C’è un filo conduttore tra gli eventi politici che stanno accadendo in Italia e in Libia in questo periodo. L’adesione di gruppi sulla carta diversi tra loro (Lega Nord, Fratelli d’Italia, Casapound) alla manifestazione indetta a Roma il 28 febbraio evidenzia senza dubbi la fragilità emotiva della folla, soprattutto in tempi di crisi, a proposito di temi quali l’immigrazione e la possibile aggressione di popolazioni straniere. Le scelte, le idee, le parole del leader del “Carroccio” Matteo Salvini rendono lampante la formazione ideologica di un consistente blocco unico di partiti politici della destra italiana, spostando quindi il fuoco dell’attenzione dalla ristretta realtà territoriale della “Padania” per cominciare a parlare, con un respiro più ampio, di “nazione”: è questo di fatto un passaggio dall’essere un partito trasversale del Nord Italia all’essere un partito chiaramente di destra esteso fino al Mezzogiorno. Ma per unire formazioni abitualmente separate c’è bisogno di un collante, un cemento: niente di meglio che trovare dei nemici comuni da combattere; oltre alla ormai “vecchia” Unione Europea, il più grande mostro da uccidere sembra essere il “focolaio” dello Stato Islamico sulle coste della Libia.

La situazione drammatica dello Stato nord-africano è il risultato della colpa e dell’incuria politica di molti. La guerra civile che sta attraversando il Paese libico è salita alla ribalta della cronaca quotidiana per la presenza di milizie affiliate all’Isis e si è giunti a un tale insostenibile livello di conflitto per la popolazione da causare un’ingente fuga dalle coste africane a quelle italiane. Ma sarebbe miope, semplicistico e storicamente inesatto indicare la causa generatrice di tutto solamente nella presenza delle truppe del “califfato”.

Era il 2011 quando la rivolta popolare contro il regime di Gheddafi fu caldeggiata in prima istanza dalla Francia di Sarkozy interessato ad acquisire una posizione di maggior rilievo politico-economico nel campo dell’energia e del petrolio nella zona del Nord Africa e in seguito dagli alleati inglesi e americani, con analoghi interessi anche se meno imponenti. Anche dall’Italia pronta a smentire il tanto chiacchierato Trattato dell’Amicizia stipulato a Bengasi solo nel 2008 proprio con la Libia. Tale documento redige il “perdono” libico per le colpe fasciste in cambio di un tanto ingente (5 miliardi di euro) quanto discusso indennizzo, ma soprattutto una base per determinate esclusive e accordi di natura economica e commerciale, scambi che dopo le restrizione decise dall’ex-leader libico nel 1970 erano divenuti controversi.

Quattro anni fa l’Italia non riuscì a fare quel lavoro di intermediario anche oggi auspicato da Renzi tra le due fazioni dello scontro e la situazione, una volta eliminato Gheddafi, scivolò in un caos dovuto all’abbandono delle forze esterne che l’avevano causato e al vuoto di potere di un governo che per 42 anni si era basato solamente sulle decisioni autoritarie di un unico generale.

Ciò che in questo momento si sta verificando è una vera e propria guerra civile, a volte descritta erroneamente come anarchia, tra due schieramenti principali: quello in Cirenaica del generale Khalifa Haftar, ex collaboratore della Cia autoproclamatosi salvatore della patria libica e baluardo contro il terrorismo (Operazione Dignità è come ha battezzato la sua lotta), da molti accusato di voler essere solo il nuovo Gheddafi; quello di Alba libica, una coalizione di varie milizie, tra cui alcune di matrice jihadista, avente base nella zona di Misurata.

Alcune altre milizie invece, rampanti, aggressive e sempre crescenti anche per la qualità di addestramenti e armamenti, negli ultimi mesi si sono unite sotto la bandiera dell’Isis. Questa si è dimostrata una decisione utile a fare di sé un “faro” per il mondo musulmano radicale, ma incredibilmente utile anche a quella parte del mondo occidentale interessata, dopo aver contribuito alla degenerazione della situazione libica, a far esplodere un vero e proprio conflitto.

Evidente infatti quanto alla base di questa voglia di conflitto e delle motivazioni di tutti i protagonisti di questa storia ci sia soltanto la rincorsa agli interessi personali: per quello che riguarda il campo internazionale soprattutto la corsa alle risorse energetiche (ormai noti gli interessi petroliferi e territoriali dimostrati da Francia e Egitto), mentre nella ristretta visuale di “casa nostra” c’è chi dichiara la necessità dell’intervento militare in Libia e della cacciata del “nemico” immigrato, slogan utili a colpire le emozioni della gente per guadagnare voti ed acquisire ciò che tutti, ad ogni livello, desiderano in questa storia: il potere.

Valerio Forte

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