Seni seviyourum, l’amore sulle rive del Bosforo (quinta e ultima parte)

Seni seviyorum: l’amore sulle rive del Bosforo (prima parte)

Seni seviyorum: l’amore sulle rive del Bosforo (seconda parte)

Seni seviyorum: l’amore sulle rive del Bosforo (terza parte)

Seni seviyorum: l’amore sulle rive del Bosforo (quarta parte)

Il vicolo cieco si tramuta in una vastità senza confini, suscettibile di qualsiasi aggiunta o cambiamento, la narrazione decolla nell’immensità, valutando insolite direzioni, inediti incroci di contesti reali e dimensioni parallele, in un continuo confronto tra azioni tangibili e imprendibili meditazioni.

Ilker getta il suo uditorio in una nuova prospettiva semantica: la sua regia letteraria potrebbe dilatarsi all’improvviso, abbandonando i canoni usuali del tempo e dello spazio, e si colloca nella mente della protagonista, fulcro di repentini cambi di scenario.

Özge ha gli occhi puntati al cielo. Più precisamente, è sovrastata da un soffitto, una cupola antica di dimensioni esagerate: Santa Sofia le trasmette l’idea di un vuoto incolmabile, che grava più di un macigno; la preziosità dei mosaici dorati non sembra donare calore all’ingestibile vacuità.

Lo sguardo, sentendosi inferiore, è in difficoltà e, mentre analizza gli elementi islamici più in basso, simili ad inquietanti avvertimenti, prova ad organizzare lo spazio, colmandolo di pensieri ancora più instabili e altalenanti; non si propongono altre soluzioni possibili: la psiche edifica rimembranze partendo da una decorazione usurata dal tempo, medita in prossimità ma, alla prima occasione, devia e viaggia molto lontano.

Allo spaesamento visivo si accompagna la confusione uditiva: il vociare delle persone nella basilica si trasforma in un insensato sussurro, che rimbomba tra le ampie cavità degli interni, volteggia tra l’abside e le navate, fino ad elevarsi a sottofondo cupo ma armonioso, perfettamente integrato alla luce soffusa che si affaccia a fatica dalle insufficienti vetrate, causa di una perenne penombra.

La ragazza, incitata dal nebuloso contesto, non esita a lasciarsi trasportare in un’altra dimensione, ponendo la solita distanza tra sé e il presente: con la testa rivolta ancora verso l’altro, fa qualche solenne passo in avanti, discreto ma deciso come il suo anelito immaginifico.

Il bisbiglio sommesso le ricorda gli infiniti corridoi di un aeroporto, dove le voci dei passeggeri si affievoliscono, dominate dai puntuali annunci degli altoparlanti, creando facilmente assuefazione; nell’ipnosi fomentata dal succedersi di ampie sale futuristiche, tra scarni sedili scuri e giganteschi piloni a vista, a sostegno dei muri vitrei, Özge si dirige verso l’esterno, alle prese con un’altra successione pressoché identica di oggetti: in questo caso, aerei in fila, dalle code variopinte, svelano la propria provenienza, suscitano curiosità morbose su coloro che li hanno utilizzati, sulle aerovie che hanno solcato, collegando partenze e destinazioni, delineando un’altra spirale psicotica che non fa che accrescere i dubbi e i quesiti, insieme alla paura di non riuscire a risolverli…

Finalmente un rumore differente rompe le catene della riflessione nervosa: tra le braccia di Özge, Şafak reclama con prolungati miagolii una carezza, riportando la padroncina nell’edificio storico.

Nel medesimo istante, Engin appoggia la mano sulla spalla dell’amica; anche lui si è accorto della distanza psicologica di Özge, una lontananza tutt’altro che spensierata, così decide di riportarla al realtà, avendo notato nei suoi occhi assenti una pericolosa chiusura mentale: «Forse è meglio uscire» afferma preoccupato.

Un paio di minuti e la piccola combriccola è all’aperto: Şafak stiracchia le zampine in tutta la loro lunghezza, come a voler accogliere il tepore del sole senza disperderne nemmeno un raggio, mentre Özge riesce finalmente a riprendersi e a diradare le ombre che opprimevano la sua mente; la luce fuori illumina i suoi occhi, di nuovo brillanti, e spalanca il buonumore.

Prima di immergersi nel Gran Bazar, Engin e la ragazza decidono di fare merenda, in attesa del tramonto, finché la frescura dei pomeriggi inoltrati di febbraio non si diffonda nell’aria ancora tiepida e soleggiata; sostano a pochi metri dalla basilica, aspettano che un venditore ambulante finisca di preparare una coppia di Tarihi Osmanlı Macunu, la tradizionale caramella ottomana: cinque colori differenti di zucchero caramellato vengono arrotolati su una bacchetta di legno, formando una spirale multicolore, dal gradevolissimo aroma fruttato.

Mentre assaporano il proprio dolcetto su una panchina, i due giovani ammirano la sfera infuocata del sole sparire dietro l’enorme cupola bizantina, lasciando dietro di sé una tavolozza di campiture che spaziano dal rosa pallido al viola tenebroso, fino alla sovranità indiscussa dell’arancio, così acceso che sembra il frutto di una spremitura combinata di arance, zucche e carote nel pieno della loro maturazione.

La luce scema, il cielo si scurisce, i lecca lecca si esauriscono; Özge, per ovviare all’incipiente imbarazzo, sposta l’attenzione di Engin su Şafak, che rosicchia il bastoncino vuoto ma ancora imbevuto del sapore zuccherino: la linguetta ruvida della gattina è intenta a sondarne ogni fibra legnosa.

I due fanciulli si guardano, piuttosto che alle parole preferiscono dar voce al silenzio, l’imbrunire accarezza i loro volti: violando la compulsiva distanza di sicurezza, le dita delle mani si cercano per soppiantare il freddo muro su cui poggiano, le labbra, curvate in un sereno sorriso, sono improvvisamente pronte a sfiorarsi

La preghiera serale non lascia alcuna possibilità di concentrazione: il richiamo del muezzin riecheggia in tutto il quartiere, impossibile non prestarvi ascolto, o far finta di nulla ignorando la sua potenza; da quelle onde sonore scaturisce un’energia tale che aggredisce i timpani e interrompe qualsiasi altra, pur importante, occupazione, come quella di un tenero bacio.

Engin e Özge si risvegliano dal loro privatissimo momento di interazione, del quale dimenticano ogni istanza romantica: i loro visi, di nuovo lontani, si osservano con la solita reticenza, spezzando quell’amorosa reciprocità che pareva essersi creata tra di loro; stanchi di restare seduti, si alzano e, dando un’ultima occhiata al cielo ormai quasi scuro, attraversano una delle ventidue porte ed entrano nel Gran Bazar.

Lo shock visivo è fortissimo: in pochi secondi il fioco tremolio dei lampioni cede il posto ad un corridoio abbacinante, inondato dalla luce artificiale dei riflettori, posti all’altezza delle arcate, e, soprattutto, dall’illuminazione dei singoli negozi, a cui si aggiunge il seducente coro cromatico della merce in vendita; una lunghissima ipnotica vetrina espone narghilè panciuti, ceramiche dalle decorazioni più fantasiose, saponi dai rilassanti aromi di lavanda, miele, olio d’oliva, perline in oro, argento o coperte di gemme, kilim abilmente intrecciati, appetitosi lokum impolverati dallo zucchero a velo… la merce attrae e conquista, coadiuvata dall’arte persuasiva dei commercianti.

Costantemente affascinata da tutto ciò che brilla e trasuda arcobaleni, Özge si lascia travolgere dall’artigianato locale e, nonostante ne possieda già parecchie, non può fare a meno di acquistare altre ceramiche, prediligendo i motivi floreali: «La mia casa deve accogliere sempre colori, novità e bellezza, sotto qualunque forma» confessa la ragazza all’amico.

Con le centinaia di occhi di Allah che scrutano le decine di persone in transito al mercato, ormai assuefatti agli effluvi fumanti provenienti dai bicchierini di tè, offerti quasi ad ogni metro, i due giovani escono dall’immensa storica struttura per dirigersi verso il Bosforo, dove un tavolo prenotato li aspetta, per una cena che ha tutta l’aria di essere spontaneamente romantica.

Il ristorante, complice la serata mite, ha disposto i tavoli fuori, in prossimità di lampade che emanano un piacevole tepore; sullo sfondo, la torre di Leandro è già illuminata, in compagnia di alcune lampare, mentre le navi turistiche di medie dimensioni avanzano lentamente, scontrandosi con i flutti acquosi dello stretto: al loro interno sono allestiti seminari di lingua turca, ma anche aperitivi, allietati dal chitarrista di strada, e spumeggianti sale da ballo, la cui musica a tutto volume entra in conflitto con il silenzio della notte.

Engin stringe la mano della sua amica e la accompagna al tavolo apparecchiato per l’occasione, ma senza tanti fronzoli: una tovaglia a quadri bianchi e rossi, che odora di sapone all’olio di mandorle, una candela accesa, una rosa rossa in una bottiglia piccola ma dal collo lungo e stretto; i piatti accolgono una mescolanza di peperoni, cetrioli, pomodori, adagiati su calde fette di pane tostato, e poi olive, fagioli, patatine fritte e tante ciotoline con salse cremose e piccanti.

Özge non può immaginare un contesto migliore da condividere con qualcuno e se ne sta lì, un po’ dubbiosa, a valutare la veridicità di quanto sta accadendo; alla fine, per evitare figuracce, si  concentra sul suo stomaco affamato e si siede, determinata a godersi quelle inaspettate attenzioni a lei rivolte.

Il ragazzo è seduto di fronte e, dopo un timido sguardo corrisposto, entrambi cominciano a mangiare, allentando la tensione con una conversazione poco impegnativa, spesso interrotta da gustosi bocconi: ridono dei lampadari economici, dalla luce fioca, che pendono sulle loro teste, immaginano le peripezie marinaresche delle piccole imbarcazioni, ormeggiate al molo poco distante, mentre ondeggiano con piccoli tonfi.

Il glicine cattura la loro attenzione: il suo tronco, nei pressi della porta d’ingresso, si sviluppa in sinuose ramificazioni che circondano l’intero ristorante, faticando a nascondere i segnali di una imminente precoce fioritura; i primi calabroni provano a giocare a nascondino tra i grappoli non ancora dischiusi.

I piatti ormai quasi vuoti mostrano l’alto gradimento della cena, la seconda caraffa d’acqua sconfigge la tentazione degli alcolici, d’altronde mai stata così esplicita; l’ottimo cibo ha soddisfatto e colmato il corpo e lo spirito dei fanciulli.

Dopo un susseguirsi di musiche tradizionali, dall’altoparlante all’angolo della veranda si propaga la canzone di una nota fiction televisiva; la candela sul tavolo, ormai consunta, si spegne, le note di quel magnifico brano diventano il tema portante della scena: Engin, approfittando della calma dovuta alle poche persone presenti nel locale, si alza dalla sedia e invita Özge a ballare con lui.

L’aria si riempie di energia, i passi di danza, sincronizzati senza sforzi, guidano i respiri accaldati per l’emozione, le iridi più che mai luminose risplendono di affetto condiviso: l’incedere lento facilita l’abbraccio e i due giovani si ritrovano stretti l’uno all’altra, dimenticando, all’apparenza, le ritrosie e le ansie di un contatto non programmato; cullati dalla rilassatezza, gli occhi si socchiudono, la mente abdica allo stress, rinunciando alle pretese di una perenne concentrazione.

Özge sente di non aver mai provato prima d’ora tutta questa spensieratezza: il mondo intorno a lei galleggia privo di preoccupazioni, gli oggetti circostanti transitano davanti al suo sguardo e, come a voler seguire il suo ritmo e quello del suo amico, concorrono a formare un prezioso carillon; ogni movimento, qualunque ne sia l’artefice, è armonizzato alla perfezione, all’interno di un immaginario impeccabile meccanismo.

Lungo istanti di sopraffina evasione, la ragazza sta quasi per dimenticarsi di Şafak, tant’è che la osserva con mente distaccata: lo straniamento si sta pericolosamente evolvendo in assenza di cautela…”

Ilker è sul punto di far cambiare rotta narrativa alla sua storia e si ferma proprio all’inizio di quel finale: Elsa e Julian lo ascoltano perplessi, perché sono già preparati ad un classico lieto fine, che rimanda a numerosi, ma in parte desueti, lungometraggi d’animazione con personaggi principeschi.

Tuttavia, il narratore ha ormai deciso di affidarsi a tutt’altra prospettiva diegetica, puntando addirittura su una repentina velocizzazione della conclusione; stringe con veemenza un amuleto, dal quale pende una gemma di zultanite, e riprende a parlare:

“Miei attenti ascoltatori, probabilmente vi state già crogiolando nelle solite romanticherie da film tedesco o da commedia televisiva turca e non vi biasimo: le vicende approntate dai registi di questi due generi ce la mettono tutta per portare sugli schermi speranza e serenità e riescono sempre a mantenere un pregevole livello stilistico e una trama avvincente attraverso la loro intera durata, senza volgarità, violenza né sequenze esageratamente tragiche.

Ma stavolta si procede diversamente.

Eravamo rimasti alla nostra cara Özge, smarrita in una pericolosa perdita di percezione del contesto esterno, un offuscamento della sua indole vigile che nulla ha a che vedere con il sopravvento della componente fantasiosa; non credete che si possa essere sognatori nonostante la consapevolezza del reale?

A mio parere, è un atteggiamento al tempo stesso propositivo e responsabile; eppure la protagonista sembra minare questo benefico quanto precario equilibrio…

La gattina nera, dopo aver trascorso la cena acciambellata sulle gambe della padroncina, adesso è seduta sulla sedia, intenta a scrutare lo spazio in educato silenzio; inavvertitamente, si lascia coinvolgere dal luccichio delle posate d’acciaio e, con una decisa spinta della sua zampetta, una forchetta cade a terra.

Il tintinnio generato dalla caduta non arreca affatto disturbo, ma per Özge è più che abbastanza, tant’è che le sue palpebre si spalancano bruscamente: la psiche, dapprima così rilassata, sprofonda nell’eccesso opposto di un tumulto di pensieri agitati, dove un treno sfreccia a 200 chilometri orari, lambendo foreste, montagne, fiumi di ghiaccio; le mappe informative riportano castelli, giardini rigogliosi, d’improvviso sfregiati dai fumi delle ciminiere, più spessi di una valanga, soffocando animali e persone, serrando i cieli in una stanza buia senza uscita.

Il traumatico risveglio disperde la quiescenza, allontana qualsivoglia ipotesi di mediazione relazionale, anche se prudente: la fanciulla si divincola dall’abbraccio di Engin, solleva sbrigativamente la forchetta dal pavimento e raccoglie Şafak nei suoi palmi come una coppa contenente un liquido pregiatissimo.

Il ragazzo fissa la scena sbigottito: nonostante i suoi onesti sforzi, la serata si rivela persino peggiore delle aspettative.

«Devo andare, scusami», sentenzia la ragazza; lascia cento lire sulla tovaglia e scappa via con il felino sottobraccio: la sua fuga non è stata completamente giusta, ma la sua decisione sì.

Quel banale gesto di Şafak le ha fatto capire le sue priorità, le ha spalancato la porta verso ciò che vuole veramente e, all’indomani, il suo trolley è già pronto, l’amica pelosa riposa nel trasportino: Özge sta per partire per un viaggio, forse di qualche giorno o di oltre due settimane, poco importa, non è necessario fare programmi; ha una compagna speciale al suo fianco, farà nuove esperienze e conoscerà un altrove differente in ogni città esplorata, in ogni luogo custode di futuri meravigliosi ricordi… vigilando su di sé e sui propri sogni.”

Elsa e Julian salutano ed escono dal negozio, non ancora convinti del senso del racconto che hanno appena ascoltato; Ilker è certo che prima o poi lo coglieranno.

Mentre una parte del suo pensiero si allontana e si diffonde inconsapevolmente, veicolata da quelle due giovani menti, l’artigiano chiude il negozio in anticipo: il giorno dopo si alzerà prima dell’alba e, salendo sulla verde collina di Çamlıca, contemplerà le acque rosate del Bosforo, attento e “fluente” osservatore di pezzi di vita e spettacoli dal quotidiano; sarà una mattina limpida, autentica, e la sua introversa saggezza costituirà un’altra fulgida memoria da conservare.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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