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L’avvento del buio favorisce una mutazione coloristica degli elementi e dello sfondo che li accoglie, creando uno spazio invaso di luci morbide e sfumate: i contorni si disperdono, ogni cosa collabora all’edificazione dell’eccitante fluire dei sogni ad occhi aperti, fiume raro che scorre esclusivamente nei periodi di massima sublimazione mentale, quando l’esterno si irradia della più creativa interiorità.

Durante l’eterea ascesa, l’aria sfocata e sovraffollata di fantasie pare popolarsi anche di quell’impalpabile e rilassante pulviscolo che simula i più comodi cuscini imbottiti: le palpebre cedono lentamente al contagio della sonnolenza, gli altri sensi, saturi di emozioni, si assopiscono con inaudita soavità, adagiandosi sulle felpate esperienze trascorse di recente, disposte in modo da subire una beata ed inconscia rielaborazione notturna; il presente si trasforma in ricordo ancor vivido, da rivivere difettando dell’attiva partecipazione del corpo sveglio, ma, contemporaneamente, godendo di uno spettacolo virtuale che, fino a poco prima, ha avuto la fortuna di incarnare una fulgida e giuliva rappresentazione del reale in quasi tutta la sua interezza.

Cerco il caldo piacere di un riposo ristoratore ma, stordita dagli accadimenti della giornata, prossima a concludersi, non sono in grado di focalizzare pienamente il luogo adatto alla scopo, né tantomeno riesco a notare quei dettagli estetici che potrebbero concorrere alla sistemazione raffinata di una camera perfetta; la notte è ormai padrona dell’etere, il cielo è denso e scuro come melassa, che cola sulle mie pupille, sedandole definitivamente: non ho più stimoli né desideri, se non cadere per un po’ nelle braccia di Morfeo.

Tutt’altro che priva di riflessi, la mia mente dormiente intraprende, per buona parte del regno delle tenebre, un viaggio parallelo, lungo il quale, oltre a riprodurre il giovane passato, pianifica con estrema facilità le aspettative per il giorno seguente: non si tratta di una rigida tabella di marcia, ma di una serie scomposta di sequenze e fotogrammi, che si susseguono spesso in maniera frenetica, rispecchiando il caos febbrile dei pensieri; e ciò che si preannuncia è l’indole propositiva e ben disposta nei confronti del mondo e dell’esistenza, tipica dello spirito natalizio, il quale genera un insieme di scene che, solamente in questo periodo, tendono ad unificare il vissuto all’immaginifico, permettendo a quest’ultimo di trionfare nella stesura e nella realizzazione effettiva degli attimi più belli, senza troppi sforzi.

Con la medesima velocità di transito, i sogni della notte si dileguano nel primo incontro della retina con la luce, lasciando una scia incostante di impressioni confuse: una coltre di stupore e di buoni propositi mi scalda e mi accarezza con le sue soffici coperte, l’impatto con il mondo che rinasce nel sole viene attutito dal tepore dell’accoglienza, come solo nei luoghi del cuore può verificarsi, quando il respiro, prima in affanno, ascolta rapito l’inno alla lentezza, fino ad incontrare quell’accadimento che smorza ogni fiato; il risveglio, in un simile contesto, è un ringraziamento alla vita ed alle sue migliori estrinsecazioni, un rituale forgiato a partire dal profumato candore dei cuscini, nei quali il viso stropicciato saluta con timidezza il miracolo di un nuovo mattino.

I luoghi del cuore spaziano dal romantico paesino di montagna al propizio stato mentale, sono condizioni di ricercatezza che, dal piacere estetico, conducono ad una massima soddisfazione dei sensi: ci sono posti che rimandano alla bellezza di un passato vissuto, ma anche ad un futuro colmo di traguardi, si tratta di ameni rifugi per scappare da una realtà spesso asfittica e sedare tutte le paure, nella tranquillità di uno spazio conosciuto o, più insolitamente, con il quale si è creata una speciale empatia.

Da un infuso lenitivo, estratto direttamente dalle proprie fantasie, prende forma concreta la stanza magica, una suite ideale, aliena a qualsivoglia cronotopo ordinario: tutt’intorno vengo investita da un subitaneo scintillio di decori e di oggetti natalizi che, a primo impatto, quasi offende i miei occhi ancor sonnolenti, non del tutto capaci di decifrare quei lampi epifanici; ma la vista scorre interessata, consapevole che l’indicibile scenario è soltanto all’inizio, mentre le parole arrancano nella fanghiglia dell’inadeguatezza, lontane da una descrizione dignitosa.

Ci sono dovunque suppellettili e pupazzi dalla fattezza ovina, delle più svariate tipologie, invadono sedie, poltrone, lettini, piccoli divanetti, si sporgono dai cesti di vimini, si affacciano alla finestra con i loro piccoli occhi buffi e curiosi, cuciti a mano: d’un tratto, le pecore, dalle gambe lunghe e slanciate, dai corpi variopinti o ricoperti di vestiti di pizzo, coinvolte in un fulmineo processo di umanizzazione, si alzano in piedi e si dirigono verso di me, per darmi il benvenuto nella loro comunità, piccola soltanto all’apparenza; è tutto un prezioso ed armonico sottofondo di belati e di imbottiture lanose, un’interminabile sfilata di figure, dai musi tondi o allungati, ognuna delle quali dedita ad una specifica attività ricreativa, quasi tutte finalizzate alla creazione della miglior atmosfera natalizia che si sia mai percepita.

In fondo alla camera, su di un tavolo, una minuscola pecorella di stoffa sembra dirigere i lavori: indossa un abito di cotone bianco, ma, per l’occasione, ha aggiunto un nastro di raso rosso, legato intorno al collo a guisa di papillon; a prima vista, si nota chiaramente che è una tipa sveglia, non di rado ribelle ed autoritaria, e, con il suo bizzarro muso a triangolo, non esita ad impartire ordini e a fornire chiarimenti sulle varie mansioni da svolgere, fiera del suo essere tanto piccolo quanto carismatico.

Per conferire maggior ritmo ai preparativi per la festa, la piccola pecora fa partire il giradischi: la puntina si posiziona immediatamente nel solco della musica classica, si alternano con vivacità i valzer e la polka, richiamando i più favolosi ricevimenti della corte austriaca; le pecore si lasciano contagiare dal suono invecchiato del vinile, da quella musica immortale che sparge raffinatezza e buon gusto senza limiti, tant’è che una coppia ovina dall’aspetto più che pregevole, lui in smoking, lei con scarpe dal tacco rosso, iniziano a danzare al centro della stanza, incantati dalla forza prodigiosa di quelle melodie, trascinando anche le altre pecore in molteplici e vorticose combinazioni di passi.

Poco dopo si cambia strumento sonoro: alzata e spostata la puntina dal long playing, adesso è la volta del carillon, una cupola di ceramica danese finemente ricamata con sottili filigrane dorate, dal quale, una volta aperto, si propagano nell’aria le note del Lago dei Cigni, sicché ogni pecora si getta nella mischia e tenta un balletto di infinita delicatezza; tutte sono volenterose di emulare le due figure umane all’interno del carillon, strette l’uno all’altra, leggiadre come il volo delle colombe, tant’è che sembrano librare nel vuoto per inerzia fatata, lei con un papavero tra i capelli biondi, lui con l’abito delle ricorrenze, fino a scambiarsi un solenne bacio d’amore autentico.

È tutto un pullulare di balli gioiosi e scatenati, di pecorelle iperattive e spensierate, capaci di conciliare impegno e divertimento, ogni lavoro viene effettuato con serenità e diletto, tra abbracci ed auguri di buon auspicio: l’entropia nella stanza aumenta vertiginosamente, zampe e code felici possiedono un moto costante, tutt’altro che silenzioso; una gatta e una cagnolina, tinte di fumo di Londra, insospettite dai rumori, si sporgono un poco dall’uscio accostato della camera ma, assistendo a quel surreale trambusto, si ritirano velocemente, quasi spaventate dall’insolita baraonda.

La festa di Natale è ormai iniziata: le danze, nel bel mezzo del loro svolgimento, sono accompagnate da bevande e cibi prelibati, in un perenne andirivieni di piatti, bicchieri, pentole e padelle fumanti; io sono ancora nel letto, non più stanca, ma sempre più stordita, incredula a ciò che mi succede intorno, mentre cerco di capire da dove provenga una simile organizzazione, come abbiano fatto quei timidi esserini inanimati a tramutarsi in abili soggetti senzienti, in grado di procurarsi persino le stoviglie per preparare il banchetto natalizio.

I miei occhi, stralunati, continuano ad indagare tra quelle menti e quei corpi senza requie e, come era successo prima di addormentarmi, avverto nuovamente un senso di alienazione, mi sento sempre più avulsa dal reale, a causa del mix sinestetico di melodie viennesi, squisitezze culinarie e profumi inebrianti: una pecora grigia, dal vestito fiorato, abbandonando l’improvvisata ma impeccabile cucina, si avvicina e mi porge una tisana caldissima, aulente della mistica mescolanza di zenzero, cannella e cardamomo; mentre la bevo, porto lo sguardo oltre gli accadimenti interni, verso le imposte, e mi lascio cullare dalla neve che cade all’esterno, formando un mantello vincitore di limpidezza e regalità, per poi ricadere nell’oblio…

Ancora una volta, mi risveglio nella pace assoluta, in un silenzio quasi glaciale, frastornata dall’insensato cambio di atmosfera: la stanza è immota, ma ciò non scalfisce la sua magica bellezza, l’incanto dei colori e delle forme che la occupano, con le pecore adagiate nei propri giacigli, lontane dalla concretezza degli esseri animati, come se nulla sia mai accaduto nel loro piccolo mondo, fatto di giochi e immaginazione; si tratta dell’ennesimo sogno notturno, che tuttavia ha lasciato una profonda impronta nella mia memoria, in questa mattina della Vigilia, foriera di preparativi e di festeggiamenti ormai prossimi.

Eppure, se osservo bene in fondo alla camera, sul tavolo, c’è quella minuta pecorella dal muso a triangolo che mi fissa, impettita ed orgogliosa, pronta a pronunciare a tutto il gregge importanti decisioni di Natale.

 

Alessia Citti

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