Cosa può dire ancora Jane Eyre

In una raccolta di saggi dal titolo “Perché leggere i classici”, pubblicata postuma nel 1991, lo scrittore Italo Calvino si interroga sul concetto di classico e ne elenca alcune proposte di definizione.Tra le tante mi piacerebbe ricordare quest’ultima:

“un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”

È da qui che vorrei partire per condurre un’analisi critico letteraria sul romanzo di Jane Eyre, scritto da Charlotte Brontë e pubblicato nel 1847. È notizia delle ultime ore che proprio in questi giorni sia uscito, nelle sale cinematografiche italiane, il docu-film su Chiara Ferragni, nota imprenditrice e influencer italiana. Gli articoli parlano anche di una grande affluenza nelle sale e di incassi record ancor prima del rilascio. E allora la riflessione sorge spontanea. In un mondo di notizie lampo, di immagini e icone costruite a tavolino, di storie della durata di sole ventiquattro ore cosa può dire ancora un romanzo ottocentesco come quello di Jane Eyre?

C’è solo un’eroina in una storia

Leggendo il romanzo di Charlotte Brontë il lettore è naturalmente portato a tifare per Jane Eyre. Noi sentiamo quello che Jane sente, gioiamo e soffriamo con lei e per lei. Noi piangiamo le sue perdite e acclamiamo i suoi successi. L’immedesimazione tra lettore e personaggio è pressoché totale. Questo accade perché la forma narrativa scelta dall’autrice è quella dell’autobiografia in prima persona.

È Jane a raccontare la sua storia, è lei che decide cosa dire e come farlo, è lei che guida il lettore pagina dopo pagina nella narrazione della sua vita. Il lettore si sente parte degli eventi, parte della vicenda anche grazie ai continui richiami diretti che la voce narrante mette in atto. È al lettore che Jane si rivolge per fare una confidenza (lettore, l’ho sposato), per richiamare la sua attenzione o per guidarlo nella giusta interpretazione dei fatti (forse pensi che ho dimenticato il Signor Rochester, lettore, tra questi cambiamenti di luogo e fortune? Mai per un momento).

La storia è nota. Il romanzo racconta la formazione personale, emotiva e psicologica della bambina Jane, la quale sin dall’inizio suscita simpatia perché povera, semplice e senza genitori. Sin dall’infanzia la protagonista si troverà ad incarnare lo schema dell’uno contro tutti: è sola Jane nella casa di Mrs. Reed, i cugini le sono ostili e la zia la detesta apertamente. Molti critici hanno rintracciato una matrice fiabesca nel romanzo, tutto appare semplificato e ripetitivo.

Tre i cugini cattivi nell’infanzia e poi tre quelli buoni nell’età adulta, Jane non ha una casa quando lascia il collegio e non ne ha una quando fugge da Thornfield, Rochester non sposa Blanche, così come St. John non sposa la sua pretendente, Jane è una ragazza povera e normalissima, mentre Blanche è bellissima e ricca, Rochester è un uomo passionale, mentre St. John assolutamente razionale, Jane è premiata e Mrs Reed punita.

Si procede così per tutto il romanzo attraverso l’uso e la ripetizione di alternative secche e di dicotomie ben precise. Ci sono delle certezze, dei valori fondamentali che non possono essere messi in discussione. Nel romanzo vittoriano ottocentesco il buono è buono, il cattivo è cattivo.

È legittimo pensare che l’occhio postmoderno sia abituato a ben altro. Il Novecento ha rivoluzionato le storie, ha distrutto e ricomposto tutto in termini di solidità narrativa. Non esistono romanzi che celebrano l’eroe e la sua corsa verso la conquista del trofeo. Nella maggior parte dei casi, non esistono eroi né premi, non esistono vincitori né vinti, siamo di fronte a storie apparentemente semplici che mettono al centro personaggi comuni.

Gli autori novecenteschi celebrano l’essere in quanto essere umano, mettono in campo la sconfitta, la perdita di certezze, la continua e ostinata ricerca di un’identità perduta. Penso a Pirandello, a Moravia o a Svevo, a James Joyce o a Virginia Woolf. Non c’è semplicità in loro e soprattutto non c’è linearità in quello che scrivono. I piani narrativi si mescolano, le storie si complicano, le riflessioni si aprono a spazi altri abitati dall’inconscio e dalla psicanalisi.

Saper scegliere

In Jane Eyre, così come nella maggioranza dei romanzi ottocenteschi, è l’uniformità a caratterizzare l’opera, è la coerenza a contraddistinguere l’impianto narrativo. Jane cresce, evolve e si forma prima come ragazza e successivamente come donna restando sempre fedele alla sua natura. Jane ha un carattere deciso, sa cosa vuole e dà sempre il massimo per ottenerlo, è combattiva, coraggiosa e grintosa. Jane è naturalmente portata alla riflessione e all’autoanalisi, al dialogo e al confronto.

In una società che corre come la nostra, in un mondo in cui non c’è tempo, non c’è mai tempo per pensare e per scrivere, per parlare o riflettere, Jane ci insegna a meditare. A conoscere e conoscerci di più. Molte sono le descrizioni fisiche e psicologiche nel romanzo, molte le riflessioni che la protagonista intavola intorno ai suoi comportamenti e a quelli degli altri personaggi. Riflessioni sulla religione, sulla natura o sull’indole delle donne. Riflessioni che riguardano l’amore e l’indipendenza.

Le donne sentono come gli uomini e come loro hanno bisogno di esercitare le loro facoltà, hanno bisogno d’un campo per i loro sforzi. Soffrono esattamente come gli uomini d’essere costrette entro limiti angusti, di condurre un’esistenza troppo monotona e stagnante. Ed è indice di una mentalità molto ristretta nelle creature più privilegiate dire che dovrebbero limitarsi a fare dolci, a rammentare calzini, a suonare il pianoforte o a decorare delle borse.

Jane ci insegna che una donna può farsi valere, può avere una voce e può raccontare la sua vita. Charlot Brontë già nel 1800 autorizza Jane e quindi in qualche modo tutte noi a parlare e dire la sua, autorizza Jane a rivendicare la possibilità di scrivere la sua storia. Sono di Jane le emozioni e di Jane i ripensamenti. Mr. Rochester ha uno spazio molto grande nella narrazione, ma è solo quello che decide di dargli Jane. Tutto è presentato, illuminato e descritto da lei.

A lungo si è discusso sulla scelta finale della protagonista di sposare Mr. Rochester e di accudirlo per tutta la vita. Jane sceglie dopo una vita di tribolazioni, di viaggi e di esperienze come istitutrice e insegnante di essere l’angelo del focolare, di essere moglie e madre. È per questo che la critica femminista parla comunque di un romanzo di impianto tradizionale; Jane può sfidare e negoziare la sua posizione all’interno delle istituzioni, ma alla fine non può sfuggire a quella del matrimonio.

Questo è vero, indubbiamente vero. Ma siamo comunque ancora nella prima metà dell’’800, non è un dato che possiamo dimenticare. In secondo luogo, è vero che Jane si sposerà, è vero che sacrificherà in qualche modo la sua individualità a favore del benessere della coppia, ma è altrettanto vero che è lei stessa a decidere come e quando accettare la proposta.

È infatti necessario ricordare un passaggio cruciale del romanzo, quello della rivelazione dell’amore da parte dei due protagonisti. Jane e Mr. Rochester finalmente si dichiarano, si confidano reciprocamente i loro sentimenti e l’uomo chiede alla giovane istitutrice di sposarlo. Jane innamorata e vinta da una grandissima passione accetta la proposta di matrimonio, ma impone delle regole.

Non vuole essere trasformata in qualcosa che non è, non vuole diventare ricca né bella, non vuole essere adornata da vestiti preziosi né ricevere gioielli costosi. Vuole sposarsi sì, ma essendo Jane, la ragazza semplice che è stata fino a quel momento. È proprio per lo stesso motivo che quando scoprirà tutta la verità sul conto di Mr. Rochester e sulla presenza a Thornfield della prima moglie Bertha, rinchiusa nel piano superiore della casa perché divenuta pazza, deciderà di scappare. Jane non vuole essere un’adultera, la sua morale è solida e la sua etica ferma.

La nostra eroina non ha paura di morire di fame, di scappare sotto la pioggia e senza un soldo, di mendicare per avere un pezzetto di pane. Jane rivendica indirettamente pagina dopo pagina il diritto alla crescita personale, economica e sentimentale. Rivendica il diritto di scegliere. Scegliere se fuggire o amare. Se scappare o restare.

Leggere Jane Eyre oggi ha un senso. Nonostante l’inevitabile e incontrastabile evoluzione dei tempi, questo romanzo ottocentesco ha ancora molte cose da dire.

 

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