Portogallo, 1505-1513. Magellano, di cui molto poco si sa della sua vita, se non che quattordici anni prima di intraprendere l’impresa che lo porterà ad essere conosciuto nei secoli a venire, fu al servizio della Casa del Re, combattendo per la corona portoghese nelle Indie. 

Mandato poi in Marocco, combatte molte battaglie, che vedono anche Magellano ferito ad un ginocchio, motivo per cui zoppicherà per il resto della vita, Ferdinando fu accusato di aver venduto parte del bottino ai Mori. 

Spagna, 1517. Magellano si pone sotto la protezione di Diogo Barbosa. Pochi mesi dopo, si sposa con la figlia di Diogo, Beatriz Barbosa dalla quale ebbe due figli, morti entrambi giovanissimi. Insieme a due suoi amici, Magellano si presenta alla corte del monarca spagnolo Carlo, il futuro Carlo V, appena arrivato in Spagna con un progetto rivoluzionario: aprire la “via delle spezie” evitando di circumnavigare l’intera Africa. L’anno dopo, il sovrano nominò capitano Magellano, concedendogli diversi onori. 

Spagna, 1519. La flotta composta da cinque navi (Trinidad, l’ammiraglia con a capo Magellano; San Antonio; Concepcion; Santiago e Victoria, l’unica nave ad effettuare la circumnavigazione) levò l’ancora da Siviglia il 10 Agosto 1519. Non poche furono le difficoltà della spedizione, come ad esempio l’ammutinamento pasquale: dopo essere arrivati in America, proseguirono verso sud. Siccome l’estate era finita, decisero di svernare in una regione il cui nome si deve a Pigafetta, il “diarista” della spedizione, la Patagonia. Durante il tempo trascorso lì, gli uomini si convinsero che a dividere il Sud America dalle Indie fosse una porzione di mare ristretto, come Gibilterra ma continuavano a trovare solamente acqua dolce. Fino all’arrivo almeno all’estuario, chiamato porto di San Julian. Qui si completò l’ammutinamento, avendo iniziato a dubitare dell’effettivo passaggio ad ovest. Magellano e i marinai rimastigli fedeli, riuscirono a sbarazzarsi degli mutilati con uno stratagemma. 

Estate, 1520. Magellano invia una delle navi in avanscoperta, la Santiago, che però si incagliò. Ferdinando, allora, decide di tornare a sud con le quattro navi ancora rimaste. In Ottobre, arrivarono ad un capo che segnava l’ingresso dello stretto che chiamo capo Virgenes. Non fu facile attraversare lo stretto composto da un labirinto di fiordi e circondato da scogliere e acque inquietanti. Durante la traversata dello stretto, anche un’altra nave decise di abbandonare la spedizione e di tornare a Siviglia. 

Mare del Sud, 1521. Attraversato ormai lo stretto e una volta arrivati in mare aperto, la spedizione si trovò ad affrontare grandi tempeste e poi più nulla. Davanti a loro trovarono solamente acque calme, tanto’è che Magellano decise di rinominare il “Mare del Sud” in “Pacifico”. Questa traversata si estese più a lungo del previsto, tanto da far iniziare a nutrire l’equipaggio di gatti e topi; bevendo una zuppa fatta da trucioli di legno ed acqua marina. Tante le leggende sulla quantità di uomini rimasti vivi dopo questi mesi impervi. Giunsero finalmente nelle attuali Filippine, dove dai diari di bordo si scoprì che erano abitate da indigeni apparentemente pacifici e curiosi, tanto che il re di un’isola si convertì al cristianesimo insieme al suo popolo. Il re dell’isola di fronte, invece, non voleva sottomettersi tanto che Magellano guidò una spedizione contro di lui: il resoconto furono sei uomini dell’esploratore morti, più lui ferito mortalmente da una freccia avvelenata. Oggi, un cenotafio si trova sulla spiaggia di Mactan, dove si presume che sia morto. 

Estate 1521. Rimasero solamente 113 uomini per portare a termine la spedizione, un numero esiguo per garantire il servizio di tutte le navi rimaste, tant’è che la Concepcion fu data alla fiamme. La Victoria e la Trinidad salparono all’inizio di Maggio e arrivarono mesi dopo alle isole delle Spezie. Qui, la Trinidad dovette sostare a causa di un problema alla nave per quattro mesi. Una volta ripartita, la nave fu abbordata dai portoghesi. Rimaneva solamente la Victoria che il 21 Dicembre 1521 riuscì a doppiare il Capo di Buona Speranza per raggiungere la Spagna. 

Sedici anni, sedici anni per compiere il giro del globo. Oggi, ci vogliono sedici secondi per cercare in internet come organizzare un viaggio in quaranta giorni intorno al mondo. 5840 giorni contro i 40 odierni. Per non parlare poi delle condizioni di viaggio che hanno dovuto affrontare i vari equipaggi, della tecnologia inesistente e dei vaccini che non erano ancora stati scoperti. Qualsiasi agenzia di viaggi, ora, ti organizza il viaggio intorno al mondo, chiedendoti semplicemente se ci sono “tappe obbligatorie”. Sarà tutto a portata di click, una volta prenotato, e potrete visionarlo tramite il vostro telefono, il vostro iPad o il vostro computer. Itinerari, tappe, durata del viaggio, posti dove soggiornare, dove mangiare; cosa vedere, cosa fare. All’epoca di Magellano c’erano due persone solo per disegnarle, le mappe. E pensare poi, che ogni volta che si arrivava ad intravedere terra, dovevano essere corrette le varie distanze. Ora basta un click. Si è persa, con una certa vene di amarezza, la gioia dello scoprire, dell’avventura. Oramai siamo abituati così tanto ai confort che non possiamo più farne a meno. Da Roma a Siviglia sono pochissime ore di volo. Non di nave, non di treno, non di macchina ma di volo. Nell’era contemporanea, siamo così fortunati da poter decidere se raggiungere un punto B da un punto A con uno o l’altro mezzo di trasporto, in base al tempo che abbiamo a disposizione (e alle finanze).  Il mondo d’oggi è così veloce che per scrivere la storia di Magellano ho impiegato il triplo del tempo rispetto all’analisi del viaggio contemporaneo. 

Se non si ha la possibilità, per i motivi più vari, di poter navigare fisicamente intorno al mondo, possiamo navigare in internet per scoprire i luoghi più remoti che magari non avremmo mai la possibilità di ammirare di persona. Attraverso il palmo della nostra mano, possiamo vedere in tempo reale ciò che succede dall’altra parte del globo senza nemmeno alcuno sforzo. Un aspetto positivo, a primo impatto, grazie all’opportunità che la tecnologia ci fornisce, è quello di poter rimanere in contatto con le persone conosciute che magari si sono trasferite in un Paese lontano chilometri dal nostro. Ma, se bisognasse fermarsi a pensare, è davvero così positivo rimanere seduti sulla sedia della nostra scrivania e intanto guardare l’alba alle Hawaii?

Per cui, ora lascio a voi altre domande: è una benedizione o una maledizione l’epoca che stiamo vivendo? Meglio vivere veloci e non rendersi conto del tempo che passa oppure sarebbe migliore rallentare, anche solo per dieci minuti, apprezzando il mondo che ci circonda? 

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