Sarebbero almeno 20 le persone arrestate dalla polizia turca perché presumibilmente coinvolte nelle proteste che da qualche settimana stanno infiammando le principali città turche. Proteste che, secondo il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan, tendono a cospirare contro la Turchia.

L’agenzia di stampa Anadolu ha riportato che la polizia turca su un controllo di 30 indirizzi ad Ankara, la capitale della Turchia, avrebbe scovato 20 persone di un gruppo direttamente coinvolto nelle tre settimane incandescenti. Questo gruppo è sospettatto di “attacco alla polizia e all’ambiente”.

Secondo il primo ministro turco infatti, da quanto è stato riportato dal Guardian, le proteste iniziate il 31 maggio sarebbero state concertate ad arte da un gruppo non bene precisato di forze estere, tra cui banchieri e media, con lo scopo di interrompere o quantomeno di ostacolare la crescita del Paese.

Ed è qui che  Erdoğan paragona le proteste che stanno avvenendo in Brasile, con le proteste turche che da più settimane occupano la cronaca internazionale. Proprio perché entrambi i paesi, Brasile e Turchia, si sarebbero sdebitati con il Fondo monetario internazionale.

L’attacco di  Erdoğan contro le “forze misteriose” che vorrebbero attaccare il sistema di crescita economica e sociale della Turchia, non sono le sole responsabili; il primo ministro afferma che molte responsabilità sono da attribuire ai media, sia turchi che non, i quali “hanno provato a connotare le proteste come totalmente giuste e innocenti, criticando l’uso della forza sproporzionato dalla parte della polizia”.

Insomma, alla fine dei conti è tutta colpa dei media esteri e turchi, che hanno ingigantito l’affare Geza Park demonizzando la politica del primo ministro turco, che vuol occidentalizzare il più possibile il centro di Istanbul, e non solo. Ma l’affare Geza Park può essere definito come il quadro pittoresco del livello di democrazia presente in Turchia: merita quindi qualche riflessione, suggerita da Yegâne Güley, partner dello studio legale Ozturk & Partners di Istanbul,che in un articolo scritto per il The Lawer, racconta l’inizio delle vicissitudini.

Innanzitutto Geza Park è un parco all’interno della piazza Taksim, attraversata da  circa 1,5 minilioni di persone al giorno ed è una delle poche aree verdi della capitale. I piani per la risistemazione di piazza Taksim includevano anche l’ormai noto Geza Park, e furono decisi senza una consultazione popolare dei cittadini di Istanbul. Quando la notizia diventò pubblica architetti urbanistici, ingegneri, storici e artisti presentarono una istanza per opporsi all’attuazione del progetto. Dopo varie istanze presentate al 2nd Cultural Heritage Conservation District Board of Istanbul , viene approvato il rigetto dei piani di edificazione che stavano oscurando l’assolata piazza.

La decisione presa dall’ente di Istanbul non piacque ad Erdogan, che rovesciò la decisione presa dall’ente comunale attraverso l’annullamento della decisione da parte dell’ High Council of Cultural Heritage Protection. Una interferenza diretta quindi da parte del primo ministro turco, tant’è che eglis tesso affermò il 13 marzo 2013: “abbiamo rigettato i loro rigetti”.

Nel frattempo molta gente entrò a far parte della neonata associazione “Taksim Gezi Park Association”, che mirava alla difesa dello status quo dell’area interessata. Intraprese molte battaglie legali senza però alcun successo.

Dal 29 maggio, i bulldozer iniziarono a sradicare molti alberi per aprire la strada ai lavori veri e propri. Il tutto mentre erano in atto altre battaglie legali rigardanti la sorte del Gezi Park. Il resto ci  è noto dalla cronaca di tutto il mondo.

È evidente come l’intromissione da parte di un primo ministro in una decisione di un ente locale per le sorti di un’area di interesse storico, culturale e sociale, lasci qualche dubbio sulla democracità della Turchia che aspira ad entrare nell’Unione europea.

Il tutto quando proprio oggi, 25 giugno 2013, la Turchia fa passi in avanti verso l’entrata in Europa. Infatti è stato dato il via libera all’apertura del capitolo 22, dedicato alla politica regionale, uno dei 35 articoli in cui si suddivide la trattativa per l’ingresso della Turchia in Europa.

L’enorme soddisfazione di Erdogan non riesce a nascondere quello che continua ad avvenire in Turchia: una polizia sempre più severa e minacciosa attua dei veri e propri raid contro la polazione, usando perfino gas urticanti che, secondo il ministro turco, è un uso legittimo.

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