dell’incidenza del primo nella vita della seconda.
I cleavages italiani
In Italia, il principale cleavage, termine con cui il politologo Rokkan si riferiva a quelle divisioni o fratture strutturali capaci di determinare definiti scenari politici e sociali, è rappresentato dall’inchiesta di Mani Pulite, guidata dal PM Antonio Di Pietro e dal pool di Magistrati della Procura di Milano ed inaugurata con l’ordine di arresto rivolto all’esponente milanese del partito socialista, Mario Chiesa, colto in flagrante mentre prendeva una mazzetta di sette milioni di lire da un imprenditore. L’inchiesta proseguì, dando vita ad un gigantesco effetto-domino che portò di fatto allo smantellamento del sistema partitico italiano e alla conseguente discesa in campo di Silvio Berlusconi.
In un sistema divenuto bipolare con l’avvio della Seconda Repubblica, è un’altra discesa in campo a segnare la seconda frattura; l’ingresso nello scenario politico di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle. Nato come partito anti sistema o partito di lotta, nelle varie posture assunte dal 2015 ad oggi, ha progressivamente assunto i tratti caratterizzanti di un partito di sistema. C’è stata la prima esperienza di Governo con la Lega, quella del c.d. Governo del Cambiamento, seguita poi dall’alleanza con il Partito Democratico dopo i fatti del Papeete. Proprio quel partito che un esponente di spicco penta stellato (oggi inviato UE nel Golfo) aveva definito nel luglio 2019, meno di due mesi prima della formazione del nuovo esecutivo a guida PD-M5S, “il partito di Bibbiano”, con riferimento alla vicenda sugli affidi illeciti di minori in provincia di Reggio Emilia del 2019. C’è stato poi nel tentativo di arginare una perdita enorme di consensi nel paese, il sostegno a Draghi, su cui si preferisce, nell’obiettivo di mantenere un tono mite, non riportare le colorite espressioni grilline degli anni di lotta, facilmente rintracciabili tuttavia con una breve ricerca sul web. Prescindendo da eventuali ed ipotetici giudizi di opinione però, va riconosciuta alla creatura di Grillo – oggi guidata da Conte, premier del governo gialloverde e anche in quello giallorosso – la capacità di aver segnato un momento di svolta per la politica italiana e per la storia dei suoi partiti. La nascita del MoVimento ha infatti rappresentato un unicum nella storia repubblicana. I risultati della prima tornata elettorale, le primarie svolte online, così come il ruolo del blog e le sue aspirazioni solo in parte realizzate, ne sono una testimonianza emblematica.
Il momento di estrema sfiducia nei confronti del sistema dei partiti, che colpiva neanche troppo di riflesso rappresentanti e dei governatori, unito al clima sociale rovente del periodo post-crisi finanziaria, permise al MoVimento di portare in piazza centinaia di migliaia di persone. Persone di ceto diverso, arrabbiate, ma fiduciose e attratte dal diverso che avanzava e sembrava non avere ostacoli. E se è probabilmente vero che quelle aspirazioni non si sono poi, almeno fino ad oggi, tradotte in una radicale rottura ma più verosimilmente in un processo di assestamento e di avvicinamento alla “casta”, è vero anche che la capacità comunicativa del Movimento, l’utilizzo pionieristico dei social come strumento di comunicazione politica, le votazioni online, abbiano segnato una sveglia per le altre formazioni politiche. Si deve principalmente al MoVimento, qualunque sia poi il giudizio personale sulle sue strategie, lo spostamento del dibattito e dello scontro politico su un piano diverso rispetto a quello che generalmente identificheremo come tradizionale.
Alla ricerca di ricette vincenti, perché non guardarsi in casa?
A pochi mesi dalle elezioni del 2027, lo scenario politico italiano si presenta più che mai frammentato. I sondaggisti mai come oggi, sembrano in difficoltà. L’esplosione del fenomeno Vannacci, le indecisioni del Campo Largo, il logoramento (reale?) di Fratelli d’Italia al Governo. Ad incrementare l’incertezza l’elevata probabilità di recarsi alle urne con una nuova legge elettorale, lo Stabilicum, un proporzionale corretto con premio di maggioranza. I seggi sono assegnati, appunto, con metodo proporzionale ma al partito o alla coalizione che ottiene più voti, se e solo se ha raggiunto il 42% in entrambe le Camere, è assegnato un premio che garantisce una solida maggioranza: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Se una formazione arriva prima alla Camera e un’altra vince al Senato, il premio non scatta. Ci sarà tempo per approfondirla e commentarla più di quanto non si sia fatto in questi mesi. Le opposizioni sono sul piede di guerra così come numerose sono le associazioni sono pronte a presentare ricorsi alla Corte Costituzionale. La data da segnare in rosso sul calendario è quella di domani, giovedì 8 ottobre, quando alla Camera ci sarà il voto finale a scrutinio segreto sulla riforma elettorale, fortemente voluta da Giorgia Meloni. E’ proprio la premier, stando alle recenti ricostruzioni degli organi di stampa che non disdegnerebbe l’ipotesi di elezioni anticipate pur avendo nei giorni scorsi ribadito la volontà di “onorare il mandato che gli italiani ci hanno affidato quattro anni fa […] fino all’ultimo”, nel corso di un videomessaggio registrato in occasione del tradizionale convegno democristiano di Saint Vincent organizzato da Gianfranco Rotondi, deputato di FdI.
Incertezza sul quando che è anche un’incertezza sul come le forze politiche arriveranno al voto del 2027.
Era il 23 marzo del 2026, da poco passate le 20. La segretaria del PD Elly Schlein, ripresa dall’Adnkronos, commentava con queste parole la vittoria del No al Referendum: “Ora costruiamo insieme l’alternativa, sono assolutamente disponibile alle primarie”. Il campo largo, più o meno largo che poi sia, dopo otto mesi sembra essersi fermato al palco di piazza Barberini di quella sera. Alla diversità delle forze politiche e dei rispettivi leader, si è aggiunto l’appello all’unità di Renzi dalla Leopolda dei giorni scorsi. Più che un appello o una prima serata, sembra essere arrivata l’ora di parlare di programmi. C’è poi uno spazio al centro, all’interno del quale possiamo oggi collocare Carlo Calenda così come Progetto Civico Italia, nuova realtà del panorama politico guidata dall’assessore della Giunta Capitolina Onorato, legge elettorale permettendo. Situazione diversa ma non priva di insidie e problemi nel centrodestra. L’opposizione a Draghi fu una scelta vincente per Giorgia Meloni. L’esperienza di governo potrebbe aver eroso qualche consenso ma la leadership ed un ampio bacino di voti non sono in discussione, nonostante la crescita di Futuro Nazionale. Quest’ultimo con tutta probabilità porterà via una buona parte dei consensi della Lega di Salvini, partito che con Forza Italia, è senza dubbio il più in difficoltà della coalizione. La dialettica di Vannacci e l’evoluzione delle sue scelte, all’interno di una campagna elettorale che si prospetta infuocata, sono elementi da monitorare. La crescita rapida ed esponenziale di Futuro Nazionale, diversa per contenuti e linguaggi da quella del primo MoVimento, si tradurrà effettivamente in un numero di voti capace di decidere le elezioni? Questa è probabilmente ad oggi la domanda delle domande, sarà cioè il Generale l’ago della bilancia? Un ultimo aspetto da non sottovalutare e mai secondario nelle vicende di politica interna anzi spesso determinante, è lo scenario internazionale. Non solo la crisi energetica, il prezzo della benzina e delle bollette, la guerra. La Francia sembra andare incontro ad una svolta storica, più volte preannunciata e mai concretizzatasi: la salita di Marine Le Pen all’Eliseo; in Spagna il Primo Ministro Sanchez ha annunciato lo scioglimento delle Camere dopo la sconfitta parlamentare sui decreti casa, si andrà ad elezioni anticipate il 29 novembre. In Germania, dopo la vittoria in Sassonia, avanza l’AfD. In Italia, nessuno sembra avere una ricetta vincente e la tentazione di guardare fuori casa propria è forte. Ma una domanda appare scontata: Come può un partito politico acquisire credibilità, come può darsi una linea di condotta e di orientamento, se smette di ascoltare la voce delle persone, se si allontana dalle realtà che ha l’aspirazione di governare?
E’ una domanda che senza distinzione potrebbe rivolgersi all’intero sistema partitico italiano. Senza distinzione, secondo chi scrive, sarebbe l’incapacità dello stesso di rispondervi.










