Facebook e Twitter: la sospensione dei 559 account e delle 251 pagine è ancora in vigore

Sono trascorse più tre settimane! Facebook e Twitter non hanno ancora revocato la sospensione degli account di Anti-Media, The Free Thought Project, Filming Cops, Police the Police etc.

Vediamo di trarne una considerazione: i due Social Media, ben conscienti di quello che fanno e con calcolata solerzia, continuano, coordinando meticolosamente i loro atti, a censurare chi contesta il potere o ne mette in dubbio la validità; riepiloghiamo brevemente quanto avvenuto giovedì 11 ottobre: in un comunicato pubblicato nella newsroom e intitolato “Removing Additional Inauthentic Activity from Facebook”, la rete sociale fondata da Mark Zuckerberg ha annunciato la rimozione di 559 account e 251 pagine.

Ho adombrato un intervento coordinato da parte di suddetti Social Media, giacché, all’epurazione operata da Facebook, ha fatto immediatamente seguito l’epurazione, degli stessi account, operata da Twitter.

Ora, il cofirmatario della comunicazione sopraccitata è Nathaniel Gleicher (capo della sicurezza informatica di Facebook), il quale, come da profilo di LinkedIn, dal 2013 al 2015 – dunque durante la presidenza di Barack Obama – è stato il direttore delle politiche della sicurezza informatica presso il Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti d’America.

Ebbene, tutto ciò, in virtù dell’approssimarsi delle elezioni statunitensi di metà mandato, oltre a destare il sospetto di un conflitto di interessi, dà alla pena di morte digitale dei 559 account e delle 251 pagine una forte connotazione politica.

Il caso di Anti-Media: la caporedattrice Carey Wedler sospetta il movente politico

Il caso di Anti-Media, che mi permetto di prendere in esame, è emblematico del servilismo di Facebook, di Twitter ed è la prova evidente che la modalità di rimozione del contenuto da tali piattaforme non ha nulla a che vedere con quanto affermato nella newsroom da Nathaniel Gleicher e Oscar Rodriguez.

In tal senso, ragionando sulle parole di Caitlin Johnstone, possiamo postulare quanto segue: l’epurazione, una volta di più, ha avuto come unico scopo quello di sanare «la lurida e insalubre palude dei dissidenti» e di rimuovere tutto ciò che «turba la normale condotta imposta dall’autorità» – vedi Tardini B., 2018. 2. Sui post di Q: «FIGHT the censorship.» (COMBATTI la censura.) -.

«Tale “comportamento inautentico”, secondo Facebook, consiste nell’usare “il contenuto politico sensazionalistico – indipendentemente dall’orientamento politico – per creare una audience e indirizzare il traffico verso le proprie pagine Web.” Sarebbe come dire: trattano argomenti controversi e pubblicano quegli articoli politici “su dozzine di Gruppi di Facebook, anche centinaia di volte in un breve periodo di tempo, al fine di generare traffico per i loro website.

In altre parole, le pagine sono state rimosse per aver pubblicato del contenuto politico controverso e per aver cercato di farlo leggere agli utenti. Non per aver scritto “notizie false”, ma per aver fatto il possibile affinché notizie legittime venissero lette da persone ad esse interessate. Quella di condividere il proprio materiale sui Gruppi di Facebook è una pratica diffusa tra la maggior parte dei creatori di contenuto appartenenti ai media indipendenti; io stessa lo feci alla fine del 2016 e agli inizi del 2017, così come lo fecero i miei colleghi.»

Carey Wedler, caporedattrice di Anti-Media, in un’intervista rilasciata a Redacted Tonight, afferma di non aver ricevuto un solo avvertimento: d’improvviso, la mattina dell’11 ottobre, l’account della testata giornalistica indipendente e gli account privati dei suoi collaboratori sono stati sospesi; la sospensione degli stessi su Twitter è avvenuta nel pomeriggio per mezzo di una notifica via mail tutt’altro che esplicativa: «Your account has been suspended for violating the rules specifically for [la motivazione è assente n.d.r.]».

Carey Wedler e i suoi colleghi hanno fatto ricorso senza, tuttavia, ricevere delle spiegazioni che giustifichino il provvedimento disciplinare preso da Twitter. Inutile aggiungere che, non essendo chiare le ragioni dell’epurazione e non essendo chiara la sua durata (sarà una sospensione permanente o il provvedimento, come nel caso dell’account di TeleSUR English, verrà revocato?), è pressoché impossibile rispondere legalmente e prevederne gli esiti.

Branko Marcetic, in un articolo pubblicato il 15 agosto scorso sulla rivista JACOBIN, menzionando l’ondata di epurazioni occorsa nello stesso mese, ha fatto notare quanto segue:

«Quanto avvenuto non avrà a che vedere con il fatto che, con lo scopo di sradicare l’attività dei troll, Facebook si sia alleata con il Digital Forensic Research Lab, un progetto dell’Atlantic Council, un think tank fondato dalla NATO, da fabbricanti di armi, da stati del Golfo, e da una serie di altri governi e organizzazioni corporative? È molto probabile. Ma è anche il risultato dell’incessante pressione pubblica e del governo, avanzata sin dal 2016 sulle piattaforme online, richiedente l’epurazione del contenuto indesiderato».

Carey Wedler, in linea con le parole di Branko Marcetic, aggiunge: “[…] l’alleanza di Facebook con l’Atlantic Council è preoccupante, poiché nel consiglio di amministrazione ci sono ex militari e personalità di alto rango; Henry A. Kissinger figura tra i direttori, dunque, piuttosto che un nostro interesse personale, si tratta di una preoccupazione generale legata alla direzione che sta prendendo il Social Media”. Al quesito postole da Lee Camp (il presentatore dello show): “Cosa risponderesti a una delle domande più ricorrenti dell’opinione pubblica: queste sono aziende private possono fare ciò vogliono, smettetela di lamentarvi?”, Carey Wedler ha risposto: “Sono d’accordo con il principio dell’azienda privata, ma se si pensa alla partnership con l’Atlantic Council e alla collusione con il governo statunitense (che si tratti di agenzie di spionaggio o di contrastare l’estremismo), queste dinamiche vanno avanti da molto tempo.

Ovviamente, le persone che sono a capo di Facebook e di Twitter hanno tutto il diritto di avere le loro convinzioni e le loro ideologie, ma penso che se non fosse per le pressioni riguardanti le elezioni statunitensi, non sarebbero così rigorosi e severi nel modo di condurre questa epurazione […]. Non sto dicendo che il governo gli sta imponendo di agire in questo modo (preferisco non fare affermazioni che non posso verificare sulla base di evidenze), tuttavia desta sospetto che tutto ciò accada in questo particolare momento e che si centri sulla politica… Sì, sono aziende private, ma non si può negare il ruolo giocato dalla politica in quanto è avvenuto: non stanno censurando video di gatti”.

“Vorrei aggiungere, continua la capo redattrice, che né io né Anti-Media siamo mai stati sospesi e ciò si è verificato senza preavviso”. V’è un altro elemento che fa riflettere sull’azione censoria dei due Social Media e riguarda il fatto che, qualche mese fa, come sottolinea Carey Wedler, la testata giornalistica indipendente, al fine di migliorare l’aspetto promozionale, stava lavorando fianco a fianco con Facebook: “proprio così, ci è stato assegnato un rappresentante, ci hanno dato un credito promozionale per diffondere meglio i nostri articoli ed ora, presumibilmente, ci rimuovono per via del nostro contenuto».

Per concludere, posso affermare certamente tre cose:

  1. Per porre fine a questo barbarico clima di attacco alla libertà di stampa, è necessario un intervento governativo nei confronti del monopolio di Google, Facebook (e Twitter): queste reti sociali controllano e custodiscono più dell’80% del contenuto online che consumiamo.
  2. Nei Social Media, divenuti dei raccoglitori di dati sugli utenti, lo spazio per la libertà d’espressione sta diminuendo progressivamente.
  3. In uno stato corporativo, la censura corporativa è una censura dello stato

Quanto a Twitter, al momento Anti-Media sta utilizzando un profilo secondario, tuttavia il numero di followers, che nell’account ufficiale era di 2 milioni, è di poco più di 1,500.

 

 

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