Il pulsante Claudio Palazzi racconto seconda guerra mondiale

Il pallido cromatismo purpureo dell’aurora si staglia all’orizzonte. Il mio sguardo si perde nell’ammirare questo fenomeno naturale, mentre la cloche è salda tra le mie mani. Sono a neanche mezzo km da terra. Riesco quasi a percepire la brezza estiva nonostante il vetro che mi separa dall’esterno. Questa sensazione mi trasmette calma e serenità. Sono le 8 e 15 e 17 secondi. La mia mano destra scivola verso il pannello di comando. L’indice sfiora il pulsante rosso ed inizia ad esercitare nei suoi confronti una leggera pressione. So quello che sto facendo e non ho alcuna esitazione. Hai capito bene mamma non sono più il bambino insicuro che rimproveravi aspramente sin dall’infanzia. Ti ricordi quando mi ripetevi assiduamente che dimostrando la mia titubanza chiunque si sarebbe approfittato di me? I tuoi continui ammonimenti intimidatori esternati davanti a tutti gli amichetti di scuola mi spiazzavano. Non ti risparmiavi nell’umiliarmi neanche davanti alle ragazzine a cui facevo la corte. Il tuo atteggiamento non è cambiato neanche durante l’età più delicata: quella adolescenziale. Non hai mai smesso di sminuirmi attraverso le tue pubbliche esternazioni, sottolineando che un uomo del mio carisma non sarebbe mai riuscito a distinguersi né ad affermarsi. Mi ricordo quando tornavo a casa sapendo di incontrare te e papà che convogliavate la vostra rabbia e frustrazione su di me. Entravo nella mia stanza inseguito dalle vostre grida. Neanche sapevate se avevo effettivamente combinato qualcosa di buono a scuola. Secondo la vostra visione il mio futuro era già stato determinato. Ero predestinato ad una vita da fallito. La fantasia è stata sempre il mio scudo contro le vostre critiche. L’unico oggetto catalizzatore che mi aiutava ad evadere dalla realtà era la riproduzione del quadro di Manet appesa nel corridoio: “Il levar del sole”. Rimanevo ore a fissarlo. L’immaginazione riusciva a trasportarmi lontano da quel luogo pieno di astio e mi trasmetteva un senso di pace. Ho provato per anni a riprodurlo, ma la pittura proprio non faceva per me. Ero sempre più convinto che la vostra concezione riguardo la mia incompetenza aveva un fondo di verità. Fino al giorno in cui arrivò finalmente l’occasione di una vita. Mi iscrissi alla scuola di aeronautica arruolandomi nell’esercito. Da quel momento tutto è andato per il meglio. L’educazione che mi avete imposto tu e papà è stata d’ausilio per riuscire ad affrontare la rigida disciplina militare. La carriera che ne scaturì fu quasi una naturale conseguenza delle vicende che susseguirono a mio favore in quegli anni. Posso asserire che anche l’entrata in guerra è stata una manna dal cielo. Del resto accettare l’attuale missione è un onore e quale migliore opportunità di riscatto da voi genitori? Ora posso concretizzare tutto ciò che non sono riuscito a dimostrare una intera vita.

Premo il pulsante e recupero immediatamente quota. Sono le 8 e 16. Che spettacolo incredibile! Sono diventato io stesso parte di un quadro. Il fungo derivante dall’esplosione si muove sinuoso e disegna un quadro naturale più ammaliante dei colori dell’alba. La foschia produce delle morbide pennellate disegnandole sul cielo come fosse una tela biologica. Il contesto è simile al quadro di Monet. Il mare riflette i colori accesi prodotti dalla deflagrazione. E le barche sono le protagoniste e testimoni di tanta magnificenza. L’unica differenza è il potente realismo che caratterizza quest’opera d’arte da me plasmata. Un realismo che supera in bellezza l’incanto dell’impressioniusmo. Mamma saresti orgogliosa di me. Tutto è avvenuto in una frazione di secondo. Oggi, 6 agosto 1945, con un semplice gesto ho creato l’opera d’arte contemporanea più incantevole che avessi mai visto. Ma non è questo l’unico merito dell’azione appena intrapresa di cui mi sono reso artefice: sono l’unico responsabile del più grande genocidio che la storia ricordi e mai ricorderà. E la vuoi sapere l’ironia di tutta la storia mamma?

Non ti ho dimenticato. Del resto l’aereo che sto pilotando porta il tuo nome. Il tuo Paul, questo “little boy” come mi chiamavi tu, è riuscito a entrare nella storia dall’alto del suo Boeing B-29, dal nome: “Enola Gay”.

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