Salvador Dalí: arte, estro e genio che sanno affascinare a distanza di un secolo

L’11 maggio 1904 a Figueras, nella parte estrema della Catalogna occidentale, nasce Salvador Dalì. Dopo più di cento anni l’artista spagnolo riesce ancora ad attirare l’attenzione di tutto il mondo con le sue opere estremamente riconoscibili, uniche e senza dubbio molto originali. Dalì rappresenta uno delle figure più eccessive, teatrali e stravaganti di tutta l’arte Novecentesca e il suo genio riesce a far sì che la sua identità risulti, a sua volta, un’opera d’arte. 

Nel 1922 Dalì è un giovane che a Madrid si muove tra anarchismo e dandismo. Mostra interesse per la psicoanalisi di Freud e per la possibilità che questa regala di avere un punto di vista stravolgente e rivelatore su cose e situazioni spesso nascoste dall’inconscio umano. La sua pittura mostra delle iniziali attenzioni impressioniste e poi una vicinanza alla corrente artistica di inizio Novecento, il Cubismo. La sua prima mostra personale è del 1925 alla galleria Dalmau di Barcellona: le opere che spiccano maggiormente durante tale esposizione sono le raffigurazioni di figure femminili, per le quali faceva da modella la sorella dell’artista Ana Maria.

Conosce Mirò, famoso artista spagnolo vicino alla corrente artistica del surrealismo, il quale lo mette in contatto con Picasso. Il rapporto tra quest’ultimo e Salvador non è mai stato facile. Dalì a Parigi debutta nell’ambito del cinema, che in quel periodo rientrava nelle avanguardie. Il 6 giugno 1929 viene presentata “Un chien andalou” (Un cane andaluso), proiezione scritta dall’artista spagnolo in collaborazione con Buñuel (regista, sceneggiatore, e produttore cinematografico spagnolo tra i più celebri esponenti del cinema surrealista). La produzione era un cortometraggio, realizzato a Parigi, con una sequenza di visioni che si sottrae a ogni tentativo di spiegazione causale, logica o razionale, e a ogni possibile sviluppo narrativo. Fin da subito Salvador ha un grande successo e ne è consapevole.

Nel 1929 inizia la sua relazione amorosa con la moglie di Magritte, conosciuta da tutti con il nome Gala, una donna russa molto bella e intraprendente. Gala ha dieci anni in più rispetto a Salvador, ma ciononostante lascia il marito e fugge con il suo nuovo amore. Questa donna diventa anche manager dell’artista e i due si sposano poi nel 1934. Nel 1932 tiene altre due mostre a Parigi, mostrando la sua predilezione per la pittura. Definisce in questo periodo il metodo definito “paranoico critico”, spiegato dall’artista stesso “metodo spontaneo di conoscenza irrazionale basato sull’oggettivazione critica e sistematica delle associazioni e interpretazioni dei fenomeni deliranti”, ovvero delle immagini che vogliono raffigurare pulsioni come la passione amorosa, il sadismo, lo stravolgimento spaziale e temporale del sogno, con un arbitrio enigmatico e con un latente simbolismo.

Dalì riprende poi i punti principali del Surrealismo: usa in modo ironico l’immagine di  Lenin, e anche di Hitler, con un’indifferenza etica che rende le figure della storia bidimensionali e neutralizzate. Dopo Salvador, tale meccanismo sarà ripreso anche da Andy Warhol. Nel 1933 Dalì arriva a New York per la prima volta: si ritrova in una realtà dove l’eleganza e la forza mediatica sono elementi centrali e lui con la sua eccentricità si trova perfettamente a suo agio. L’artista decide di far crescere i suoi baffi che poi dal 1940 diventeranno i suoi inconfondibili baffoni a punta, che lo rendono ancora più unico, facilmente riconoscibile e particolarmente stravagante.

Nel 1941 al MoMA (Museum of Modern Art) si tiene una sua grande mostra personale che poi verrà esposta in altre otto grandi città. Negli anni newyorkesi inizia a produrre copertine e disegni per riviste popolari, illustra libri e continua a lavorare anche nel cinema al fianco di registi importanti quali ad esempio Alfred Hitchcock. In quel periodo approfondisce inoltre la possibilità di realizzare quadri stereoscopici o con l’utilizzo dell’ologramma facendo molte sperimentazioni. Negli anni Cinquanta, per motivi pubblicitari, irrompe prepotentemente nell’iconografia sacra con grande cinismo e inoltre inizia ad intrattenere dei rapporti cordiali con il dittatore spagnolo Francisco Franco.

Il suo ultimo progetto è l’ideazione e la realizzazione di un monumento in vita che possa soddisfare la sua continua voglia di spettacolarità, grandezza, fascino e sorpresa. Decide quindi di trasformare il teatro di Figueras, distrutto durante la guerra civile spagnola (1936-1939), in un museo: era inoltre il luogo dove aveva tenuto la prima esposizione pubblica a soli quattordici anni.  Le idee di sistemazione architettonica e allestimento dello stabile sono numerose e stravaganti ma l’artista viene poi colto dal morbo di Parkinson. Il 23 gennaio 1989 Salvador Dalì muore e la sua volontà era di essere seppellito proprio nel suo museo a Figueras.

Il numero delle sue opere è molto vasto: ognuna di queste riesce a definire un tratto dell’estro artistico del pittore spagnolo.

Una delle opere tra le più famose ed emblematiche è un olio su tela del 1934 intitolato “La persistenza della memoria”, noto anche come “Gli orologi molli”. Il soggetto dell’opera è chiaramente il tempo come è   suggerito, appunto, dagli orologi. Nella figura a terra, se guardata attentamente, si può individuare il profilo dell’artista, mentre sullo sfondo quella che si vede è la costa della Catalogna.  

Altra opera suggestiva è “Coppia con le teste piene di nuvole” (olio su compensato del 1936): i soggetti sono Salvador e sua moglie Gala. Il paesaggio che si vede è quello di Port Lligat (nel comune di Cadaqués in Spagna) e poi ci sono due tavoli in primo piano coperti solo da una tovaglia bianca e  con pochissimi oggetti.

Uno dei dipinti del periodo newyorkese è “Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana, un attimo prima del risveglio”, del 1944. In primo piano c’è Gala che dorme sospesa sulla roccia di un paesaggio marino, che potrebbe essere anche questa volta Port Lligat. Il corpo nudo della donna è accompagnato da gocce d’acqua, un melograno e un’ape. Il sogno dell’amata è raffigurato nella parte alta della tela: da un melograno fuoriesce un pesce, dalla cui bocca escono a sua volta due tigri. La tradizione cristiana vedeva nel melograno il simbolo della fertilità e della resurrezione, mentre l’ape è un elemento collegato alla figura della Vergine. Sullo sfondo, in terzo piano, si vede un elefante con le gambe sottili, come quelle di un fenicottero, il quale passeggia sul mare e sulla schiena porta un obelisco, richiamando così l’elefante di Gian Lorenzo Bernini in piazza della Minerva a Roma.

Salvador Dalì sosteneva che “L’arte progressista può aiutare le persone a conoscere non solo le forze oggettive all’opera nella società in cui vivono ma anche il carattere intensamente sociale delle loro vite interiori. In ultimo può spingere le persone verso l’emancipazione sociale.”. Il suo genio, la sua stravaganza, la sua profonda introspezione, non solo nelle persone ma anche nella società, attraverso le sue tele e le sue idee, lo rendono sempre attuale e appropriato a contestualizzare il mondo contemporaneo con uno sguardo che oltrepassa ogni linea scontata. Lo spettatore può perdersi, interpretarsi e definirsi nelle opere di Dalì per riscoprire qualcosa di segretamente celato dal suo inconscio.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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