La definizione di un nuovo ordine mondiale, è cosa nota, si lega indissolubilmente all’evoluzione geopolitica mediorientale e all’auspicata fine delle ostilità in Ucraina.
Evoluzione verso la quale si fatica però a ricercare e raggiungere una soluzione comune.
Diversi gli interessi, diverse le posizioni. Nulla di particolarmente sorprendente.
È questo il quadro che emerge dalla riunione dei ministri degli Esteri del G20, conclusasi il 31 ottobre ad Atlanta senza un comunicato congiunto. Le divergenze sulla guerra in Ucraina, sulla crisi mediorientale e sulla competizione tra Washington e Pechino hanno impedito ai rappresentanti delle principali economie mondiali di raggiungere una posizione condivisa. Due giorni di incontri al termine dei quali l’incapacità di produrre una dichiarazione comune suona come un grave campanello d’allarme.
L’assunzione di responsabilità, prevista da protocollo, è toccata a Marco Rubio, segretario di Stato statunitense che a favor di giornalisti ha ammesso: “siamo tutti d’accordo sul fatto che esista un problema” riferendosi alle conseguenze della guerra in Iran sulla libertà di navigazione e sui costi di carburante ed energia, “ma resta ancora del lavoro da fare per raggiungere un’intesa sulle soluzioni da adottare collettivamente”.
Identificare il problema e lavorare per soluzioni comuni. Questo il messaggio ricorrente nelle risposte di Rubio alle domande dei giornalisti presenti, seguite al suo intervento conclusivo. Non una presa di posizione netta, né una soluzione o una proposta di soluzione ma la volontà statunitense di ribadire che “la preoccupazione principale è che l’Iran non possa dotarsi di armi nucleari”.
Al vertice di Atlanta, su invito statunitense, ha partecipato anche il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, presenza non particolarmente gradita ad alcuni. Ne sono una testimonianza le dichiarazioni dell’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri Kallas, all’Afp, riprese dall’Ansa, secondo la quale il braccio destro di Vladimir Putin avrebbe avanzato “molte menzogne, molte tesi false che siamo poi riusciti a smentire”. Una dichiarazione che restituisce l’immagine di un sistema frammentato e distante, in cui la scelta dei leader europei di non posare nella tradizionale foto di gruppo sembra rappresentare più un capriccio che una svolta diplomatica. È proprio questa distanza e l’incapacità della statunitense nel ridurla, a rafforzare i dubbi sulla possibilità di sopravvivenza di un ordine mondiale guidato prevalentemente dagli Stati Uniti. Le promesse cadute nel vuoto dell’amministrazione Trump e gli sviluppi degli scenari internazionali sembrano, giorno dopo giorno, spalancare le porte alla progressiva affermazione di un sistema sempre più multipolare.

L’evoluzione del potere

Ridurre le trasformazioni internazionali all’indebolimento di un player, seppure estremamente rilevante, sarebbe troppo semplice. Ciò a cui assistiamo nei vari teatri di guerra, è un fenomeno diverso. E’ il tentativo di affermazione di nuove realtà, nuovi centri di potere che in queste dinamiche cercano il loro spazio e dunque un riconoscimento. Paesi che rafforzano la loro legittimazione nelle difficoltà dei grandi paesi occidentali, difficoltà militari, strategiche e  comunicative. Il punto cruciale è rappresentato non già da vedute differenti ma dall’incapacità di riunirle, mitigarle e trasformarle in una soluzione. E’ l’essenza della diplomazia. Eppure dalle nostre parti sembriamo averlo dimenticato. Ricercare le cause di questo indebolimento può aiutarci a prevenirne le conseguenze? Probabilmente no.
E allora l’attenzione dovrebbe rivolgersi alle capacità di cui disponiamo. Pensiamo all’Unione Europea, al suo peso economico e commerciale. Come può un potenziale di questo tipo rimanere pressoché inespresso dal punto di vista dell’autonomia, sia essa geopolitica o più semplicemente militare? Come può limitare la sua azione globale a delle sanzioni o al rifiuto di posare in una foto di gruppo?
Tutto è in evoluzione, e quindi anche il potere. Le strategie sono diverse. C’è chi, come la Cina, è animata dal tentativo di affermarsi come potenza globale disponendo di una forza economica, industriale, tecnologica e commerciale capace di competere con quella statunitense. C’è la Russia, con la sua volontà di espansione e di rafforzamento dei confini. E ci sono quelle potenze che su scala regionale prima e globale poi, si muovono all’interno delle alleanze con l’obiettivo di massimizzare i propri interessi. Un mondo che noi vediamo con i nostri occhi occidentali ma che non è più, a patto che lo sia mai stato, soltanto occidentale. La leadership americana, non è in discussione. E’ la sua capacità di affrontare le sfide, di assurgere a quel ruolo ricoperto nel nostro immaginario ideale ad animare il dibattito. Risulta evidente l’impossibilità di qualsiasi singola potenza di determinare da sola le regole del sistema internazionale. Come è dunque possibile, costruire nuovi equilibri, senza trasformare la competizione tra potenze in una perenne stagione di instabilità globale?

Elezioni, Ucraina e Iran

Siamo ad uno snodo fondamentale: le elezioni di Midterm. Il voto del 3 novembre potrebbe mutare la composizione del Congresso, riducendo i margini di manovra dell’amministrazione Trump. Quali conseguenze potrebbe avere ciò rispetto ai due principali scenari di guerra? E quanto la postura statunitense verso Kiev e Teheran, potrebbe influenzare il voto americano?
La questione ucraina, pur non essendo necessariamente la prima preoccupazione degli elettori americani, potrebbe subire o beneficiare degli effetti di questa tornata elettorale. L’affermazione di u
na maggioranza democratica potrebbe rimettere in discussione infatti l’idea di nuovi finanziamenti militari a Kiev, così come permetterebbe di valutare positivamente l’adozione di nuove sanzioni verso Mosca, il cui allentamento ha prodotto malumori anche in campo repubblicano, testimoniati dalla lettera con cui lo scorso 15 ottobre, 17 deputti democratici e 5 repubblicani statunitensi, hanno criticato la scelta del Tycoon. Secondo un recente sondaggio il 64% degli intervistati sostiene la prosecuzione delle forniture militari all’Ucraina e la necessità di ulteriori sanzioni, mentre il 63% considera prioritario ridurre i prezzi dei carburanti rispetto all’impegno nel limitare la capacità russa di finanziare la guerra. A conferma del fatto che uno di quei fattori capaci di incidere sul voto, sarà certamente la preoccupazione dell’elettorato americano per la tematica energetica oltre all’inflazione, ai salari, al costo degli alloggi e all’assistenza sanitaria. Sarà tuttavia interessante valutare, una volta chiuse le urne, se ed eventualmente in che modo le promesse non mantenute in Ucraina, abbiano eroso il consenso di Donald Trump. Il tema dell’energia ci porta necessariamente a parlare dell’Iran e delle difficoltà degli USA ad Hormuz. Un’ulteriore interruzione dei flussi petroliferi attraverso lo Stretto condurrebbe ad un nuovo innalzamento dei prezzi dell’energia e dunque trasferirebbe il costo della guerra direttamente nelle case degli americani. Quella guerra che sembrava, secondo l’amministrazione statunitense, poter finire in poche ore si è nel corso dei mesi trasformata in una crisi dapprima militare e poi energetica, lontana geograficamente ma estremamente vicina dal punto di vista politico. Le elezioni di metà mandato, saranno per gli americani il momento in cui poter esprimere un giudizio sull’operato dell’Amministrazione in Iran, sui costi di questa guerra e sui suoi benefici. In questo contesto, il voto potrebbe incidere sulla capacità dell’amministrazione Trump di portare avanti la propria strategia internazionale. La questione quindi, va oltre il risultato delle urne. Riguarda la possibilità per gli Stati Uniti di mantenere una direzione coerente nella propria politica internazionale di fronte al moltiplicarsi dei fronti di crisi. Dunque, parola agli elettori.

Verso quale direzione?

Nonostante una realtà internazionale che oggi appare così frammentata, non ci troviamo ancora in un mondo pienamente multipolare. Assistiamo a una fase di transizione, di competizione crescente in cui il livello dello scontro si mostra al mondo su dimensioni diverse. Nessuna delle potenze emergenti dispone ancora delle condizioni necessarie per sostituire le leadership tradizionali o della capacità di costruire ordine condiviso. Risulta fondamentale ribadire ancora una volta che il ridimensionamento della potenza americana non coinciderà con ogni probabilità con la fine del suo ruolo di guida, almeno per un Occidente così privo di alternative. La Cina, probabilmente l’unica potenza che può ambire a una competizione globale con gli Stati Uniti su più dimensioni, deve necessariamente fronteggiare alcune delle sue defezioni, dal punto di vista demografico e strategico. La stessa Russia, non è esente da questo discorso. E’ indubbio che la guerra in Ucraina abbia evidenziato la sua capacità di proiezione militare e di condizionamento degli equilibri europei. Al tempo stesso però le sanzioni occidentali, la dipendenza crescente nei rapporti economici con la Cina e gli enormi costi del conflitto, pongono interrogativi sulla sostenibilità della sua strategia di lungo periodo. Cosa significa allora, un mondo che si muove in direzione multipolare? Non una contesa per il primato, o quantomeno non solo. Significa riconoscere la presenza di altri attori capaci di influenzare le decisioni internazionali senza appartenere stabilmente a uno schieramento. L’India ne è un esempio: mantiene rapporti strategici con Washington, acquistando al tempo stesso energia dalla Russia. L’Unione Europea, frenata dalle sue stesse contraddizioni, ne avrebbe tutte le caratteristiche necessarie. Eppure la sua ambizione a ricoprire un ruolo da protagonista autonomo nel campo delle relazioni internazionali, è frenata dalla dipendenza in termini di sicurezza che ancora oggi la vede legata agli Stati Uniti. Da qui, l’incapacità di determinare una politica estera condivisa che non permette di trasformare quel peso in capacità militare e geostrategica. In definitiva, l’analisi di un’evoluzione del mondo in una direzione multipolare conduce a una riflessione sul concetto di stabilità. La presenza di più centri di potere non garantisce automaticamente una maggiore stabilità. Al contrario, quando aumentano gli attori capaci di influenzare gli equilibri internazionali, possono potenzialmente aumentare anche le occasioni di confronto. Così come, probabilmente, possono ridursi le possibilità di raggiungere un accordo. Nell’ottica di queste trasformazioni, l’incognita principale è rappresentata dalla capacità di potenze, vecchie e nuove, di affrontare tale processo all’interno di un sistema di regole condivise e di equilibri resi più fragili da un accentuarsi della competizione. Abbiamo cioè, preso atto di un processo di trasformazione, la capacità di redistribuire il potere in un quadro di relazioni stabili e durature?

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