I difficili rapporti tra Grecia e Turchia, soggetti a dinamiche interne e sovranazionali riconducibili alla rilevanza geostrategica dei due Stati, alle personalità politiche protagoniste e alle differenti ideologie, hanno subito un nuovo peggioramento all’indomani della decisione della magistratura greca di negare l’estradizione degli otto militari turchi (tre maggiori, due sergenti e tre capitani) accusati di aver partecipato al fallito colpo di stato del 15 luglio scorso e di avere rapporti con il presunto gruppo terroristico del predicatore e politologo turco Fethullah Gülen.

Gli aviatori, arrivati in elicottero nella città greca di Alessandropoli all’alba del 16 luglio e condannati a due mesi di detenzione con sospensione condizionale della pena per l’ingresso illegale nello Stato greco, si sono dichiarati innocenti ed hanno avvisato immediatamente le autorità greche dei trattamenti discriminatori riservati ai propri parenti rimasti in Turchia (che hanno perso il lavoro e subito la confisca dei passaporti) dalle forze di sicurezza di Ankara.

Gli otto militari turchi, da mesi impegnati in una battaglia legale per ottenere asilo politico in Grecia, hanno inoltre affermato di temere per le proprie vite e di poter subire maltrattamenti e torture in carcere qualora fossero rimpatriati e restituiti alle autorità di Ankara, condividendo, altresì, le dichiarazioni del Presidente della Corte Suprema di Atene Giorgos Sakkas secondo cui esisterebbe il rischio concreto che non venga garantito ai militari turchi un processo equo nel loro Paese d’origine.

Le leggi greche ed europee non consentono, infatti, l’estradizione dell’indagato in un Paese in cui l’individuo potrebbe subire trattamenti inumani o degradanti o in cui la sua vita potrebbe essere in pericolo.

Con la sentenza emessa lo scorso 26 gennaio, sostenuta da tutti i partiti politici ellenici e condivisa da altre tre Corti greche che si sono espresse analogamente, i giudici di Atene hanno quindi scelto di tutelare i diritti umani senza compromessi dichiarando indirettamente di non condividere la politica sempre più autoritaria e intollerante del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan che all’indomani del fallito golpe ha adottato una serie di misure repressive e lesive dei diritti umani per rimuovere i suoi oppositori e rafforzare il proprio potere.

La reazione di Ankara alla decisione della magistratura greca non si è lasciata attendere. Come temuto dal Primo Ministro Alexis Tsipras, la sentenza della Corte ellenica ha inasprito i rapporti bilaterali, già tesi e problematici, tra le due nazioni, risvegliando dispute di lunga data da anni sopite ma mai superate. La decisione in questione, che secondo le autorità turche è stata influenzata da pregiudizi di carattere politico ed è stata definita dalla stampa filogovernativa un vero e proprio scandalo, influirà sicuramente (e negativamente) sulla cooperazione greco-turca in materia di lotta al terrorismo e immigrazione, come anche sulle altre questioni bilaterali e regionali ancora aperte.

In un comunicato diffuso dal Ministero degli Esteri turco viene affermato, infatti, che l’atteggiamento della magistratura greca sarebbe contrario alle norme e ai principi del diritto internazionale e porterebbe all’impunità dei criminali e alla violazione dei diritti delle vittime, favorendo la protezione dei golpisti. Una situazione che la Turchia si rifiuta di accettare.

Tra le prime iniziative adottate dal Governo di Ankara a seguito della sentenza spiccano l’emissione da parte del Procuratore Generale di Istanbul di otto mandati di arresto per i soldati turchi espatriati (accompagnata da una richiesta formale all’Interpol per l’emissione di un mandato di cattura internazionale) e la violazione delle acque territoriali greche da parte di una nave militare turca condotta dal Capo di Stato Maggiore Hulusi Akar che la mattina del 29 gennaio ha transitato nei pressi delle isole Imia (in turco Kardak), da oltre vent’anni oggetto di una disputa tra i due Paesi in materia di sovranità.

L’accaduto, definito da fonti diplomatiche greche una mera provocazione nonché una ritorsione per il verdetto emesso dalla Corte di Atene, si è concluso con l’intervento delle forze navali greche che hanno scortato la nave turca fuori dalle acque elleniche, ed è stato seguito, a soli tre giorni di distanza, da una visita del Ministro della Difesa greco Panos Kammenos che, in occasione del ventunesimo anniversario della crisi militare del 1996, ha sorvolato in elicottero le due isole dell’Egeo per lanciare una corona di fiori e rispondere, allo stesso tempo, alle ripetute violazioni turche dello spazio aereo greco sopra le Imia.

Oltre alla questione delle isole Kardak, sarebbero a rischio anche i negoziati per la riunificazione federale di Cipro, divisa da oltre quarant’anni lungo la c.d. linea verde delle Nazioni Unite, che sono ripresi proprio in questa fase di rinnovata tensione tra Grecia e Turchia suscettibile di vanificare gli sforzi delle delegazioni coinvolte nei colloqui di pace. È altamente improbabile, infatti, un cedimento di Erdogan su Cipro che indebolirebbe la retorica nazionalista su cui il Presidente turco sta tentando di ricompattare il Paese. “Un ritiro completo delle truppe dall’isola è fuori questione perché senza Cipro la Turchia annegherebbe” ha dichiarato lo storico Liber Ortayli al quotidiano turco Hürriyet. Per ciò, considerati anche i molti nodi irrisolti su governance, territorio e proprietà e l’ultimo “affronto” della magistratura greca al Governo turco, la soluzione alla questione cipriota potrebbe sfumare anche stavolta.

Lo scontro (per ora solo verbale) tra Grecia e Turchia, è avvenuto poi alla vigilia del vertice di Malta del 3 febbraio in cui i Capi di Governo europei hanno discusso delle future strategie dell’UE in materia di gestione dei flussi migratori.

Con la nuova minaccia turca di rottura dell’EU-Turkey Statement, che prevede il respingimento in Turchia di migranti e profughi che non presentano domanda d’asilo presso le autorità greche e che ha contribuito a contenere i flussi tra Turchia e Europa, la Grecia si trova in una posizione sicuramente difficile. Come temuto dal Governo di Atene già in fase negoziale, Ankara potrebbe strumentalizzare la crisi dei migranti per rinforzare la sua presenza sull’Egeo e per ottenere concessioni dai Paesi dell’Unione, trasformando la Grecia in un “deposito di anime”.

Come dichiarato dal Ministro turco Mevlut Cavusoglu in un’intervista alla tv pubblica TRT all’indomani della sentenza greca, Ankara, pur non desiderando un’escalation della tensione con il vicino greco, non è disposto a piegarsi alle provocazioni di Atene e prenderà tutte le misure necessarie, ivi compresa l’annullamento dell’accordo di riammissione firmato il 18 marzo scorso, per garantire i propri interessi nazionali e la sicurezza a livello interno e internazionale (il riferimento è, in particolare, al conflitto in Siria, ai giacimenti off-shore di gas naturale a largo di Cipro, alla crisi dei migranti e alla lotta al terrorismo transnazionale di matrice jihadista).

Con la questione dei migranti che è tronata a fungere da strumento di pressione di Ankara nei confronti di Atene, ed il susseguirsi di aperture e crisi, collaborazioni e conflittualità ai limiti dello scontro aperto nell’Egeo, i rapporti bilaterali tra Grecia e Turchia sembrerebbero entrati in una nuova fase di tensione che, tuttavia, non dovrebbe sfociare in un vero e proprio conflitto armato, ma potrebbe comunque impedire la normalizzazione delle relazioni greco-turche (complicate anche dagli interessi geostrategici ed economici russi e statunitensi nell’area), che continueranno ad essere una pietra angolare determinante nel quadro della politica europea.

Marta Panaiotti

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