In Grecia non ha vinto un uomo, né un partito: ha vinto un’idea. L’idea che si possa cambiare e avere la forza e il diritto di imporre il proprio volere di popolo sovrano nonostante la crisi, i debiti, lo spread, la troika, parole e entità di cui tanti sono stati spesso schiavi senza nemmeno capirne appieno il significato. Quest’idea è stata presa, alimentata e magistralmente convogliata verso binari non autoritari da Syriza, partito di maggioranza relativa nel parlamento greco, grazie al volto e alle parole del suo leader: Alexis Tsipras.

Già dalle parole pronunciate durante il discorso di ringraziamento agli elettori nella notte della vittoria del 25 gennaio si capisce quanto Tsipras punti a cambiare i patti stipulati dalla precedente stagione politica con la cosiddetta “troika” (FMI-COMMISSIONE EUROPEA-BCE), consapevole della difficoltà nell’uscire effettivamente dall’eurozona senza il rischio di un tracollo economico nazionale che potrebbe portare il paese ad una regressione ancor peggiore. Tracollo che porterebbe alla delusione di quella stessa folla appassionata che lo ha portato alla vittoria. La storia insegna quanto questo sia un rischio non trascurabile e l’ascesa di Alba Dorata a terzo partito del parlamento greco è lì a dimostrarlo, ma al tempo stesso il neo-premier greco non ha alcuna voglia di arrendersi passivamente al volere dei suoi creditori. La troika sa perfettamente quanto sarebbe rischioso per la Grecia uscire dall’eurozona, ma al tempo stesso sa di non potersi permettere  di arrivare a una frattura, poiché una fuoriuscita dimostrerebbe la reversibilità persino per paesi deboli economicamente del processo di entrata nella moneta unica (eventualità da sempre negata), rischiando una crescente sfiducia degli investitori insospettiti dalla fragilità europea.

Tsipras sa tutto questo, e sa quindi , nonostante tutto, di essere in una posizione di forza e ciò che vuole ottenere nel suo mandato politico. Ne è la dimostrazione la tanto discussa alleanza di governo con il gruppo degli Independentisti Greci, partito di estrema destra dalle posizioni xenofobe che ne fanno probabilmente una delle forze politiche più distante da Syriza a livello programmatico, ad eccezione di un punto: la fine della politica del rigore imposta dall’Europa. Il premier greco dovrà rivelarsi fermo nelle sue decisioni, abile nel non far scoprire il proprio “bluff” fino all’ultimo sul tavolo della partita con la troika, al fine di ridiscutere i metodi di pagamento e la mole del debito contratto in quarant’anni di amministrazione corrotta del proprio paese.

Invece in Italia non ha vinto un’idea, né un partito: ha vinto un uomo. E quest’uomo non è nemmeno colui che ha effettivamente vinto le elezioni per il 12° Presidente della Repubblica Italiana, il Presidente Sergio Mattarella. Il vero vincitore è il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, vincitore perché è lui che ha proposto il candidato che ha avuto successo, perché non ha permesso che qualsiasi altro candidato o presunto tale potesse arrivare a una quorum di consensi, ma soprattutto perché è l’unico giocatore della partita a non aver perso. Le correnti del Pd a lui opposte, i membri dell’opposizione, i suoi alleati sui banchi di governo, quelli che pensavano di aver raggiunto un tale livello di cooperazione col premier da avere voce in capitolo sulla scelta del futuro Presidente : hanno perso tutti. Alcuni (minoranze Pd, Alfano) hanno fatto buon viso a cattivo gioco saltando sul carro del vincitore, altri (Berlusconi su tutti) hanno di fatto subito una sconfitta politica lacerante, schiacciati dall’ormai evidente supremazia politica di Renzi. Un uomo politicamente in grado ormai di decidere e far credere ciò che vuole a buona parte del popolo italiano, il quale a differenza di quello greco crede sia ancora possibile, tramite il proprio massimo esponente di governo, imporre nel Parlamento Europeo quelle modifiche alla politica di rigore in grado di dare respiro alla situazione critica stagnante in Italia ormai da quasi un decennio. Eppure il Semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’ Ue è ormai terminato senza produrre determinanti risultati, ma non per questo il leader del Pd ha subito qualche contraccolpo, anzi.

È quindi stata senza dubbio una vittoria di Renzi quest’elezione, il cui “cesello” è stata la rappresentazione con la quale ha imbevuto la percezione popolare all’elezione di Mattarella, persona dall’eccezionale fibra morale e presentata quasi come un “homo novus”, proprio lui, ex DC, PPI, Margherita, PD. Lui che dal 1987 al 2001 è stato per tre volte ministro, parlamentare per ben 25 anni e 7 legislature. Ma a ben vedere più che parlare di un ritorno alla Prima Repubblica si dovrebbe nonostante tutto capire quanto non sia mai finita la Seconda, contraddistinta dalla personalizzazione della politica, da uomini padroni del proprio partito in grado di imporre le proprie decisioni in modo autoritario, da uomini che si combattono a colpi di slogan privi di sostanza sperando di vincere per sé stessi.

Uomini appunto, non idee.

Valerio Forte

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