Non è un paese per giovani. Secondo il report «Decoding Global Talent 2018» del Boston Consulting Group, 3 giovani su 4 sarebbero pronti a lasciare l’Italia per cercare lavoro. Non stupisce, considerando i quasi 5 milioni di italiani che si sono trasferiti solo nel 2017; cercano migliori opportunità di carriera, allargamento degli orizzonti, contatto con culture diverse, ma soprattutto migliori condizioni di vita. Cosa ci racconta questo, unito alla crisi occupazionale italiana, sempre più incalzante e insostenibile?

Il numero di italiani emigrati all’estero sta subendo un aumento a dir poco vertiginoso, e sempre più preoccupante. I dati più significativi riguardano i giovani e i giovani adulti, infatti il 39% di chi ha lasciato l’Italia ha tra i 18 e i 34 anni. Si parla di quella che può essere definita senza problemi “emorragia di talenti”; sappiamo bene che sono soprattutto le risorse migliori a lasciare il paese: il 30% possiede una laurea e sono sempre di più quelli con un’istruzione superiore. Evidentemente cercano qualcosa che nel nostro paese sembra impensabile: opportunità valide per i laureati, posizioni e condizioni adeguate ai traguardi accademici raggiunti. La frustrazione per la mancanza di riconoscimento di tanti sforzi e sacrifici è comprensibile.

Il problema non sta solo nelle perdite in fatto di professionalità e competenze; una grossa fetta di giovani italiani emigranti infoltisce le fila della manodopera tradizionale; sono tantissimi quelli che partono per andare a svolgere le più svariate mansioni sotto-qualificate. La “discesa sociale” è inevitabile, e i lavori più umili vengano accettati in nome del fatto che si è lontani da casa in attesa di opportunità. Questa è la sconfortante realtà dietro la folla di ragazzi che decidono di non guardarsi più indietro. Come se nulla fosse cambiato da quando i nostri nonni erano costretti a cercare lavoro, in Germania, o magari in Belgio.

La situazione socio-economica italiana diventa ancora più grave con la mancanza di un “ricambio” di entrate ed uscite, manca il cosiddetto contro-esodo. A dimostrarlo sono i 18.933 emigrati in Germania nel 2016 contro i 4.616 tedeschi immigrati in Italia. Secondo Ambrosini, docente di Sociologia dei processi migratori all’Università di Milano «Ci sono imprenditori della paura che hanno gonfiato il fenomeno, ma la verità è che i numeri degli ingressi non crescono».

Sono ormai troppi quelli che fanno dell’“Allarme Invasione” la propria bandiera, mentre l’Istat ha registrato una diminuzione degli ingressi del 43% nell’arco di 10 anni. Si è passati dai 527.000 del 2007 ai 301.000 del 2016. Si stima addirittura che la percentuale di italiani all’estero sia addirittura maggiore rispetto a quanto rivelano gli studi, al contrario le cifre dei flussi in entrata sembrano decisamente ingigantite. Ambrosini rincara la dose, individuando parte del problema nelle politiche d’immigrazione: «In Italia non c’è mai stato un vero e proprio governo dell’immigrazione. Tanto meno è stato seguito un modello preciso».

Ricercare una soluzione razionale e definitiva sarebbe ingenuo, ma si può riflettere su questi fattori e cercare di capire. Sono passati più di settant’anni dall’amara odissea della famiglia Joad, uscita dalla penna di John Steinbeck in “Furore”, ma quel senso di impotenza, l’incertezza, l’essere costretti a sradicarsi, appartengono un po’ anche a noi. Sarebbe bello che ci appartenessero anche la stessa forza di volontà e la stessa voglia di riscatto.

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