In occasione della conferenza annuale del Partito conservatore tenutasi a Birmingham il 4 ottobre scorso, il Primo ministro Theresa May ed il Segretario della Difesa Michael Fallon hanno annunciato il progetto di opting-out (deroga) del Regno Unito alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) con il fine dichiarato di proteggere i soldati inglesi impegnati in missioni militari all’estero da possibili accuse infondate di maltrattamenti, omicidi, arresti arbitrari, tortura, pestaggi e altre condotte criminose, ovvero da una serie di azioni legali definite false e pretestuose che secondo i conservatori inglesi hanno determinato solamente un cospicuo spreco di denaro pubblico e l’umiliazione di coloro che hanno servito la patria con coraggio e spirito di sacrificio.

L’idea, già prospettata dall’ex Premier David Cameron e sostenuta da coloro che contestano da sempre l’operato della Corte di Strasburgo, è stata rilanciata dall’attuale Esecutivo britannico in un momento sicuramente delicato della storia europea e, segnatamente, dei rapporti tra la Gran Bretagna (storicamente euroscettica) e le istituzioni dell’UE che dopo il voto del luglio scorso sono definitivamente degenerati lasciando ampio spazio all’ossessione populista britannica. Quest’ultima è riconducibile proprio al disappunto di una parte della politica inglese per la ridotta sovranità giudiziaria seguita all’approvazione dello Human Rights Act laburista del 1998 e alla creazione della Corte europea dei diritti umani in seno al Consiglio d’Europa nel 1959. La nascita dell’European Court of Human Rights, con i suoi ampi poteri in materia di controllo giurisdizionale, accertamento dei fatti, interpretazione del diritto e decisione definitiva e vincolante sulla sussistenza o meno di una violazione dei diritti inalienabili enunciati nella CEDU, è stata infatti ostacolata da quegli Stati (tra cui il Regno Unito) che non erano disposti ad assoggettarsi ad un controllo esterno e sussidiario in materia di diritti umani, ritenendo che ciò avrebbe potuto ripercuotersi negativamente sull’autonomia dei governi nazionali e sull’attività legislativa domestica, permettendo a un organo giurisdizionale sovranazionale di intromettersi negli affari interni degli Stati emettendo pronunce su materie delicate originariamente appartenenti alla loro domestic jurisdiction.

In linea con questa visione critica del sistema europeo di tutela dei diritti fondamentali, la stessa May ha dichiarato pubblicamente che la Corte di Strasburgo, privando il Parlamento e i tribunali  inglesi della propria autonomia, non permetterebbe a Westminister di pronunciarsi su questioni cruciali per la gestione del Paese e la protezione dei cittadini e avrebbe dato origine, negli ultimi anni, ad un sistema di azioni legali vessatorie a danno dei soldati britannici che hanno combattuto in Iraq e Afghanistan.

Il riferimento è alle indagini portate avanti dall’Iraq Historic Allegations Team (IHAT) istituito dal Governo laburista nel 2010 per fare chiarezza sui crimini commessi dai militari britannici ai danni dei civili iracheni tra il 2003 e il 2008. Si tratta di almeno 1.500 casi significativi di presunti abusi di cui sono stati accusati da diverse ONG i membri del contingente britannico che hanno prestato servizio in Iraq dopo l’invasione del Paese arabo da parte della coalizione internazionale guidata dagli USA per deporre Saddam Hussein. In relazione a questo caso, come anche all’Operazione Northmoor (che sta esaminando oltre 500 denunce sporte dagli avvocati di 150 cittadini afghani relative a una serie di abusi commessi dai militari inglesi contro la popolazione locale), il PM May ha promesso di porre un limite alle indagini sui presunti crimini di guerra attribuiti ai militari britannici durante l’invasione dell’Iraq e il conflitto afghano, filtrando meglio le denunce (alcune delle quali si sarebbero rivelate a suo dire palesemente false) e riformando i metodi d’indagine, per porre fine, in tal modo, a quella “caccia alle streghe” di cui i soldati britannici sarebbero vittime da alcuni anni a questa parte. “Gli abusi vanno perseguiti ma solo se fondati su denunce appropriate” ha osservato la May che, in linea con le ultime dichiarazioni del Ministro Fallon, ha affermato che il Paese può essere orgoglioso della disciplina con cui operano le proprie Forze armate che sono addestrate secondo gli standard più elevati, contraddicendo, in tal modo, quanto riportato nel Rapporto Chilcot pubblicato il 6 luglio scorso a conclusione di una lunga inchiesta commissionata dall’ex Premier Gordon Brown per fare luce sugli errori dell’intelligence e del Governo britannico prima e durante l’occupazione dell’Iraq.

Nei dodici volumi in cui è stato suddiviso il lavoro della commissione d’inchiesta viene infatti affermato chiaramente che la preparazione e l’equipaggiamento delle truppe inglesi, come anche la pianificazione dell’intera operazione, furono del tutto inadeguate e che i soldati inviati in Medio Oriente non furono in grado di reagire adeguatamente al largo utilizzo di ordigni esplosivi.

Tali affermazioni, come anche le numerose denunce contro i militari inglesi impegnati all’estero, avrebbero scoraggiato e inibito molti soldati, privandoli del coraggio di premere grilletto sul campo di battaglia per paura di essere portati in tribunale e venire coinvolti in azioni giudiziarie sproporzionate e ingiuste, secondo quanto dichiarato da diversi rappresentanti del Ministero della Difesa di Londra.

Di qui la proposta di optino-out che, secondo i suoi sostenitori, permetterebbe al Regno Unito non solo di proteggere i propri soldati permettendo loro di sentirsi più sicuri nel prendere decisioni difficili sul campo di battaglia, ma anche di risparmiare denaro pubblico da investire in armamenti. In realtà la somma spesa per gli avvocati dal 2004 ad oggi ammonta a meno di 10 milioni di sterline all’anno, ovvero una cifra irrisoria se messa a confronto con i 44 miliardi che il Governo di Londra destina annualmente alle spese militari.

Inoltre una nuova deroga alla CEDU (dopo quella del 2001 che è costata al Regno Unito una condanna per la detenzione sine die di nove cittadini non britannici sospettati di appartenere a gruppi terroristici legati ad al Qaeda) non bloccherebbe quella che Fallon ha definito “una vera e propria industria di vessazioni” contro il personale militare britannico, dato che la maggior parte dei ricorsi presentati riguarda casi di tortura e di trattamenti inumani e degradanti che sono vietati dall’art. 3 CEDU, ovvero una delle disposizioni della Convenzione tassativamente non derogabile.

Inoltre la procedura derogatoria prevista dall’art. 15 concede alle Alte Parti contraenti la possibilità di non rispettare gli obblighi previsti dalla Convenzione (fatta eccezione dei diritti garantiti dagli artt. 2, 3, 4§1, e 7) solo in circostanze eccezionali e con il fine ultimo di proteggere la nazione nel suo complesso e non i singoli individui, siano essi agenti dello Stato o privati cittadini.

Infine, è difficile immaginare una situazione che richieda necessariamente la sospensione del diritto ad un equo processo e della possibilità per i singoli individui di adire un giudice (entrambi garantiti dall’art. 6 CEDU), che interverrebbe in caso di deroga alla Convenzione ed avrebbe, tra gli altri, l’effetto di dispensare le Forze armate da ogni controllo giudiziario. Al contrario, quest’ultima sembrerebbe una misura assolutamente discriminatoria come confermato anche dallo Human Right Committee a proposito della possibilità di sospendere l’art. 14 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici.

A ciò si aggiunge anche il dubbio che una deroga all’obbligo degli Stati contraenti di predisporre adeguate investigazioni possa essere applicata alle inchieste che coinvolgono il personale militare rientrato in patria e che si svolgono in tempo di pace.

Per tali ragioni, diverse voci, tra cui quella della direttrice della ONG Liberty Martha Spurrier, si sono levate contro quest’ultima iniziativa del Governo britannico affermando che una deroga da parte del Regno Unito alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo servirebbe solo a proteggere quei membri del Ministero della Difesa che hanno qualcosa da nascondere, facendo apparire gli inglesi ipocriti e sleali e mostrando un doppiopesismo e un atteggiamento equivoci a livello internazionale.

Un altro aspetto ambiguo della vicenda, ha aggiunto la Spurrier, è che l’Esecutivo britannico ha proposto un progetto di deroga da applicare proprio a quei conflitti (come quello iracheno, libico e afghano) che sono combattuti, almeno ufficialmente, in nome della tutela dei diritti umani, dei principi democratici e del rule of law.

Analogamente si è espresso anche Rev Nicholas Mercer, ex tenente colonnello e consulente legale senior presso la 1st Armoured Division, che ha attaccato il Governo inglese per aver portato avanti una narrazione del tutto falsa cha ha fatto passare i 20 milioni di sterline pagati per risarcire le vittime di abusi in Iraq e i 326 casi portati di fronte alla Corte, come una questione trascurabile che avrebbe come unico obiettivo quello di tormentare e perseguitare i membri delle Forze armate. In realtà, ha osservato Mercer, chiunque sia stato coinvolto in un processo con il Ministero della Difesa sa perfettamente che quest’ultimo è disposto a pagare solo in presenza di casi veramente gravi o se vuole occultare situazioni imbarazzanti.

Anche la Law Society, che rappresenta gli avvocati d’Inghilterra e Galles, ha accusato Londra di voler indebolire lo stato di diritto intimidendo gli avvocati e impedendo loro di seguire e portare in tribunale casi legittimi, contravvenendo così a uno dei principi fondamentali delle Nazioni Unite sul ruolo dei legali adottato dall’ottavo Congresso sulla prevenzione del crimine nel 1990.

Alla luce delle recenti dichiarazioni di May e Fallon, quindi, la Corte di Strasburgo sembrerebbe un’istituzione più scomoda che utile, causa di molti problemi e fonte di garanzie eccessive che ostacolerebbero il regolare svolgimento delle operazioni militari e il corretto funzionamento della giustizia inglese.

In realtà, la Corte europea dei diritti dell’uomo in questi primi 60 anni di attività non ha dimostrato solo di poter modellare il diritto britannico, ma anche (e soprattutto) di favorire il progresso civile dichiarando violazione dei diritti umani il trattamento subito dai militanti dell’Irlanda, estendendo ai detenuti il diritto di voto, promuovendo l’emancipazione del movimento gay, bloccando l’espulsione di alcuni richiedenti asilo ed anche esaminando i comportamenti dell’esercito britannico in Iraq e Afghanistan.

Marta Panaiotti

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