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Precedenti puntate: La mia casa è un castello (prima parte)

L’odore del caffè ritornò protagonista di quell’istante anomalo, portatore di una deviazione straordinaria; seguitò a fluttuare nell’aria incredibilmente pura, dominata da un’insolita levità, spalleggiato da zefiro che, dopo essersi intrufolato di soppiatto da un’insperata finestra aperta, lo veicolò verso una comunicazione di ignoti quanto immediati fonemi. Claudio Palazzi

Mi pareva di vederlo, zefiro: un dispettoso ricciolo d’aria, uno sbuffo irrequieto che si esprimeva solleticando le orchidee fiorite sul davanzale, e intanto si univa ai tremuli raggi solari, intento a completare il suo messaggio onirico; divulgava la sua verità, in bilico in quella zona franca, contesa tra utopico e pragmatico.

Mi alzai nuovamente dalla sedia e compii la mia scelta: oppormi subito, andare al di là di ciò che è, per poi immaginare, invece, ciò che potrebbe essere.

Mi affidai a quella palingenetica scia semantica, che stava rapidamente destando e scuotendo i miei sensi e, con incedere pacato, la seguii in giardino; scostai appena la porta e venni investita dai colori abbacinanti di un’oasi sconfinata: galvanizzato da quell’energizzante scossa cromatica, il giocondo zefiro si apprestò a volteggiare tra le multiformi creature vegetali, passando entusiasta da una ramificazione all’altra, dagli arbusti filiformi ai floridi cespugli, correndo a perdifiato attraverso le distese di bulbose.

Non attesi molto a farmi coinvolgere in quell’enclave fiorita: avanzai a piedi nudi, in quella mattina fino a poco prima rigida, congedandomi dall’ingombrante vestaglia invernale; mi scaldai e divenni più leggera ad ogni passo.

Procedevo in quel poliedrico universo, i miei occhi lucenti e vigili brillavano ad ogni incontro: abbracciai un ciliegio, accarezzai camelie e gardenie, salutai un vigneto dalle intuibili infiorescenze a grappolo, decine di filari incolonnati a guisa di esercito in parata, una magnolia mi donò una sua tardiva gemma.

Prato fiorito. (n.d.). [Photo]. Vglobale. https://www.vglobale.it/wp-content/uploads/2016/02/Piotto-PRATO_LECCE_STEFANO.jpg

Spostando un rigoglioso ramo di mandorlo, una coltivazione di bulbi in fiore era pronta ad accogliermi: mi misi a correre anch’io come l’aligero spirito ventoso, lungo quegli stretti e precisissimi solchi di terra che delimitavano quella geometria perfetta, suddividendo in quadrilateri specie e colori differenti; si alternavano tulipani sfrangiati, tulipani screziati, tulipani a doppia corolla, narcisi grandi e piccoli, giacinti bianchi, anemoni coronaria dalla veste cobalto.

Mi fermai all’improvviso e trattenni il respiro per qualche secondo: come mai prima d’allora il genere umano taceva, cedendo il posto alla voce discreta, silenziosa della natura, più eloquente di un’accorata lettera d’amore del Vate per la sua Divina Musa; restai in silenzio a godere del cinguettio di numerosi uccelli, che si mescolava al calpestio delle lucertole tra il fogliame, al passaggio pressoché impercettibile delle farfalle, il cui volo circonfuso di grazia mi affrancava, con successo crescente, dalla realtà e dalla sua mestizia.

Avanzavo in quell’isola lussureggiante di panica rinascita, circondata da luce e bellezza ininterrotte, i miei occhi abbacinati ridotti a due fessure; alzai lentamente lo sguardo, con un palmo della mano aperto sulla fronte a farmi da visiera, e scorsi il lago poco distante, incastonato tra la Germania e la Svizzera, a completamento di quella surreale quanto vivida tavolozza: il sole a picco sulle acque tingeva di giallo il perimetro lacustre, di un blu profondo, creando placidi riflessi acquamarina, amalgamati ad un sincrono, acquoso ondeggiare…

Non vidi lo scalino e caddi.

Atterrai miseramente su un praticello disordinato; l’isola felice si dissolse, la natura verdeggiante si ridimensionò.

Amareggiata, mi rialzai e, mentre risalivo sul portico, avvertii il solito pavimento freddo, che credevo di aver sostituito con un prato fiorito; fortunatamente, l’acero dalla novella chioma era lì ad osservarmi, insieme al suo vicino limone dalla linfa sterile: quell’anno non avrebbe portato nemmeno l’ombra di un frutto.

Anche la gentile brezza non era scomparsa e perseverò nel blandire gli elementi circostanti.

Chiusi gli occhi e, concentrandomi su quell’attimo transitorio, notai che il rumore silente di quel lago di confine non si era disperso anzi, lo sciabordio aumentò impetuoso, ricco di schizzi e flutti esplosivi.

Venni sopraffatta dalla vista struggente di un mare in tempesta, le gocce di salsedine inumidirono le mie palpebre nuovamente aperte, incredule: davanti a me si ergeva, senza concorrenti, il più potente respiro della Terra, il più poderoso inno alla vita.

Fissai quella massa dall’energia incontenibile, mentre la sabbia nera, tra i riverberi dei granuli di miche e pirosseni, cominciava a risucchiarmi; feci qualche metro lungo la battigia, con l’acqua fino alle caviglie, tra le particelle salate che scrosciavano dalle onde, rimbalzavano tra i moti ventosi e ricadevano nella confusione dei cavalloni ribelli, secondo un perfetto ciclo primordiale.

Mare in tempesta. (n.d.). [Photo]. Meteo Giuliacci. https://www.meteogiuliacci.it/sites/default/files/styles/blog_939x558/public/field/image/mareggiata-storm-640×427.jpg?itok=5Mji5rT1

Durante la passeggiata, mi resi conto che mi stavo impegnando con tutta me stessa nel resistere alla negatività esterna: il promontorio a pochi metri di distanza, sullo sfondo, fungeva da baluardo difensivo, da roccaforte inespugnabile per qualsiasi tipologia di nemico; un canale divisorio, proveniente dal lago di Paola, ne rafforzava la funzione.

Tuttavia, era ancora troppo forte la perturbazione psicologica del dolore, della paura, di una prospettiva futura opacizzata dall’impotenza e dallo sconforto: nel cielo si addensavano nubi di piombo, impermeabili alla luce, le onde crescevano in altezza, sempre più terrificanti, il vento di tempesta minacciava alle spalle del promontorio, allarmando la torre di guardia.

Indebolita dalle correnti d’aria, dalla sabbia vorticosa che travagliava la vista e il fiato, mi inginocchiai inerme, a un passo dalla sconfitta, impossibilitata a guardare oltre.

L’irriducibile occhio sinistro scrutò per l’ultima volta l’orizzonte; proprio in quel momento, un bagliore si muoveva nella mia direzione, via via più grande, superando la marea ostile in un’aura di eleganza: un cavallo dagli occhi madreperla e dal crine di cristallo, ora in prossimità della mia persona, abbassò il capo e, sfiorandomi il volto, cristallizzò il suo corpo liquido.

Lo accarezzai incuriosita, estasiata, ma non c’era tempo per contemplare la sua figura eterea: incalzata dalle prime raffiche di una pioggia violenta, salii sul suo dorso e Alsvior partì al galoppo, pochi secondi prima che un’anomala muraglia d’acqua ci travolgesse.

Nonostante l’avversità del dannato temporale, Alsvior governò la sabbia, ridotta a una fangosa poltiglia, scavalcò senza sforzi le dune con la loro intricata vegetazione, costituita da nivei gigli selvatici nascosti tra i folti cespugli di ginestra; sopra al canale che conduceva al lago salmastro, un ponte romano, già semidistrutto, crollò sotto la foga dei suoi zoccoli.

Dopo un tragitto di cui non riuscii a calcolare la durata, arrivammo nella quieta foresta, dove non era caduto nemmeno un millimetro di pioggia; fummo accolti da un trionfo di eucalipti: gli alti fusti, le allungate foglie odorose occupavano quasi interamente la scena boschiva, la corteccia, ormai vecchia, ricadeva in strisce tortili sul terreno, formando un crepitante tappeto.

Scesi dalla groppa di Alsvior ed entrambi ci inoltrammo tra le felci e i piccoli ombrelli fioriti della finocchiella spontanea; la luce mistica del precedente assolato giardino si ripropose, con il filtro benevolo delle imponenti chiome, attraverso un luccichio soffuso ma ancora più suggestivo: un riflettore puntato su spostamenti appena percettibili, una foglia vagante, un battito d’ali fugace, fino al vibrante valzer di pollini e pulviscoli.

Nella recondita perfezione di quell’atmosfera ammantata di sogno, si intromise, con non troppo disturbo, un cigolio ferroso, come a voler indicare un percorso preciso: lo seguimmo, finché non giungemmo ad un varco, dal quale si intravedeva il lago di Paola e il cancello arrugginito, che aveva attirato l’attenzione delle nostre orecchie.

Poco oltre, si ergeva un santuario, tutt’altro che in rovina o fatiscente come il cancelletto che lo delimitava; il grazioso porticato era addobbato con mazzi enormi di iris e lilium, un vicino salice affiancava la sacra struttura, i lunghi e flessibili bracci fogliosi accennavano all’arietta generata con indolenza dal pigro specchio lacustre: reclinati in segno di preghiera, essi mi invitavano ad entrare.

Alsvior fece uno sbuffo con le narici, volgendomi lo sguardo, la sua missione era compiuta: le nostri fronti si toccarono in un saluto affettuoso, accarezzai tristemente il muso di cristallo.

Il cavallo si tuffò nel lago e scomparve, nella melodia cristallina della sua criniera: una lunga scia arcobaleno si disegnò sulle acque, nel canale salmastro, verso la patria marina alla quale si ricongiunse; fu la più toccante simbiosi imperitura a cui io avessi mai assistito.

Varcai la soglia del santuario e rimasi spaesata: l’interno tetro, minuscolo racchiudeva la monotonia claustrofobica di una quarantena: le imposte sbarrate opprimevano lo spazio nell’apatia, mentre un calendario impolverato riportava la stessa data da un’eternità; il pavimento dissestato sprofondava come le sabbie mobili e stava per rinchiudermi nell’umida cripta, nel dramma di non sapere dove fosse l’uscita…

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