“Nessuno Stato esiste senza sacrifici, del resto; è proprio dal sacrificio che è nato quello del Libano”. Con queste parole un giovane Charles De Gaulle, nel lontano 31 luglio 1931 si rivolgeva alla gioventù libanese, in un discorso tenuto all’università Saint Joseph di Beirut. Quasi un secolo dopo il Libano continua ad affidare al sacrificio e alla sofferenza le sue possibilità di esistenza. Storicamente noto come il paese dei cedri, il Libano si estende su una superficie di 10.452 km² poco meno dei 10.795 km² dell’Abruzzo, dispone ad ovest di un affaccio sul Mediterraneo ed ha come vicini di casa, la Siria a nord-est ed Israele al sud. Un paese con una storia, dalla nascita del Grande Libano in avanti, caratterizzata da fragilità, conflitti e profonde divisioni. Il delicato equilibrio religioso tra i diciotto gruppi religiosi ufficialmente riconosciuti, le tensioni con lo Stato d’Israele, la nascita della II Repubblica fino al presente, il riacutizzarsi delle mai sopite tensioni mediorientali ed una crisi interna senza precedenti. Il Libano è il paese con la più alta densità di rifugiati al mondo in proporzione alla popolazione (si stimano 1.500.000 siriani), ostaggio dei dilemmi della guerra, civile o regionale che sia, privo di una macchina statale libera di operare. Tensioni interne e pressioni esterne garantiscono una inevitabile instabilità politica e decisionale. Il rinvio delle elezioni che si sarebbero dovute tenere in maggio ha congelato la situazione rafforzando l’immobilismo e l’impotenza dinanzi ad una guerra che causa morte e distruzione ogni giorno. Un quadro arricchito dalla prosecuzione delle attività cinetiche dell’IDF nel sud del paese e dai crescenti interrogativi sul futuro dell’arsenale di Hezbollah nonostante il presidente Aoun abbia in più occasioni riaffermato il principio del monopolio statale delle armi. La realtà, molto spesso però, si discosta dalle dichiarazioni ufficiali.
Un fragile equilibrio
Se è vero che nessuna soluzione locale può essere separata dal quadro regionale, il Libano si trova nuovamente al centro dell’interesse strategico e militare delle potenze globali. Non si tratta di scenario autonomo ed indipendente ma di un paese nel quale le alleanze e gli interessi prescindono dalla rigidità dei confini territoriali. L’evoluzione dei conflitti su scala locale e globale, hanno portato il Libano sull’orlo di un collasso umanitario, civile ed infrastrutturale, una dinamica accentuatasi dal 7 ottobre in avanti.
La nascita e l’evoluzione di Hezbollah, milizia filo iraniana nata nel corso degli anni ’80, ha reso possibile la creazione di uno stato nello stato. Alla sua presenza nel paese si è progressivamente unito lo sviluppo di una corruzione dilagante, la crisi economica e civile e l’attuale (forse permanente) scenario di guerra, elementi che hanno reso il paese
estremamente instabile e costantemente sotto pressione.
Un quadro di fragile equilibrio sottolineato anche nell’ultima visita del presidente Joseph Aoun in Vaticano, lo scorso 20 agosto. Al colloquio con Papa Leone IV, ha fatto seguito quello con la Segreteria di Stato, incentrato secondo quanto riportato da una nota della sala stampa Vaticana “[…] sostanzialmente sul Trilateral Framework Agreement, firmato da Stati Uniti, Israele e Libano e inteso a stabilizzare i confini meridionali della Repubblica del Libano e a raggiungere una pace giusta e duratura. La Santa Sede, nell’esprimere compiacimento per la sottoscrizione del documento – si legge nella nota – ha espresso serie preoccupazioni per le difficoltà che si stanno sperimentando nel metterlo in esecuzione, e ha assicurato il proprio sostegno agli sforzi che vanno in tal senso.”
Un accordo, quello siglato lo scorso 26 giugno a Washington, dal quale emergono notevoli buone intenzioni che si trovano però quotidianamente in conflitto con la realtà dei fatti. Il diritto a vivere in pace ed in sicurezza o l’aspirazione a tale diritto, sia per Israele che per il Libano, si scontra con i drammatici numeri in termini di morti civili e con una condotta militare agli antipodi rispetto a quanto è stato sottoscritto nel documento, a testimonianza della debolezza dell’accordo e più in generale del diritto in ambito internazionale.
Hezbollah, dal canto suo, si è definita da subito contraria.
Il principio del “disarmo dei gruppi armati non statali e [lo] smantellamento delle loro infrastrutture”
presente tra le aspirazioni dell’accordo, è di fatto un riferimento tutt’altro che velato al Partito di Dio.
La cronaca delle ultime settimane raccoglie le accuse di Israele ad Hezbollah, accuse di violazione del fragile cessate il fuoco in vigore in Libano, mentre la stessa Tel Aviv procede indisturbata la sua opera di occupazione ed indebolimento infrastrutturale nel sud del paese. Queste le premesse con cui si aprirà l’ulteriore round di negoziati tra Libano ed Israele, il 15 ed il 16 settembre, a Roma. La “fine delle occupazioni e delle aggressioni israeliane” era stata una delle richieste rivolte dal presidente libanese a Papa Leone IV, nell’incontro in Vaticano di due settimane fa.
La fine di Unifil: è davvero la scelta giusta?
I negoziati, l’evoluzione di una pace separata e l’attenzione rivolta ai suoi tentativi di applicazione non costituiscono gli unici eventi rilevanti per il futuro del Libano: la fine del 2026 segnerà infatti il termine, dopo quasi cinquant’anni di attività, della missione Unifil Libano delle Nazioni Unite.
Nata con le risoluzioni 425 e 426 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel marzo 1978 in risposta all’invasione israeliana del Libano meridionale con l’obiettivo di garantire il ritiro delle truppe israeliane, stabilizzare la regione e permettere al governo libanese di ripristinare e riaffermare la propria autorità, nel corso dei suoi decenni di attività ha monitorato il cessate il fuoco e supportato l’Esercito libanese, fornendo assistenza civile ed umanitaria. Le pressioni di Washington e Gerusalemme critiche nei confronti dell’operato della missione in termini di contrasto ad Hezbollah, si alternano alle preoccupazioni della comunità internazionale per il ritiro della missione. Una presenza, quella di Unifil, che ad aprile scorso la presidente del Consiglio Meloni ha ribadito essere “necessaria e fondamentale”
Un momento di svolta, forse un’opportunità per chi come l’Unione Europea ha interessi in quella parte di mondo. Dalle recenti dichiarazioni dell’Alta Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza Kallas, non sembra però trasparire un particolare interesse per la questione. “L’Ue non cerca di rimpiazzare Unifil ma di investire nelle capacità del Libano (…) [e] tenere l’ordine nel Paese sotto controllo ” – ha dichiarato la scorsa settimana – ribandendo la disponibilità degli Stati Membri a fornire il proprio contributo. Un tema che era già stato affrontato nel corso del Consiglio Affari Esteri del 12 maggio 2026 e che sembra però, a meno di quattro mesi dalla fine della missione, non essere tra le priorità dell’Unione.
La fine di Unifil potrebbe avere varie conseguenze, molte delle quali non prevedibili. Una riduzione dei riflettori internazionali in un territorio in cui quotidianamente perdono la vita civili, donne, neonati, potrebbe essere un esempio. Non sarà pertanto una scelta priva di ricadute.
Dall’Onu nessun segnale circa una possibile revisione della decisione.
Quale sarà la destinazione delle strutture, dei veicoli e degli equipaggiamenti?
Vista la continua pressione militare israeliana nel sud, la risposta appare oggi scontata. La fine della missione potrebbe definitivamente allontanare o comunque mitigare l’attenzione e la percezione della comunità internazionale verso il Libano, quel paese che Gianni Lattanzio ha definito “il terreno più fragile e al tempo stesso il più rivelatore” in un articolo sul Corriere di Puglia del 6 luglio scorso dal titolo “Il Libano e il futuro della stabilità nella regione ”. Quello stato in cui chi vi interviene o vi riversa i propri interessi rivela in qualche modo la sua visione del medioriente. È forse questo il motivo per cui si preferisce non farlo?






