AVVERTENZA Queste pagine vanno in Appendice della nuova edizione del mio libro Ripensando il Capitalismo, ampiamente rivisto. In pratica é come se avessi spezzato Streeck in due parti. Quella che riguarda la sua proposta di politica economica, relativa all’affrancamento dall’euro, é discussa in un capitolo precedente. Qui vi é solo un commento e reinterpretazione dei temi della parte analitica di Streeck relativa alle modalità di affermazione del neo liberismo.

 

Le forze coercitive esterne

 

Dopo la pubblicazione delle prima edizione del mio libro ne sono usciti molti e importanti nell’alveo del pensiero critico[1]. Due intersecano significativamente le tematiche trattate nel mio, e hanno un rilievo tale da rendere difficile chiudere questa seconda edizione senza averne dato conto e proposto un confronto di temi che in qualche modo mi consente di completare le argomentazioni su molti punti. Si tratta dei libri di Streeck e di Dardot-Laval.

Sono libri, che, a pari del mio, si chiedono quali conseguenze l’egemonia neo liberale abbia avuto sulla qualità della vita democratica (forse meno direttamente interessati al riverbero che ciò ha avuto sulla sinistra). Scelgono, tuttavia, fuochi diversi rispetto al mio. L’uno (Dardot-Laval, da ora in poi D-L) concentra l’attenzione principale sulla trasformazioni soggettive, e quindi sociali, introdotte dal neo liberismo, passando per le logiche istituzionali e normative che fissano e condizionano comportamenti e culture; l’altro la concentra sui connotati via via diversi che il capitalismo prende a partire dagli anni ’70, a seguito del conflitto distributivo e di potere ingaggiato dai capitalisti per sfuggire alle strettoie di regolamentazioni e di rapporti forza che ne imbrigliavano l’azione e schiacciavano pericolosamente i profitti. Entrambi volgono la parte più consistente dell’analisi a capire come quell’egemonia sia venuta in essere e si sia man mano consolidata ed estesa. Li seguirò su questo terreno, colmando una parte che nel libro non avevo ritenuto di sviluppare.

La “nuova ragione del mondo” é la razionalità del neo capitalismo estesa all’intera esistenza. Quella nuova ragione é tanto nella pervasività dei comportamenti concorrenziali, ormai introiettati da persone e istituzioni, quanto in un ordinamento globale che tende a imporli ai vari livelli e a agire come fonte disciplinare. G-L sottolineano da subito che il neo liberismo non ha nulla a che vedere con il laisser faire tradizionale, vale a dire con quella visione che postula la libertà di mercato e per la quale la sfera statale é una sovrastruttura, separata da quella economica che segue le sue regole e, se non disturbata, determina gli esiti ottimali. Il neo liberismo nasce da subito come tendenza a una nuova organizzazione di uno Stato compenetrato all’economia (tutt’altro che “leggero”), che tende a organizzare il mercato e fissarne la logica in norme giuridiche e comportamentali e in organizzazione burocratica e tecnocratica, che estendono la competizione come principio oltre le frontiere tradizionali del mercato. A quelle regole di competizione viene assoggettato lo stesso Stato all’interno delle sue articolazioni. Esse vengono diffuse e introiettate a tutti i livelli e creano una “soggettività contabile”. Ciò che con il loro trionfo prende corpo é “un insieme di dispositivi tanto discorsivi, quanto istituzionali, politici, giuridici, che formano un rete complessa e volubile” (pag 475). G-L seguono il loro formarsi con una serie di angolature filosofiche, politiche, antropologiche e sociologiche (e solo in un sottofondo alquanto lontano, economiche), che si irradiano da una prospettiva analitica foucaultiana.

Streeck é più attento alla prospettiva economico-sociale, nella quale egli identifica le logiche vincenti del “capitale”. Egli rende esplicito da subito che nell’accezione che usa “capitale” non é una astratta categoria del capitalismo, ma sono persone in carne e ossa che agiscono come classe e usano la forza sociale di cui dispongono. Questa forza sociale é stata impiegata per rompere la gabbia del compromesso “socialdemocratico” e della piena occupazione, quando quel compromesso aveva determinato, alla fine degli anni ’60, un “eccesso” di forza contrattuale dei lavoratori, di rivendicazioni “insostenibili”, di correttivi del mercato “insopportabilmente” costrittivi. Tuttavia, tenere a freno e far retrocedere la forza contrattuale dei lavoratori e piegare a proprio vantaggio la ripartizione dei proventi in un quadro sociale (e potremmo aggiungere, culturale) nuovo non basta da solo ad assicurare la salvaguardia e la protezione dei profitti perche quella liberazione da una tenaglia regolatoria e rivendicativa necessita, in ogni momento e fase, anche di sposarsi con un mercato dinamico. Sono condizioni entrambe necessarie per il “capitale”, ma contraddittorie. Se una via di uscita di volta in volta diversa ha consentito di superare questa contradditorietà, ora le vie di uscita – afferma Streeck – non sembrano più esistere. Il “tempo guadagnato” del titolo del libro va letto in relazione a un redde rationem, sempre latente e sempre evitato, che – pur non potendo esser certi di quale tipo sia – ora non sarà certo indolore.

In sintesi, questa ricerca delle vie di uscita caratterizza tutte le fasi che hanno reso vincente lo svilimento e superamento del compromesso socialdemocratico, e che cominciano con l’inflazione degli anni ‘70. Nel corso di quel decennio questa mutò molti dei connotati del capitalismo occidentale, ma mantenne una illusione monetaria attraverso la quale fu possibile garantire – pur nel mutare delle distribuzione del reddito – una domanda globale mediamente ancora elevata. Ad essa subentrò la fase disinflazionistica, cui diedero vita Reagan e Tatcher e nella quale furono i deficit pubblici a venire in soccorso della domanda globale. Iscritti sotto il segno di classe di una elite dominante che é ormai refrattaria al compromesso sociale, questi sono generati dalla riduzione delle tasse che quell’elite riesce a imporre a proprio vantaggio, facendone ortodossia di politica economica e indirizzando il bilancio pubblico verso spese di cui é ora la principale beneficiaria. Ai deficit pubblici seguono quelli privati, cui vengono spinte anche le classi non abbienti che possono così supplire alla stagnazione dei redditi da lavoro e ottenere rivalutazioni in conto capitale che creano l’illusione di un benessere in espansione. La crisi finanziaria, trasmessa al settore reale e poi, ancora, trasformatasi (anche) in crisi valutaria (europea) é cronaca dei nostri giorni. La fase di consolidamento fiscale, che che ne é scaturita ha la funzione di garantire i creditori della solvibilità dei crediti che hanno accumulato. Anche qui c’é un segno di classe nella legittimazione che quel consolidamento, diventato dogma, da al ritiro ulteriore da ciò che residua dello stato sociale e a una sempre più pronunciata mercificazione del lavoro e diseguaglianza nella sfera economico e sociale.

Si é passati da un espediente all’altro. Per Streeck la concatenazione delle fasi si spiega con le difficoltà, le contraddizioni e i costi che quella precedente porta con sé per i percettori di profitto fino a che l’insostenibilità economica e sociale che le era implicita, ne richiede il superamento e porta a una altro modo di guadagnare tempo. Dopo la crisi del 2008 trovare un nuovo espediente sarà difficile. Streeck formula alcune congetture (oltre che indicazioni di azione) a proposito dei possibili sviluppi futuri. Poiché anche D-L si chiedono quali, dopo la crisi, possano essere le prospettive future di una società sempre più omogeneizzata, sì, nella razionalità dominante, ma in difficoltà con i suoi stessi principi di governance, rinvieremo in fondo la trattazione congiunta del tema, entrando in confronto con le conclusioni del mio libro.

 

“Tempo guadagnato” é certamente un libro denso, a tratti accattivante, che non riceve giustizia dalla succinta presentazione che ne ho fatto. Ogni capitolo é argomentato in modo ampio, con dovizia di cifre e di documentazione (anche significativamente aneddotica); é pieno – come d’altra parte D-L – di riferimenti bibliografici. Essendo tedesco, Streeck non può esimersi dal confrontarsi con le tesi della scuola francofortese degli anni ’60, che vedeva il capitalismo incorrere in una crisi di legittimazione sociale, cui lo condannava l’incapacità di soddisfare le aspettative crescenti della massa della popolazione e il diffondersi di comportamenti estranei alla sua logica, che la stessa crescita costante del benessere aveva suscitato. É una parte certamente felice del libro il confronto della realtà con questa tesi: essa non ha retto alla storia successiva (e neppure la prevista diffusione di comportamenti e culture estranee al mercato e alla sua ideologia lavorista si é verifica). Soprattutto, chi ha sottratto legittimazione al meccanismo sociale del primo dopoguerra – afferma Streeck – non sono stati i lavoratori o le masse, ma il capitale che ha messo in azione le armi di cui disponeva (in pratica lo sciopero degli investimenti) per chiamarsi fuori da un meccanismo di mediazione e controllo che avvertiva non assicurare più il profitto che si era riservato”[3].

Streeck ha urgenza di andare al sodo delle logiche che hanno prevalso, in una sorta di osservazione telescopica delle varie fasi, che non si ferma a guardarle troppo da vicino. Ma così facendo finisce per semplificare eccessivamente il profilo della società occidentale, che di fatto viene rappresentata in modo dicotomico (“coloro che dipendono dal profitto”, cui talvolta aggiunge “i loro alleati politici”, e “coloro che dipendono dal salario”); e finisce anche per rendere il succedersi dei processi troppo lineare e geometrico nel loro seguire logiche di convenienza delle classi abbienti. Al microscopio, quei processi risultano più complessi, contraddittori, con una pluralità di protagonisti, e non solo riconducibili all’agire consapevole (e vincente) dei capitalisti (che allo stato di fatto andrebbe pensato come strategicamente miope o poco lungimirante se incapace di ricomprendere quei limiti della soluzione contingente che si faranno vedere successivamente e necessiteranno di un riorentamento che ponga in vita un nuovo “espediente” strategico). E’ ovvio che le elite sono spinte dal loro pilota automatico ad agire secondo le logiche suggerite dal proprio essere e convenienze sociali ed economiche, ma questo avviene in un mondo di interazioni dalle quali scaturiscono forze che, se anche giocano a favore di questo o quel contendente non é detto che siano state da quest’ultimo consapevolmente organizzate e dirette, ma possono essere semplicemente state utilizzate. Le dinamiche endogene che plasmano i contesti meriterebbero maggiore attenzione. Quelle dinamiche finiscono per agire soprattutto sulle politiche economiche, attorno alle quali si forma una morsa, che le stringe e costringe tra una sempre maggiore integrazione internazionale da un lato e la trasformazione della società verso una sempre maggiore articolazione e apertura del ventaglio sociale, che differenzia le domande e complica le coalizioni sociali, dall’altro. Non c’é bisogno di pensare che i governi siano espressione solo di classi abbienti. A volte sono espressione di coalizioni molto ampie che includono masse popolari. Eppure, quale che sia lo schieramento vincente, quella gabbia di acciaio che si va formando attorno alle opzioni di governo lavora per una conduzione degli affari che si discosta sempre meno dai (e successivamente cade appieno nei) canoni che a poco poco sembrano individuare l’unica via possibile alla crescita. Sebbene, anche in un contesto che ha una forza compulsiva, nulla sia deterministicamente costretto, sarebbe sempre meglio, dal punto di vista analitico, tenere presente che quel comportamento dei governi é tenuto dentro binari stretti da logiche “coercitive esterne”, che possono essere rotte solo con una forza politica e una volontà straordinaria, che, invece, si va perdendo, in primo luogo per debolezza culturale della sinistra.

Analiticamente, “le forze coercitive esterne” e le dinamiche endogene sono altrettanto importanti dell’agire strategico (fra, l’altro di protagonisti collettivi che solo con una forzatura sintetica possiamo vedere come coesi e omogenei). Ancora di più ciò é vero, se la politica si arrende ai vincoli che trova. Marx parlava della concorrenza come “forza coercitiva esterna” con riferimento a quegli esiti che sono il prodotto dell’interazione, che nascono dal volere consapevole di nessuno, e che diventano condizionanti per tutti. La concorrenza come portato del capitalismo si impossessa dei capitalisti e li costringe ad accumulare[4]. Qui l’esempio, al di là dell’indicazione metodologica, é perfino pertinente nello specifico, se riferito alla razionalità neo liberale di cui parlano G-L (che comunque é per loro un programma sorvegliato politicamente). Personalmente sono molto d’accordo con loro quando affermano che non si possono “scambiare i risultati di un processo storico per dei fini inizialmente prefissati in piena coscienza” ..né “che il ricorso all’intenzionalità di un soggetto sia il principio ultimo di qualunque intellegibilità storica” (pag 14). “La società neo liberista nella quale viviamo é il risultato di un processo storico,..gli elementi che la compongono si sono formati a poco a poco, interagendo e rafforzandosi gli uni con gli altri” (pag 15-6)[5]. Sono meno d’accordo con la loro – pur pregevole analisi – quando sembrano dare l’impressione che gli elementi abbiano agito tutti con pari grado e senza gerarchia nei processi che hanno dato vita al mondo che di é formato. Personalmente avrei dato più enfasi (come ho fatto nel libro) alla demolizione di una costruzione culturale, politica, e disciplinare, che avviene a partire dal periodo inflazionistico; demolizione e che é l’elemento pivotale che muove il processo culturale. E’ il progressivo affermarsi di quella visione dell’economia e della società a fornire la cassetta degli attrezzi per la politica e per la politica economica, anche quando i connotati ideologici che essa nasconde non hanno ancora avuto affermazione. Idee sulla inevitabile inefficienza dello Stato e della regolazione, sulla necessità di politiche di offerta (nei mercati), sulla distorsione nel mercato del lavoro portata dai sindacati, sulle controindicazione del welfare state, e simili diventano diffuse prima ancora che valori e presupposti ideologici sottostanti si siano affermati come dominanti e prima ancora che la trasformazione del senso comune e dei comportamenti conformi al nuovo capitalismo siano diventati la norma e si sia imposta la logica soggettiva della competizione. Anche per D-L vale quanto affermato prima, che ponendo l’analisi dei processi all’interno della gabbia che si stringe sulle politiche economiche si capisce meglio il brodo da cui prende forza il neo liberismo. Per questo ripercorrerò gli eventi dal punto di vista delle logiche interne da cui sono dominati e del quadro di contorno che ne segue Ma la loro analisi é perfettamente integrabile in ciò che dirò in seguito. In sede di conclusioni riprenderò l’argomento

 

Le ragioni delle svolte

 

Ritornando a Streeck, il suo libro contiene certamente alcune verità di fondo sulla sostanza delle cose e pregevoli analisi, ma trova un limite nelle semplificazioni cui indulge e non risulterebbe formativo per un giovane quadro politico in formazione che non abbia la possibilità di discernere autonomamente ciò che é da prendere (singoli pregevoli spaccati) e ciò che é da lasciare (l’impianto metodologico rigidamente funzionalista). Esprimo questo giudizio relativamente al contenuto della sua analisi e indipendentemente dall’opinabilità delle conclusioni che ne trae circa la desiderabilità di una rottura dell’euro[6].

Beninteso, nessuna delle tappe nel panorama evolutivo delle società occidentali, che tenterò di ripercorrere seguendo Streeck, risulta agli antipodi con la razionalizzazione a posteriori che egli ne dà, anche se si presenta con alcuni caratteri che esulano dalle sue geometrie e con qualche elemento di casualità.

Non vi é dubbio che l’inflazione da fine anni 60’ in poi sia il punto di svolta. Fino a allora per chiunque (governo socialdemocratico o conservatore che fosse) la legittimazione politica andava conquistata sul terreno della redistribuzione, delle miglioramento delle opportunità per le classi subalterne, del contenimento delle ineguaglianze, del coinvolgimento del sindacato in un patto corporativo che implicava la rappresentanza dei lavoratori. Quel compromesso era stato favorito – come non sempre é posto in evidenza nelle analisi del periodo – dai particolari intrecci dell’economia internazionale nei quali una serie di rimandi espansivi virtuosi potevano tenersi in azione e superare potenziali incongruenze e minacce che li avrebbero bloccati, grazie a valvole di composizione (spontanee e no) attraverso le quali la congiuntura espansiva poteva autoperpetuarsi. Col mutare dei rapporti di forza interni a causa dell’elevata occupazione e l’accrescersi della forza sociale dei ceti subalterni (a causa di un meccanismo decisionale e istituzionale che ha bisogno di consenso di massa per funzionare) diventava sempre più difficile attuare politiche flessibili o mantenere i comportamenti dentro criteri disciplinatori fissati dall’ortodossia finanziaria, che già allora prevedeva una conduzione del tipo “stop and go” (raffreddamento, teso a decongestionare il mercato del lavoro, e ripartenza dell’economia). Lo “stop aveva comunque il vantaggio di non pesare singolarmente su un ciclo internazionale ascendente a cui il paese si poteva riagganciare per ripartire. Sebbene le economie occidentali fossero spinte verso l’esterno, dove la concorrenza del commercio estero avrebbe stimolato la crescita e funto da calmieratrice, l’inflazione diventava sempre meno comprimibile. Col passare del tempo, mantenerla a freno con politiche “di rigore” comportava una regolazione politica ed economica, nonché distributiva, su cui i governi andavano perdendo la presa, a causa dei costi politici che avrebbe comportato. Il meccanismo di stop and go non consentiva più di attribuire i prezzi sociali dell’aggiustamento interno senza la reazione dei ceti su cui era prima facile scaricarli, perché la disoccupazione e lo scontro sociale che tale ciclo discendente avrebbe potuto comportare era troppo rischioso politicamente per essere privo di garanzie di successo. Non sono secondari nei caratteri del periodo il pathos, la mobilitazione di massa, l’impronta decisamente solidaristica e l’elaborazione culturale che sono dietro all’avanzamento di politiche welfaristiche e di alta occupazione. Non era facile quindi controllare il processo. Non lo é, quando ciascun gruppo é in condizioni di amministrare un qualche parametro (in alcuni casi la semplice forza dell’azione collettiva, in altri, le leve economiche dirette) capace di condizionare le politiche generali e singoli provvedimenti, o capace di ripristinare la propria quota di reddito ogni qual volta sia minacciata.

E’ cruciale che all’inizio degli anni ’70 le inflazioni interne non siano più represse dall’economia internazionale ma ratificate dai processi che accompagnano l’agonia (e poi la fine) di Bretton Woods[9], segnati dalla fuga dal dollaro, dall’abbandono dei cambi fissi, dall’inflazione come fenomeno internazionale e da una spinta eccezionale della domanda mondiale, dovuta a fenomeni monetari. L’inflazione diventa regime di un epoca. Tuttavia, la sua dimensiene all’interno dei paesi occidentali dei primi anni del ’70 é poca cosa se visae con gli occhiali di ciò che successe con l’esplosione dei prezzi delle materie prime, e, in particolare del petrolio. Certo, possiamo endogeneizzare questo evento mettendolo in relazione all’influenza diretta e indiretta dello stesso corso inflazionistico e alla rottura dell’ordine monetario mondiale, che genera aspettative inflazionistiche, una domanda speculativa eccezionalmente elevata di beni primari, e ampie possibilità di credito a sostenerla. In più, l’anarchia di quel trapasso epocale che accompagna la fine di Bretton Woods, comportando l’incapacità di dissuasione e la perdita di egemonia nel sistema occidentale, favorisce lo spazio di autonomia e capacità di manipolazione dei mercati da parte dei produttori alla periferia del sistema. Ma, anche riconducendo con una certa elasticità, quell’esplosione dei prezzi primari a un processo endogeno al conflitto sociale , non si giustifica che Streeck citi solo en passant le crisi petrolifere degli anni ’70 come se fossero fatti incidentali e irrilevanti di fronte all’essenza del quadro sociale che vuole mettere in evidenza.

Quel superamento di Bretton Woods, che rompe l’ordine internazionale (sempre meno tenibile), fu una decisione unilaterale degli Usa, dettata non tanto da ragioni di rapporti o obbiettivi di controllo sociali interno al Paese, quanto dall’insofferenza verso i vincoli di politica economica che gli imponeva Bretton Woods e da un qualche retropensiero di creare difficoltà all’ascesa di Germania e Giappone (e di altri paesi – europei – allora emergenti) grazie ai cambi sottovalutati. Possiamo reinterpretare tutto ciò in termini di una classe capitalistica “mondiale” che si riprende la sua libertà di fronte ai lacci e ai “pericoli” in cui é costretta dal compromesso sociale?. Forse. Non saprei rispondere con certezza, ma ci vogliono tanti passaggi di interpolazione per arrivare alla risposta sicura di Streeck.

In Europa quel mutamento dei rapporti di forza nella società a favore del mondo capitalistico, che finì per prevalere negli anni ’70, emerge anche come esito di un fattore di interazione internazionale, certo non casuale dal punto di vista delle premesse, ma casuale dal punto di vista delle strategie. Il che non vuol dire che fu neutro dal punto di vista culturale e sociale. Ciò che non era previsto é che i cambi fluttuanti agissero globalmente in senso restrittivo e disciplinatorio, che l’economia internazionale stentasse ora a trovare un motore di crescita e che questo prendesse un andamento ciclico cui le economie occidentali non erano abituate, mentre l’inflazione continuava a mantenersi elevata e una via di uscita non appariva a portata di mano. Viene progressivamente meno negli anni ’70 la sicurezza nell’espansione duratura e l’intero periodo é dominato da una condizione di incertezza, che non era conosciuta prima e si impadronisce dell’intero corpo sociale.

Per un certo periodo degli anni ’70 l’inflazione ha l’ effetto anomalo (rispetto a precedenti esperienze) di schiacciare il ventaglio dei redditi, a causa della progressività delle aliquote e del potere di difesa che hanno ancora i sindacati, delle politiche tariffarie e delle legislazioni in materia di affitti. Persino i pensionati – un gruppo tradizionalmente individuato come perdente – hanno quasi ovunque incrementi di reddito superiori all’inflazione. Le attività finanziarie più esposte a perdite di valore son possedute da percettori di classi di reddito medio e medio alto. Ma qualcosa sta cambiando effettivamente. Prima della metà degli anni ’70 l’ampiezza e durata di un ciclo recessivo necessario a produrre effetti stabilizzanti (lo “stop”) spaventava qualsiasi governo e lo consigliava a usare il finanziamento esterno o interno al fine di evitare l’inasprirsi della contesa sui costi dell’aggiustamento, come già detto. In quell’epoca sarebbe stata inconcepibile l’azione di un’autorità monetaria autonoma che si rifiutasse, come accadrà poi, di avallare un eccesso di finanziamento al settore pubblico o privato, o che non assecondasse il governo nei suoi desideri sui tassi di interesse. Ma nella generalità dell’andamento asfittico, ciclico e inflazionistico degli anni ’70, i mutamenti di criteri e finalità nella conduzione della politica economica, che poi é il sintomo di un ribaltamento dei rapporti di forza, non erano più affrontati dal singolo governo isolatamente, ma affrontati, con rafforzo reciproco, da un insieme di paesi congiuntamente, ai quali, oltretutto, la recessione non basta più per ottenere effetti sui prezzi. Non c’é più un ciclo internazionale ascendente che renda indolore e contenute le operazioni di stop and go (e sullo sfondo ci sono i cambi fluttuanti che pongono sempre una minaccia di destabilizzazione) . La capacità di resistenza dei sindacati si attenua quando la controparte non appare più solo interna, ma si sfuma in una generica economia internazionale. E, quest’ultima é imbrigliata: non presenta più i fattori permissivi di prima, in quanto sono scomparse le valvole di composizione delle eventuali incongruenze tra obbiettivi di politica economica reciprocamente incompatibili tra paesi. Che in tutto ciò la forza dei ceti subalterni diminuisca é indubbio, ma non in un capitalismo prospero (per loro) e ordinato che prediligono i capitalisti.

Non é del tutto vero che se lo scenario finirà per mutare ciò avvenga programmaticamente per far fronte all’incertezza dei processi di accumulazione di un regime che pur ha mutato i rapporti di forza e ne sia protagonista solo un generico capitale internazionale. Qui uno schema dicotomico e un certo funzionalismo non aiutano Streeck nell’analisi.    L’inflazione é stata distruttiva del cemento sociale, che già risentiva – come portato del lungo periodo di incremento dei redditi – di una articolazione della società della società più aperta e più differenziata nelle domande rivolte allo Stato e nel consumo di servizi pubblici. L’inflazione portava insicurezza, perdita di fiducia collettiva, voglia di protezione. Alimentava il disagio delle classi medie, di per sé impaurite dall’incertezza del futuro in un ordine sconvolto, e le compattava attorno a idee di restaurazione e palingenesi. Ed é una condizione difficilmente gestibile dalla sinistra, che già si snaturava in problemi di stabilizzazione ed era sottoposta ad una offensiva ideologica cui non era preparata. Ad essa sarebbe occorsa sul piano ideativo e pratico una forte dose di creatività, mentre si é trovata coinvolta in mille battaglie difensive, scoprendo ora che le singole istanze mancavano di coagulo e solidarietà in ceti non coinvolti, in quanto venivano vissute e percepite come (talvolta, erano diventate) istanze particolari e non più di interesse e valore collettivo. La forza della sinistra non poteva autoriprodursi spontaneamente sull’onda rivendicativa, perché la dinamica delle diverse spinte corrodeva quel sistema di alleanze dall’interno. Formatosi grazie alle politiche di solidarietà sociale cominciava a sfaldarsi. Per non sfaldarsi, aveva bisogno sia di una proposta di governo che rielaborasse su altro piano il compromesso sociale, sia di progettualità dentro la quale mediare le singole istanze (e forse aveva bisogno di un riconoscimento che esistono costi e benefici sociali della spesa pubblica e del sistema vincolistico, non solo i secondi). Essa dovrà scoprire più tardi qunto ciò fosse andato avanti, quando le lotte cui dava valore simbolico, per tutte quella dei minatori in Gran Bretagna, che meno di dieci anni prima l’avrebbero avuta vinta in pochi giorni coagulando una solidarietà generale, trovavano ora un muro in governi espressione di mutate coalizioni sociali, i quali dimostravano di poter resistere un giorno di più senza compromettere il consenso. (La vicenda della scala mobile in Italia rientrerà parzialmente in questo quadro).

Il contesto cambia, quindi, più che per i limiti della “strategia” inflazionistica percepiti dal capitale, per quel consenso che gradualmente si forma in molti stati intermedi (e non solo) della popolazione intorno all’idea che l’economia vada stabilizzata per combattere l’inflazione e che i meccanismi (anche sociali) vadano cambiati. Guadagnano favore le narrazioni (anche se non proprio le politiche) neo liberiste dei mali della società. Di quel consenso sono protagonisti non solo grandi capitalisti ma, in primo luogo, vari strati intermedi, di piccoli proprietari di percettori di redditi fissi, di esercenti attività commerciali, ecc. che costituiscono la base elettorale della vittorie di Tatcher e Reagan. Un mio amico diede una interpretazione di questo periodo come “la rivolta del bazar”, che non sarà un’interpretazione scientifica, ma che é molto evocativa.

Ho insistito su questo punto perché ritengo che una mancanza di comprensione (anche storica) del carattere corrosivo e distruttivo che una inflazione elevata porta con sé all’interno del corpo sociale (oltre che della difficoltà in quel contesto di creare di coalizioni progressiste) conduca con leggerezza (e generosità) Streeck a ritenere che la riappropiazione del cambio e la svalutazione conseguente possano essere la soluzione migliore per le economie capitalistiche più deboli dell’Unione Europea.

 

Il periodo che segue é quello caratterizzato dai deficit pubblici, e si presenta indubbiamente con molti dei caratteri che Streeck analizza col suo telescopio: in mancanza di un mercato interno in salute, ormai frenato dalla contenuta dinamica dei redditi personali e dalla debolezza politica dei ceti subalterni (e, aggiungo, da scarsa desiderio dei governi di riattivare condizioni che ne riproducano la forza), il nuovo fattore di salvaguardia é un debito pubblico (stock) che si accumula nei paesi occidentali a seguito di deficit correnti e che svolge da supplenza. Egli rovescia le interpretazioni che attribuiscono l’espansione del debito ad un eccesso di domande e rivendicazioni popolari, cui le politiche pubbliche avrebbero risposto allargando i cordoni della borsa. Afferma con forza che non é così: non solo quelle domande popolari vengono contrastate il più possibile, anche con ritorni all’indietro rispetto ai diritti acquisti, ma un’analisi della qualità della spesa pubblica rivela che l’espansione é avvenuta dove funzionale alle esigenze della produzione e dei capitalisti, in nome dell’economia dell’offerta. Al centro di tutto c’é il dato saliente che i nuovi rapporti di forza mettono in condizioni i ceti più abbienti di rifiutare la tassazione e la decurtazione dei propri redditi (vedi i programmi di detassazione), cioè di rifiutare il contributo che sarebbe stato necessario a finanziare la spesa per tener testa all’espansione dei bisogni. In un certo senso, quel deficit di bilancio pubblico é funzionale in doppio senso alle esigenze del capitale e legittima il suo egoismo sociale. I possessori di ricchezza divengono anche i creditori dello Stato, che prima si preoccupano di essere remunerati con alti tassi di interesse e poi rivendicano politiche che li garantiscano contro i pericoli di solvibilità.

Anche se é giusto porre in evidenza che, a partire dagli anni ’80 i processi politici si vadano adeguando a una nuova logica sociale, di governo e di rappresentanza e peso nel processo decisionale, funzionare con un solo agente (collettivo) come protagonista continua ad esser una semplificazione dell’analisi troppo forte. Streeck non ha dubbi nei suoi giudizi, implicitamente controfattuali, che con differenti rapporti di forza sarebbe stato possibile tenere alta la tassazione (e la spesa sociale). Personalmente non so se qualche limite oggettivo alla tassazione esista e se questa sia perennemente espandibile, mantenendo il consenso e incentivi all’accumulazione. Occorre, tuttavia, chiederselo, anche se penso che Streeck abbia ragione quando implica che la sopportabilità della tassazione é un fatto culturale, di rapporti di forza e di norme sociali accettate. Ma ormai i governi occidentali si erano posti sulla lunghezza d’onda di un “bazar” che aveva assorbito e fatto diventare senso comune l’”insopportabilità” della tassazione, elevandola a questione politica verso la quale é mancata una resistenza culturale o una contro mobilitazione che ponesse un argine a questa penetrazione di giudizi, sentimenti e analisi. Siamo ancora alla “rivolta del bazar”. Da quella “rivolta”, che Streeck trascura, proviene anche una critica, sempre più pronunciata (e elettoralmente pesante) a entità e indirizzi di spesa, che fa diventare questioni di disputa politica gli sprechi e gli eccessi. Ma, soprattutto, acquista rilievo politico la messa in discussione dei criteri sociali che dirigono la spesa dove é ritenuta sostenere “gente” disincentivata a essere un buon “cittadino” responsabile del capitalismo che si sta affermando (questo tema é un cavallo di battaglia di D-L). Si aggiunga che la differenziazione delle domande di servizi rivolte alla sfera pubblica, é ora fonte di accuse a uno stato sociale burocratizzato e uniformante. L’intero quadro di azione della politica economica diventa ora più vincolato dai sentimenti diffusi e variegato per adesione al bene comune. Non trova né ricomposizione né antidoti culturali a sinistra: i governi che ne sono espressione non sono più in grado di sfidare isolatamente il consenso che si va formando. E’ ovvio che quel consenso trova nei media, nelle elite conservatrici, nell’accademia, nel “capitale” e nella finanza chi lo diffonde e lo consolida.

 

Un approfondimento della svolta reaganiana

 

Sebbene lo stare sull’essenza delle cose, come piace a Streeck, non porti a prospettive in sé infondate, il processo che si trae dalla sua analisi – e che lega la chiusura di una fase allo sviluppo (ma prima ancora all’apertura) di un’altra – risulta, ad un osservazione al microscopio, ancora una volta, troppo consequenziale e preordinato, anche quando interpretato come reazione alle contraddizioni sviluppatesi in precedenza. Risulta più una razionalizzazione ex post che lo svilupparsi di un disegno concepito dal capitale nella sua funzionalità e razionalità.

Vorrei sostare sull’epoca reaganiana con qualche pagina in più non tanto in relazione all’analisi di Streeck (e nemmeno in contrapposizione ad essa) quanto per inquadrare una fase cruciale nel passaggio da un’epoca all’altra e disegnare il contesto in cui inserire le argomentazioni di entrambi i libri (dal loro diffrente piano di analisi).

Quando Reagan vince le elezioni la sua diagnosi é semplice: se vi era stata un’insoddisfacente prestazione dell’economia internazionale negli anni post Bretton Woods, la ragione stava nel fatto che singolarmente le varie economie erano state bloccate nella loro crescita da intralci nei mercati e regolazioni amministrative e legislative che limitavano l’incentivo alla produzione e all’allargamento della capacità produttiva. In più, l’illusoria acquiescenza della politica monetaria aveva prodotto solo effetti nominali. La sua visione di offerta negava l’interdipendenza del sistema internazionale (su cui aveva insistito il suo predecessore), implicando che questo fosse nulla di più di una somma di singole economie. Ciascuno doveva portare ordine in casa propria piuttosto che cercare rifugio in un ordine internazionale, che – ammesso potesse essere delineato a priori, e non certo nei termini tradizionali della cooperazione – poteva solo essere l’esito di tanti singoli successi all’interno. Visioni di concertazione della domanda, di intervento sui mercati valutari, di coordinamento, di enfatizzazione delle conseguenze sistemiche di azioni singole (in altre parole, visioni di governo dell’economia internazionale) che derivavano dal passato non erano altro che alibi per non portar ordine all’interno. Il concetto di interdipendenza (che si era affermato con suo predecessore come inevitabile conseguenza di una regressione di ruolo dell’economia statunitense, pensato come irreversibile) cedeva il posto al concetto di paese leader. Più ai simboli che alla responsabilità economica del paese leader. Una leadership che voleva innanzitutto legittimarsi sul piano morale, attraverso la superiorità di un paese capace di vincere all’interno il lassismo dell’inflazione, del garantismo e dei deficit di bilancio. Reagan si dimostrò quindi incurante del fatto che alla sua ascesa le ripercussioni della sua politica provocassero rivalutazione del dollaro e drenaggio dei dollari in circolazione, alti saggi di interessi mondiali, depressione internazionale (la più lunga e profonda allora dopo quella del 1929) e che, all’interno di questi sviluppi, si generassero i drammatici problemi finanziari che scoppiarono in concomitanza nel Terzo Mondo e che si trascineranno per un decennio (“the lost decade” per molti paesi). Non é d’altra parte sul contributo a relazioni economiche mondiali illuminate, sul solidarismo o sull’internazionalismo economico che il ruolo di paese guida voleva essere fondato nella concezione dell’Amministrazione americana in questo primo periodo di governo repubblicano. La centralizzazione del sistema occidentale era affidata ad altro: ad un rafforzamento dell’egemonia politico-militare degli Usa. In questa direzione, le difficoltà economiche generate nei paesi partner dalla pesante situazione dell’economia mondiale che inaugurò l’era di Reagan finivano per dare un contributo come mezzo di persuasione.

E, in effetti, egli fornisce una leadership internazionale ad un vasto arco di forze nella partita sociale che si gioca in questi anni. Il comportamento degli Usa trovava sponda nei paesi occidentali.[13] Sia questa recessione (importata ma non del tutto subita) sia la rivalutazione del dollaro finivano per essere usati in ogni paese a fini di politica generale interna. É l’occasione per rinsaldare i blocchi dominanti che si sono formati come reazione all’inflazione, al caos monetario, alla stentata crescita ciclica e alle tensioni sindacali degli anni ’70 e affermare quelle “politiche di rigore” che diventano ortodossia economica a partire da questi anni, per lo meno nella parte che implica un primo ripensamento delle conquiste sociali. Ed, infatti, la compressione dell’economia che si verifica nei paesi industriali europei avviene – pur con modeste eccezioni – senza recriminazioni e senza pressioni delle autorità economiche verso il governo degli Stati Uniti e, ancor più, senza un benché minimo tentativo di risposte congiunte, per lo meno per ciò che concerne il livello dei saggi di interesse e il controllo dei flussi di capitale in uscita (controllo, che all’epoca rientrava nei normali strumenti di intervento). Risposte congiunte non sono all’ordine del giorno, ma sarebbero state comunque rese impossibili dall’affermazione in questi ultimi di un certo numero di “partiti americani”.

In sostanza, in una prima fase, la funzione di riferimento per l’intero mondo occidentale che esercita l’amministrazione USA si afferma in un clima diffusamente conservatore e punitivo per le “follie” degli anni precedenti. Le “follie” in primo luogo, del sostegno attivo alla domanda e occupazione, dell’estensione della rete assistenziale e dell’acquiescenza verso l’inflazione.

 

Tuttavia, se ci fermassimo qui non capiremmo molto dell’epoca che segue la grande inflazione. Nulla della svolta impressa inizialmente da Reagan – né il mutamento dei meccanismi sociali e orientamenti culturali di quegli anni, né la politica di rigore, né la leadership statunitense, né la debolezza delle reazioni sociali – avrebbe retto se il quadro si fosse mantenuto con quei caratteri e gli Usa non fossero poi diventati negli anni ’80, il paese su cui si impernia un meccanismo internazionale di crescita, di cui si era perso il ricordo (ma anche la convinzione che fosse possibile ricrearlo). Non sono certo le conseguenze del rigore a provocare questa inversione, ma politiche deliberate che travolgono quel regime economico idealizzato.

Il senso stesso della leadership internazionale incorpora allora altri elementi in questa improvvisa e poi ininterrotta espansione produttiva degli anni ‘80. Gli Usa diventano da polo e referente di una restaurazione repressiva (imperniata sul ripudio delle politiche dei redditi e del processo politico che le accompagnava), il perno per l’assicurazione della crescita di reddito, profitti e occupazione nei paesi industrializzati, in sintesi, il garante della riattivazione di un meccanismo di accumulazione. Senza questo, la vulgata della flessibilità, del ritiro dello Stato, della deregolamentazione, non avrebbe avuto il credito che ha avuto né avrebbe fatto degli Usa il campione di un nuovo modo di governare gli affari economici interni. E’ storia nota che tutto ciò poggiasse su una spesa pubblica elevata e detassazione (per le quali di può rinviare a Streeck), che trovavano giustificazione in motivi “sbagliati” (tutt’altro che verificati ex post). Ma attivavano un clima di ottimismo e fiducia che sorreggeva anche investimenti e consumi privati e produceva per gli Usa una sorta di rassicurazione che il ruolo di paese pivotale e grande potenza non fosse stato scalfito. Il perno, com’é noto, fu una politica fortemente espansiva con doppio deficit, di bilancio pubblico e di bilancio esterno di conto corrente, che allora apparivano eterodossi e esplosivi, ma che vennero ignorati. Quello reaganiano fu un azzardo (con dietro un pizzico di avventurismo) e una forzatura delle ortodossie che egli stesso aveva proclamato; azzardo che solo a poco a poco si scopre può funzionare, mantenersi, e proporsi come il perno di un meccanismo che lega le economie sviluppate assieme. Qualcosa di impensabile alla luce delle premesse della sua elezione. Fu una prova di pragmatismo quella offerta dell’Amministrazione statunitense di fronte agli sviluppi della situazione, quando tutti i capisaldi della filosofia politica cui l’Amministrazione si era inizialmente ispirata cadono quasi contemporaneamente, dal rigore di bilancio alla pratica monetarista, soppiantati dalla protezione della crescita e della stabilità finanziaria.

I caratteri della vulgata erano di fatto stati superati, ma gli Usa li avevano ormai diffusi. Il Paese cresceva più di altri paesi industriali e creava posti di lavoro, dove l’Europa, che era reputata per la sua storia nel dopoguerra il baricentro e il campione della crescita mondiale, stentava. Sebbene siano fatti macroeconomici che sostengono questa crescita, si afferma l’idea che siano, invece, fatti micro, e che tanto più flessibile é un’economia tanto meglio e’ per il Paese: uno di quei processi di falsa rappresentazione delle cose che diventano verità non più discutibili e segnano effettivamente l’egemonia culturale di un’elite che punta alla dannatio memoriae di ciò che aborrisce e ha aborrito, la responsabilità pubblica e il compromesso sociale. Non che l’economia statunitense non fosse più flessibile di quella europea o giapponese, ma lo era sempre stata (non in tutte le aree, alcune delle quali erano più regolamentate) e solo marginalmente tale flessibilità era stata incrementata.

La deregolamentazione effettiva aveva avuto luogo nell’area della finanza. Qui la rappresentazione trovava per lo meno più corrispondenza in una base fattuale, ma quest’ultima non giustificava l’altro topos del periodo, associato alla crescita statunitense (che aveva altra origine): l’idea che solo un’economia aperta e libera nelle scelte finanziarie fruisse di dinamismo e crescita. Anche questa diventa un’altra indiscutibile verità che contagia tutti. Cadono conseguentemente le barriere che avevano tenuto separato i singoli mercati finanziari, nei quali un sistema autorizzativo al centro (e la regolamentazione amministrativa che ne seguiva) consentivano di perseguire finalità di assicurare sia la solidità degli intermediari sia ciò che veniva percepito come “interesse nazionale” (soprattutto in relazione ai movimenti di capitale). Quel mondo sparisce pezzo dopo pezzo internazionalmente, dall’avvento di Reagan[20]. La liberalizzazione fu ampia, anche se non completa, portando a una vasta finanziarizzazione dell’economia e all’affermazione del “capitalismo dei gestori di portafogli”, che diviene da lì in poi lineamento caratterizzante dell’epoca e cambia i pesi sociali.

 

Questa, però, é una parte della storia. Ciò che avviene dall’altra sponda dell’Atlantico non é la replica della vicenda statunitense. Quel keynesismo involontario da una parte non fa tornare in auge il keynesismo dal’altra parte dell’Atlantico, dove politiche guardinghe limitano al traino delle esportazioni l’assecondamento della ripresa. Se le economie occidentali finiscono solo per accodarsi passivamente agli stimoli provenienti dagli Usa é perché la loro struttura economica e sociale non é quella statunitense per replicarne la politica senza percepire danni, la flessibilità dei mercati é minore, la disinflazione non é completa e sono sempre vivi i timori che possa tornare indietro. Mentre nessuno dei governi di questi paesi vuol rischiare riedizioni degli anni ’60 e ’70 con tensioni sul mercato del lavoro e potere sindacale, sia la ripresa dei profitti – via contenimento dei salari e esportazioni[21] – che quella inevitabile delle borse mondiali (che sfocia in veri e propri boom tra il 1984 e il 1986) rafforzano il quadro sociale all’interno del blocco dominante, e favoriscono l’identificazione di nuove figure e interessi con il processo economico in corso. E questo comporta, una notevole redistribuzione del reddito a favore dei proventi finanziari, specie in considerazione del fatto che la spesa pubblica per interessi si é accresciuta quasi ovunque e che il contenimento compensativo di altre voci di spesa é caduto spesso sui programmi di welfare e, più ancora, di infrastrutture e istruzione: ma anche là dove questo aumento di spesa é stato finanziato da tasse, la redistribuzione é stata significativa. Fa parte del quadro, inoltre, un accelerato processo di rinnovamento tecnologico, che le autorità di tali paesi, tendono a non disturbare e che, con i suoi effetti sul mercato del lavoro, contribuisce a dare cemento al nuovo blocco sociale dominante (se non altro perché aggregazioni portatrici di opzioni e interessi in contrasto con l’ordine che si sta affermando trovano sempre più difficile far valere la loro forza e pesare sulle decisioni statali). Si sta diffondendo, per ora prevalentemente all’interno, la frammentazione dei processi produttivi, che possono fare a meno dei grandi assemblamenti e rompere la solidarietà e la forza del lavoro dipendente e operaio.

In sostanza, la massima che guida il quadro di politica economica in questa parte del mondo é quieta non movere: gli sviluppi spontaneamente favorevoli che le vicende dell’economia statunitense riverberano sull’economia di questi paesi bastano e avanzano, rafforzando in circolo il desiderio di non creare forzature nella politica economica, difendere lo status quo e la sua controllata evoluzione.

 

La Globalizzazione come evento spontaneo e come programma

 

Nonostante questa cesura che avviene con l’era “socialdemocratica” del dopoguerra, in questo periodo ancora resiste una dialettica tra visioni diverse dell’economia e della società. Ancora si possono rintracciare tentativi di mantenere un apparato regolatorio consistente. Il neo liberismo che guadagna terreno non é ancora pensiero unico, anche se ormai vi é un attacco concentrico, teorico e di opzioni pratiche, contro le “distorsioni” che hanno dominato le precedenti visioni dell’economia e che ancora resistono qua e là. Se guardiamo indietro agli anni ’80 ci sono ovviamente tutte le premesse di ciò che avverrà dopo, ma la scala dei fenomeni é più contenuta, il mondo occidentale é meno uniforme, le pressioni “coercitive”, esterne e interne, sulle politiche economiche meno ingestibili; esistete ancora una dialettica sulle varianti del sistema.

Quando ci riferiamo ai caratteri dell’universo neo liberista e alla sua cultura, divenuti imperanti e percepiti come irreversibili e universali, in realtà ci riferiamo a una caratterizzazione che centra in pieno il periodo successivo, quando la scala dei fenomeni finanziari prende rapidamente e velocemente un abbrivio parossistico, e si forma quel mondo di intrecci finanziari, tra privati e autorità ufficiali, che resiste e si espande fino alla crisi del 2007 (e oltre). Il consenso si coagula attorno a idee standard e la logica dei processi in moto prende un carattere più compulsivo ancora, e finirà per avere l’esito che Hayek aveva preconizzato per quelle economie che si fossero integrate pienamente nei processi mondiali (quel pensiero di Hayek sulla denazionalizzazione e la competizione globale come via alla destatalizzazione é posto da Streeck a sfondo teorico e linea guida, consapevole o inconsapevole, del nuovo quadro sociale).

E’ indubbio che vi sia una buona dote di consapevolezza nell’elite finanziaria pervasa dalla voglia di spaziare liberamente su scala mondiale e interna, ma la globalizzazione come la intendiamo oggi é un processo che qualche anno prima del suo avvento era imprevedibile, almeno in questa forma. Ha dietro una combinazione di eventi, che verificandosi tutti assieme diventano esplosivi e producono un effetto di imbrigliamento sulle politiche economiche dei paesi occidentali, che svuota sostanzialmente la democrazia, e afferma in modo pieno “la nuova ragione nel mondo”.

Era scritto nelle cose? E’ stato preordinato lucidamente?. Non saprei dire.. Sta di fatto che la concatenazione di elementi e il loro incastro avviene in modo così stringente (e, in parte rapido,) da produrre una maglia dalla quale risulta poi impossibile uscire e che agisce certo in modo non neutro. Tutto si produce conseguenzialmente nella dinamica endogena

Seguiamo questa combinarsi di eventi, Ad un certo punto, come eredità ritardata degli anni ’80, avviene una caduta dell’inflazione e delle aspettative inflazionistiche nei paesi al cuore del sistema, e conseguentemente si abbassa in essi (e soprattutto negli Usa) l’intera struttura dei tassi di interesse sia reali che nominali. Quella caduta delle aspettative di inflazione e dei tassi é il perno da cui si dipartono nel periodo le conseguenze note che ne costituiscono i lineamenti essenziali.

In sintesi, si riduce la percezione dei rischi, saltano tutti i parametri di controllo monetario (di cui dirò), si produce un’abbondanza di disponibilità liquide diffusa in tutto il mondo e un intero meccanismo ruota attorno al debito (in primo luogo privato) che si espande e che ha a garanzia esplicita o implicita attività a valore variabile. Solo con la crescita del valore di quest’ultime e del reddito il tutto si convalida.

Molti capitali vengono liberati dalla caduta dei tassi di interesse e cominciano a guardare su scala internazionale ai mercati dei paesi della periferia, dove si sta determinando una apertura. Sono emerse robuste economie nel Sud est asiatico (come conseguenza della crescita della domanda statunitense e dell’apprezzamento iniziale del dollaro negli anni di Reagan) e la Cina é diventata un paese accogliente con una promettente espansione. Ma si son risolte (e siamo ancora in una eredità del periodo precedente) anche quelle crisi debitorie che avevano bloccato per un decennio altri paesi a reddito medio, che ora possono tornare sui mercati internazionali dei capitali come paesi solvibili sotto la supervisione del FMI, il quale organizza i creditori e funge da garante del rispetto degli impegni di politica economica (lo stesso vale per i paesi dell’Est europeo che arrivano al mercato). E questi impegni prevedono l’introduzione di “buone pratiche” (o ritenute tale), di abbandono dei controlli di capitale, degli apparati protezionistici o di sussidio all’export, dei sussidi e conservazione dell’industria pubblica, dei prezzi amministrati e tutto il corredo di prescrizioni microfinanziarie che ha costituito l’armamentario delle politiche del Fondo negli anni’90. Era previsto anche che il paese in questione adottasse cambi fissi. Non saranno le crisi finanziarie periferiche a cambiare il quadro.

Mettiamo assieme questi sviluppi in modo quasi simultaneo – la liberalizzazione completa dei movimenti di capitale, la caduta dei tassi di interesse in occidente, le occasioni di impiego, il ritorno come prenditori di paesi periferici, le innovazioni finanziarie e l’abbondante liquidità – ed ecco determinarsi nel giro di 4-5 anni, a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, una miscela esplosiva. Offerta e domanda di capitali si incontrano nell’esigenza che hanno i fondi pensione e quelli comuni dei paesi centrali di alzare i rendimenti, le imprese di alzare i profitti (attraverso la differenziazione geografica delle produzioni, la delocalizzazione e la gestione della tesoreria) e, dall’altro lato, i paesi emergenti e le loro imprese pubbliche e private (nonché lo stato) di finanziarsi. Ma anche il settore privato viene coinvolto in questo incrociarsi di domanda e offerta. La crescita che si avvia in molte parti del mondo si rafforza su se stessa attraverso gli investimenti diretti che sollecita. Cominciano a determinarsi veri e propri boom in periferia, che ovviamente si ripercuotono suoi boom di borsa e dei mercati immobiliari locali. Il potere dei creditori diventa immenso.

Diventa protagonista del periodo l’eccesso di liquidità. Sembra un paradosso che un’era iniziata all’insegna del rigore monetario (basato su uno teoria monetaria che lega deterministicamente offerta di moneta e inflazione) sfoci in un era priva di veri e propri freni monetari posti dalla banca centrale (cui per paradosso si associa una bassa inflazione). Tuttavia, l’era del controllo degli aggregati monetari ha portato con sé despecializzazione, liberalizzazione dei mercati, e, insieme a ciò, tali e tante innovazioni finanziarie da rendere sempre meno efficaci i quei controlli e sempre possibile creare liquidità e canali di finanziamento. Le banche hanno imparato a non tenere i crediti, ma a venderli, dopo averli sciolti in titoli di mercato a cui fungono da sottostante. Molto prima dell’epoca di espansione dei subprime, le banche sono in grado di recuperare le loro riserve libere impegnate in prestiti e attivare un nuovo giro e un nuovo giro ancora. La loro abilità (e profitto) é sempre più nella finanza e nel trading. I bassi tassi di interesse, d’altra parte favoriscono l’indebitamento, il carry trade, la leva finanziaria per investimenti più rischiosi e più redditizi in tutto il settore privato, realizzati nel territorio nazionale o all’estero. Il coinvolgimento delle famiglie in questo vortice di indebitamento, investimento e guadagni in conto capitale crea nuove occasioni di impiego. Le autorità praticamente rinunciano a controllare quantitativamente gli aggregati monetari per non disturbare il processo di diffusione della crescita. Il loro interesse é l’inflazione, che é in discesa nonostante l’ampliarsi della liquidità. Non sono neppure messe in allerta dai boom di borsa e immobiliari. Impedire le bolle speculative non é fra i loro compiti statutari. E poi chi può dire a priori che siano tali e non siano adeguamenti di valore a una nuova situazione?. Nessuna autorità o banchiere centrale può prendersi il rischio di interrompere questa crescita. Se la borsa é parte di un meccanismo come elemento in una catena che tiene in vita un processo di crescita, perché disturbare tale processo, che oltre tutto, avviene senza inflazione? La borsa ne é in effetti parte integrante. Se ne avvantaggiano tutti, a partire dai fondi pensione, le famiglie, le imprese, ma anche i governi che trovano una inaspettata fonte di entrata nei proventi da tassazione finanziaria. Quello degli Stati Uniti finirà addirittura in attivo, prima dell’espansione di spesa e detassazione seguente alle Torri Gemelle (2001). Delle bolle, dopo tutto, si può decidere che siano tali solo ex post. La filosofia dell’epoca che inizia con gli anni ’90 é euforica.

In tal modo, la catena di debiti e crediti si allunga straordinariamente e ineluttabilmente. Diventa anche mondiale. Deve essere convalidata in ogni momento. Un innalzamento dei tassi di interesse potrebbe metterla a repentaglio con un effetto domino finanziario, che alla fine, danneggerebbe l’economia reale, che, invece, non va disturbata. Il regime di bassi tassi di interesse rischia di divenire endemico e, in circolo, allungare la catena finanziaria. Ovviamente parliamo di un sistema sempre più centrato sul dollaro e sugli Usa, con Federal Reserve che diventa una vera e propria banca mondiale, che regola la moneta mondiale. D’altra parte il sistema si era trasformato, presentando al centro una economia condannata alla crescita, secondo il principio della bicicletta. Ogni tentativo di porre in atto un qualche cauto raffreddamento cozza contra questa catena finanziaria talmente estesa da rendere a valanga le conseguenze e costringere a tornare rapidamente indietro. Per fermarle e impedire il contagio, la virata (che ripristini tassi di interesse bassi) deve essere necessariamente repentina. Nell’ultima crisi, nella quale non a caso una salita dei tassi fa cadere il castello di carta, l’intreccio finanziario era, però, giunto a tal punto da rendere debole l’efficacia anti domino del ritorno al regime di tassi bassi di interesse, pur confermando che quel regime é ormai endemico.

Il resto é la storia nota della crisi in cui siamo immersi da sette anni e su cui vi é poco da ricostruire che non sia ampiamente acquisito. Siamo nella fase dell’enorme impiego di risorse pubbliche per il salvataggio dei sistemi finanziari prima e del successivo consolidamento su cui mi sono soffermato quanto basta nel libro, specie nel cap 3.

 

Prospettiva complementare ma non trascurabile  

 

Se ho messo in rilievo gli eventi da un punto di vista delle macro variabili, dell’azione (e impotenza) delle autorità e del determinarsi di concatenazione endogene é perché ho trovato questo quadro sfuggente in entrambi i libri. Non contraddice la loro ottica analitica né é l’unica prospettiva possibile, ma é un contesto ce non deve andar perso quando si ferma l’attenzione sull’affermarsi e evolversi del mondo neo liberista. C’é (anche) una gabbia di acciaio che si stringe a poco a poco attorno alle politiche economiche, sempre più pressate dalla loro stessa interazione verso indirizzi competitivi, di cui divengono prigioniere. Il senso comune su ciò che é possibile governare cambia e la conduzione neo liberista diventa l’unica tecnica di governo familiare ai governanti: una sorta di abilità acquisita, di piattaforma nella quale destreggiarsi, di cui si perdono origini e implicazioni.

Per la verità, anche in D-L c’é una gabbia che stringe progressivamente i processi in un universo neo liberale, ma da un punto di vita antropologico e dei caratteri della regolazione che, per quanto trattato superbamente, trascura la dimensione del governo dell’economia. (Streek, ha uno schema in un certo senso più statico: capitale contro lavoro, in cui la parte vincente vince anche culturalmente).

L’aspetto culturale entra ovviamente nelle determinanti del governo dell’economia, in quanto ne condiziona le opzioni percorribili nel consenso elettorale. Più ancora, fornisce quelle mediazioni normative e culturali che lavorano alla accettazione e legittimazione di un sistema siffatto. Non ho dubbi, con entrambi i libri che sia il pensiero delle classi più abbienti che finisce per informare l’azione statale.

Eppure,la situazione é più complessa da dipanare analiticamente di come può essere presentata senza tenerne conto degli gli elementi costrittivi che stringono le politiche economiche e della dinamica propria degli eventi. Sarebbe forzato sostenere con certezza che le azioni intraprese dai governi (occidentali) siano solo la conseguenza di una trasformazione di valori e convinzioni che si afferma come proiezione di una cultura trasmessa da una strato privilegiato della popolazione, né che tale azione sia sempre allineata a quei canoni valoriali e culturali. A volte quella filosofia riscuote consenso solo di una piccola parte della popolazione, a volte ne prendono le distanze, almeno in grandi linee, sia forze che appartengono al versante di destra come di sinistra. Le coalizioni sono composite. I governi rispondono a un elettorato variegato e non sono mai tutt’uno con la borghesia più abbiente, né necessariamente sono i loro fiduciari. Eppure, la pratica nella conduzione degli affari non si ne discosta se non per varianti non significative da un canone standard, quale che sia lo schieramento vincente, perché il comportamento dei governi perche impotente di fronte al succedersi degli eventi, perché ha internalizzato quei canoni come via di uscita da qualsiasi difficoltà e perché tenuto dentro binari stretti da logiche “coercitive esterne”, che possono essere rotte solo con una forza politica straordinaria. La forza sociale relativa dei beneficiati fa il resto e mantiene il processo in vita.

 

Quali prospettive per il futuro?

 

Entrambi i libri dirigono la loro analisi a capire cosa succederà dopo la crisi economica in cui siamo tuttora immersi. Entrambi convengono che non c’é nulla di spontaneo e inevitabile in una ripresa democratica. Incertezza, diseguaglianze, abbassamento delle prospettive, disoccupazione e disagio economico dovrebbero teoricamente condurre a un ripensamento del capitalismo in direzione di una nuova regolazione e produrre, anche, le coalizioni necessarie al cambiamento e interessate a una svolta democratica. Non é ciò che sta accadendo. Né sta avvenendo un vero e proprio ritorno in auge le politiche pubbliche, per lo meno negli stati più grandi che possono permettersi una relativa autonomia. Queste rimangono politiche di ultima istanza, non un grande disegno. La parziale eccezione sono gli Usa di Obama, a cui, tuttavia, nessuno dei due autori presta particolare attenzione.

Ci sono condizioni per un contromovimento, del tipo descritto da Polanyi per riportare indietro le lancette?. La risposta di entrambi é no. Eppure, secondo Streeck, la situazione non può reggere. Le vie di uscita sono esaurite, ciascuna ha mostrato i suoi limiti, per cui il capitalismo sarà costretto a sopraffare ulteriormente la democrazia (mantenendone solo la facciata), a meno che si verifichi l’opposto, che la democrazia riprenda il sopravvento sul capitalismo e lo trasformi, ridando slancio al sistema economico (ma riconosce che questa é utopia). Occorrerebbe a questo fine una sollevazione di massa di coloro che la crisi ha sfavorito. Questa non é all’orizzonte, e non sarebbe, penso, di tipo politico, data la scarsa consapevolezza politica che alberga, dopo anni di soggettività neo liberista, nei meno abbienti. Per cui egli ripiega sulla soluzione parziale (anch’essa illusoria, come ho tentato di dire nel testo) che ridia agli stati europei la padronanza della politica interna e ai lavoratori la forza contrattuale – liberando entrambi dal ricatto dei vincoli esterni attraverso la riappropriazione della leva del cambio. Non é questa parte del libro che voglio discutere, perché palesemente sbagliata. Sono interessato all’analisi di Streeck e al rapporto tra capitalismo e democrazia che egli descrive e non a questo pezzo che faccio finta di non aver letto.

Rispetto alle sue conclusioni mi chiedo quanto necessario sia al capitalismo un ulteriore svuotamento della democrazia. Quello fin qui conseguito forse basta e avanza e, a meno dell’evento semi rivoluzionario che Streeck cita, può anche rimanere al punto in cui é. Si porterebbe dietro, certamente, una crisi dell’accumulazione, ma questa si riverserebbe non tanto sui profitti, che hanno ormai trovato modo di proteggersi ugualmente, quanto sulla situazione sociale. Potrebbe esplodere rendendo il tutto instabile, ma può anche essere tenuta (malamente) sotto controllo dalle tante mediazioni costruite in questi anni. C’é poco da sperare nella prima direzione. Ancora una volta il mio pensiero é più vicino G-L. Il carattere duttile della regolazione attuale può incorporare varianti che consentano una manutenzione della “macchina” senza intaccare il principio pervasivo della regolazione competitiva, in altre parole la governance neo liberale. Questa può persistere. spiegano D-L persino senza che l’ideologia sia più dominantemente neo liberista.

 

E allora, quali sono le prospettive e gli indirizzi di un programma alternativo? Dopo 400 pagine di godibilissima e penetrante analisi politico culturale, le ultime 20 – dedicate, appunto, alle prospettive – sono decisamente deboli e deludenti. Qui l’analisi si fa inspiegabilmente deduttivistica e schematica. Poiché il regime neo liberista é una regolazione internazionale, qualsiasi programma politico che abbia a obbiettivo l’azione statale é illusorio, perché cadrebbe all’interno di quella regolazione che non può scalfire e che farebbe comunque da contorno a qualsiasi conquista parziale che ingloberebbe e metabolizzerebbe dentro sé stessa. Quindi, non vi é ipotesi socialdemocratica é percorribile e desiderabile, perché si imbatterebbe in una base sociale modificata e in una soggettività di massa ormai totalmente plasmata dai canoni neo liberali di conduzione della vita e di valori da rendere velleitario il progetto, e comunque imbrigliato nella regolazione neo liberale. Rimane solo un mutamento di soggettività come strada da percorrere e valorizzare. Questa deve irradiarsi da dove é già espresso. Il rifiuto della “ragione del mondo” prevalente si manifesta oggi in tante situazioni nelle quali la soggettività neo capitalista viene respinta. Se ho capito bene, si tratta di movimenti femministi, associativi, di promozione sociale, ambientali, fino al ribellismo individuale, attraverso i quali i singoli esprimono un’altro principio di vita, che dovrebbe diventare culturalmente egemone attraverso la loro azione esemplare espandendosi a macchia d’olio (non é scritto così, ma si desume dalla logica del discorso).

Non riesco a capire come G-L non vedano che senza un raccordo politico e un progetto che li riunifichi, questi movimenti sono destinati a essere isole di testimonianza, minoritarie e di fatto marginali, anche se talvolta possono esprimere istanze tematiche (o meglio, monotematiche importantissime) talvolta vincenti. Ma non é ipotizzabile che attraverso questi singoli episodi si formi il soggetto alternativo, perché non sempre quelle esperienze implicano la totalità del soggetto proiettata al di là della soggettività neo liberale e individualista prevalente. Senza il nodo di un progetto politico tutto si disperderebbe. E il progetto, per intenderci, implica la conquista del governo con l’obiettivo di attuarlo. La casualità non va in una direzione, ma é bidirezionale, nel senso che un progetto sufficientemente e realisticamente alternativo educa le masse a introiettare principi diversi da quelli trasmessi dal neo liberalismo. E in questo vi sono obiettivi a breve, a lungo e a lunghissimo termine: lo strumento é sempre il partito politico (certo non quello degradato della socialdemocrazia odierna).

In questo, l’analisi di G-L, totalmente dedicata alle idee e all’antropologia mostra i limiti, se non integrata all’analisi sociale. Essi non vedono (o sottovalutano) che la società si sta spaccando, che la crisi economica crea elementi di disagio e marginalità in parti estese della popolazione, che prima ne costituivano l’ossatura e la base. E’ pur vero che non vi saranno più i grandi assemblamenti, quell’omogeneità di fondo della società del dopoguerra che consentiva di creare coalizioni democratiche attorno al proletariato urbano – ne ho parlato a lungo nel capitolo 4 – ma questo non implica il rifiuto della lotta politica per il governo. E certo le condizioni di vita sono talmente differenziate, le diseguaglianze talmente estese, il disagio e la durezza delle condizioni materiali talmente incomparabile tra strati sociali, che non si vede perché un programma politico non debba porsi il problema di coalizzare chi vive condizioni di disagio. Il disagio di cui parliamo non é solo quello che si vive nei luoghi di lavoro, ma anche all’esterno. Certo, la possibilità di una coalizione passa anche per una rivoluzione culturale. Gli elementi di cultura e suggestioni proprie dell’uomo dell’era neo liberista sono certamente estesi e diffusi, ma in nessuno (esclusa una minoranza) in una forma totalizzante, né c’é bisogno solo chiamarsi individualmente fuori in modo radicale per far emergere principi alternativi. Un progetto politico della sinistra dovrà essere quello che – pur riconoscendo le molle individuali di aspirazione a una promozione si sè stessi – dia un senso ai percorsi di vita rendendoli convergenti verso obiettivi che riguardano l’intera società, le sue strutture e verso tutto ciò che si può conseguire di affermazione di dinamiche sociali (persino circoscritte) guidate da principi diversi da quelli prevalenti e presidiate politicamente.

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