Il nuovo governo e la sfida europea

Più di una settimana è trascorsa dall’insediamento del nuovo governo Conte, tra tante polemiche da parte degli ex alleati, ma anche endorsement e auguri da parte dei leader stranieri. Già prima ancora della nascita ufficiale del nuovo esecutivo erano arrivati consigli ed esortazioni da Macron, Trump e persino Juncker e Moscovici che avevano contestato duramente il premier nell’anno precedente.

Chiaramente, l’opposizione ha avuto gioco facile nell’etichettare il nuovo esecutivo come “anti-italiano” o “servo di Bruxelles”. C’è persino tutta una frangia di intellettuali e della stampa che vede dietro questo governo il pericolo “social-statalista”, che prometterebbe immigrazione incontrollata e patrimoniali contro i ricchi.

Sono poi fiorite polemiche anche attorno ai singoli ministri: da Gualtieri, nuovo ministro dell’economia, che è laureato in lettere e quindi sarebbe inadatto; al nuovo ministro per le politiche agricole Teresa Bellanova e la sua licenza media.

Ma nonostante tutte le critiche, rimane il fatto che questo governo gode indubbiamente della fiducia della istituzioni europee e dei mercati, come dimostrato dallo spread, che è sceso in modo repentino dopo l’accordo tra i due partiti di governo.

Insomma, tutta un’altra musica rispetto al governo precedente.

Innegabile quindi una spiccata preferenza per questa nuova intesa da parte dell’UE, ma quali erano esattamente i motivi di contrasto col governo Lega-5S?

L’atteggiamento ambiguo ed opportunità dei Giallo-verdi

Già durante la scorsa campagna elettorale, Matteo Salvini ha tentato di sfruttare in modo ambiguo un certo sentimento anti-europeista, presente in una parte, pur piuttosto esigua, della popolazione. Se il contrasto con l’Unione più sentito dagli italiani era infatti quello sull’immigrazione clandestina, è vero anche che il leader della Lega si è proposto come un punto di riferimento sui temi economici. Il pareggio di bilancio in Costituzione, votato tra l’altro dalla stessa Lega nel 2012, le regole europee sul deficit e l’euro stesso sono stati oggetti di bersaglio in campagna elettorale, presentando agli occhi degli italiani l’immagine distorta di una Lega sovranista, nazionale, e anzi, persino keynesiana e “statalista”, come titolava l’Espresso nel 2014.

Un cambio d’immagine che serviva per recuperare una parte di elettorato dopo il cambio di leadership e gli scandali di Bossi, ma che era appunto solamente questo: un cambio d’immagine. La Lega ha sfruttato questi sentimenti per presentarsi al popolo italiano come un argine allo strapotere tecnocratico di Bruxelles.

Dall’altra parte del governo, il Movimento 5 Stelle è sempre stato considerato un movimento “populista”, forse il populismo per antonomasia almeno in Italia, ma non necessariamente euroscettico. Sicuramente ci sono stati dei momenti di critica all’Unione, ma il vero antagonista è sempre stato individuato nella classe politica italiana, la famosa “casta”, piuttosto che altrove.

Anzi, già nel 2017, Di Maio, intervistato da Reuters, spiegava come fosse necessaria un’ulteriore cessione di sovranità in materia legislativa dai Parlamenti nazionali a quello europeo. Si trattava quindi di “cambiare l’Europa da dentro” e non certo di ipotizzare una rottura.

I primi problemi con l’Europa e con i mercati sono apparsi quando è stato divulgato uno dei punti del contratto di governo nel quale si prevedeva una possibile uscita dall’euro, poi modificato. La cosa è peggiorata con il tentativo di nominare Paolo Savona ministro dell’economia, tentativo poi naufragato in seguito all’intervento del Presidente della Repubblica, che ha ritenuto inopportuno l’incarico.

In estate, sono poi stati aperti altri fronti, soprattutto quello dell’immigrazione. Quest’ultimo tema, molto caro alla Lega, è venuto ancor più alla ribalta con i vari casi delle navi Diciotti e Aquarius. Lo “scontro”, in realtà, si è tradotto in un assenteismo cronico del ministro della Lega verso tutte le sedi negoziali nelle quali si stabiliva il terreno comune per la crisi migratoria. Soprattutto, pesano le assenza di Salvini nelle riunioni per il cambiamento del trattato di Dublino, tra l’altro uno dei punti più importanti per la Lega. L’ex ministro aveva spesso contestato questi vertici nella forma e nella sostanza. Certo, anche gli altri leader UE si sono comportati spesso in modo poco trasparente nei confronti dei fenomeni migratori, ma rimane il dubbio che Salvini abbia disertato i summit per non dover ammettere la sua debolezza in sede europea.

Ma il momento culminante del braccio di ferro tra Giallo-verdi e Ue è stato chiaramente quello della manovra finanziaria dell’autunno scorso. Effettivamente, in quell’occasione, Salvini e Di Maio difesero a spada tratta la “manovra del popolo” affrontando l’aumento dello spread e le minacce di vari esponenti UE. La manovra è stata poi effettivamente corretta e ridimensionata, anche se probabilmente non quanto avrebbero gradito a Bruxelles.

I mercati “ci insegnano come votare”

Lo spread è sicuramente l’indicatore economico che più di tutti è entrato nella vita degli italiani e ne ha catturato l’attenzione. Come ormai ci sentiamo ripetere da anni, questo spread altro non è che la differenza tra i tassi dei titoli pubblici a 10 anni italiani e tedeschi, si parla infatti dello spread BTP-Bund.

Tagliando con l’accetta, perché la questione è assai complessa, possiamo dire che i tassi dei titoli di stato rappresentano, per certi versi, la solidità economica di uno stato. Più sono alti i tassi, minore è la fiducia che gli investitori (anche detti “i mercati”), ripongono nella solvibilità del paese emittente. Se gli investitori hanno seri dubbi su un paese, ne vendono i titoli, facendone abbassare il prezzo e al contrario aumentare il rendimento (ricordiamo che il prezzo di un titolo e il suo rendimento sono inversamente proporzionali).

Chiaramente più si alzano i rendimenti dei titoli e più lo stato dovrà pagare per finanziarsi, dando vita ad una spirale che può portare persino al default. Per questo motivo la spesa per interessi sui titoli di stato è considerata in assoluto la spesa pubblica più improduttiva: perché non produce ricchezza, ma va solamente ad aumentare i risparmi di banche e società d’investimento, senza alcun impatto macroeconomico positivo.

Pertanto, secondo molti commentatori, il motivo per cui lo spread saliva durante l’esperienza di governo giallo-verde era legato alla sfiducia nella sua gestione dell’economia italiana, dall’insediamento di Savona alla manovra di ottobre.

Da parte della maggioranza, invece, si sosteneva che fosse in realtà di Draghi e della BCE la responsabilità dell’aumento dello spread. Come dichiarava Paolo Savona, spetta alla Banca Centrale calmierare lo spread per evitare di mettere in difficoltà il sistema bancario.

Della stessa opinione era Laura Castelli, al tempo in cui Conte aveva rifiutato l’incarico dopo la controversia su Savona. Secondo l’economista dei 5S, era stata la BCE a far aumentare lo spread, riducendo gli acquisti di titoli di stato italiani, allentando il famoso Quantitative Easing.

La verità sicuramente è molto complessa e probabilmente ci sono diversi motivi dietro l’aumento dello spread. Se da un lato è vero che un allentamento del QE possa avere ricadute sui titoli italiani, è altresì verosimile che un effetto negativo possa essere derivato dall’inconsistenza della manovra giallo-verde. Il deficit è stato sfruttato prevalentemente per elargire mancette elettorali, da Quota 100 al reddito di cittadinanza, o, peggio ancora, per favorire redistribuzioni di ricchezza verso l’alto, come nel caso della flat tax (ora archiviata dalla nuova composizione dell’esecutivo).

Molti economisti ritengono invece necessario un grande piano di investimenti pubblici, specialmente in piccole opere, in grado di far ripartire l’economia. Se c’era qualcosa che il governo passato poteva fare era proprio ripartire da queste proposte, in grado almeno di dare un piccolo slancio all’economia italiana in una situazione di evidente difficoltà.

I danni in politica estera

Superficialità e irresponsabilità hanno anche caratterizzato l’atteggiamento del nostro precedente governo in materia di politica estera, specialmente all’interno dell’Unione Europea.

Ripercorriamo brevemente la storia e il significato dell’Unione Europea, cercando di comprendere come sia opportuno relazionarsi ad essa.

L’Unione Europea è un’unione politica ed economica unica al mondo. Non si tratta di una federazione di stati (come gli Stati Uniti), dove ogni stato cede totalmente la sovranità ad uno Stato federale tramite una Costituzione. Nemmeno però si tratta di una confederazione, dove invece gli stati rimangono sovrani e condividono solo alcune limitate materie tramite un trattato e l’istituzione di un organo federale.

In effetti, L’UE si trova, per certi versi, al centro di queste due realtà: i trattati europei possono essere, e sono stati, definiti “trattati costituzionali”. Inizialmente, l’Unione nacque con un progetto di condivisione di alcune prerogative economiche, la CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Si trattava quindi, in prima battuta, di un mercato comune delle materie prime, che aboliva i dazi, le barriere doganali e le restrizioni quantitative.

Nacquero poi altre Comunità Europee nel 1957, anno della firma dei trattati di Roma. Queste furono: la Comunità Economica Europea (CEE) e l’EURATOM (Comunità Europea dell’Energia Atomica).

Un altro momento particolarmente carico di significato nel processo di integrazione europea fu rappresentato dall’Atto Unico Europeo (AUE), col quale si stabilivano nuovi obiettivi e nuove materie nelle quali intervenire. Con quest’atto, le Comunità Europee dovevano occuparsi anche di: coordinare la politica monetaria, le politiche sociali e di coesione economica, oltre che la politica ambientale ed estera. Furono inoltre rafforzati i poteri del Consiglio Europeo e del Parlamento.

Dal 1992, col trattato di Maastricht (anche conosciuto come “Trattato sull’Unione Europea”) tutte le precedenti comunità europee vennero riunite in un’unica organizzazione: l’Unione Europea. Questo trattato subirà due importanti modifiche con i trattati di Amsterdam e di Lisbona.

Insomma, si tratta di un percorso lungo, complicato e non certo privo di contraddizioni, ma al momento, l’UE è una realtà che qualunque governo deve prendere in considerazione con la massima serietà. Se ci si pensa, in UE vivono oltre mezzo miliardo di persone, per circa il 7% del PIL nominale mondiale e rimane il primo esportatore mondiale in termini di servizi e il secondo in termini di beni. Comunque la si pensi, è del tutto evidente l’importanza che questo colossale attorericopra nella politica internazionale.

Nel corso della precedente esperienza di governo, i modi e i toni usati non sono stati all’altezza di un paese fondatore come l’Italia.

Il sospetto è che Salvini utilizzi in modo strumentale il conflitto con l’Unione Europea solo per fomentare quella parte di elettorato euroscettico. In particolare, il tema dei migranti è sempre stato al centro dell’agenda politica, sfruttando in modo meschino le sofferenze di migliaia di persone che arrivano sulle nostre coste. La sensazione è stata quella di assistere ad un’infinita campagna elettorale, specialmente perché quando c’era veramente da andare a “battere i pugni sul tavolo”, il leader della Lega ha sempre scelto di disertare, forse perché consapevole di non avere un reale potere contrattuale.

D’altra parte, anche il Movimento è stato poco serio su questo argomento. Se per Di Maio l’appartenenza dell’Italia all’Unione e all’euro “non è mai stata in discussione”, è pur vero che al governo ha assecondato tutte le politiche migratorie di Salvini e ha spinto per Savona all’economia, arrivando persino ad ipotizzare un impeachment per il presidente Mattarella. La sua ambiguità di fondo, il suo essere “né di destra né di sinistra”, a seconda di come vanno i sondaggi, è forse uno dei maggiori limiti del movimento ed è sicuramente uno dei motivi per cui non è un partito di governo particolarmente affidabile.

Proprio sull’Europa, abbiamo potuto osservare uno dei più importanti conflitti interni alla maggioranza, vale a dire quello sul nuovo Presidente della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen. La candidata ha ricevuto il voto di tutto l’arco parlamentare, M5S compreso, meno che della Lega Nord. Il Movimento ha accusato la Lega di aver tenuto una condotta opportunistica sulla faccenda, sperando di ricevere un incarico in Commissione. La Lega, dal suo canto, ha rimproverato ai 5 Stelle proprio di aver tradito le istanze di cambiamento che volevano rappresentare in ambiti come l’immigrazione, le tasse e l’economia.

In ogni caso, il rapporto con l’Unione Europea del precedente esecutivo non era molto chiaro, nemmeno agli stessi protagonisti. Tutto questo si traduce in un danno d’immagine per la nostra credibilità all’estero, riducendo il ruolo dell’Italia nelle organizzazioni internazionali.

Il nuovo governo sembra invece molto più disposto a rapportarsi con Bruxelles in modo proficuo. Persino, Oettinger, il Commissario convinto che “i mercati avrebbero insegnato agli italiani come votare”, si è detto pronto a ricompensare l’Italia.

Se da un lato la situazione internazionale è molto complicata (si pensa ad una recessione in arrivo), dall’altro si aprono nuovi spiragli di dialogo con alcuni vertici delle istituzioni europee. Si pensi, ad esempio, a Mario Draghi, il quale ha riconfermato la necessità di un nuovo Quantitative Easing e di politiche fiscali più espansive, per il bene dell’Eurozona.

Al di là di come la si pensi sull’Unione, che rimane un progetto non privo di difetti e di nodi da sciogliere, rimane fondamentale che il Conte bis sappia sfruttare le opportunità in sede europea in modo maturo e intelligente, per il bene del Paese.

Edoardo Ragaglini

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