La soluzione al politically incorrect

Non affronterò i soliti argomenti di politica nostrana, nonostante gli spunti non manchino. Tengo duro, non commetterò lo stesso errore compiuto da gran parte di quotidiani e riviste italiane. Non farò il gioco dei professionisti della comunicazione. Non punterò i riflettori su individui che, parlandone bene o male, ottengono notorietà e potere. I vantaggi ottenuti dalla pubblicazione in prima pagina dei personaggi pubblici citati in precedenza sono evidenti. Si tratta di ovvi interessi commerciali. Riportando nelle notizie l’aggressività, la tensione e l’astio comunicati frequentemente da queste autorevoli personalità, i giornali riescono ad aggiudicarsi un’ottima tiratura. Proporzionalmente alla crescita dei profitti editoriali, aumenta conseguentemente anche la notorietà di chi, quotidianamente, occupa i primi titoli. E non si tratta purtroppo di premi Nobel o uomini di scienza. Spesso sono politici che dispensano soluzioni e sermoni di infimo livello tecnico e culturale. Le colpe però non sono ovviamente da attribuire solo dell’editoria. Il discorso è ben più complesso. E comunque, è bene rammentare, che in una democrazia il primo dei responsabili è sempre IL POPOLO SOVRANO detentore del diritto di voto. Il “politically incorret” è diventato il business del nuovo millennio e sta drasticamente rivoluzionando il modo di pensare e di comportarsi facendo calare il livello culturale generale. Il rimedio però esiste, anche se con esiti visibili nel lungo periodo.

CRISI

Sono oramai dieci anni che vengono percepite a livello globale notevoli difficoltà economiche che, a loro volta,  hanno generato un clima estremamente teso. È storicamente appurato che i popoli scontenti del loro status sociale divengano inquieti e intraprendano drastiche scelte. Scorrendo le pagine del passato è possibile riscontrare, nei momenti di agitazione sociale, conflitti, rivoluzioni, atti terroristici, manifestazioni di dissenso. Alcune di queste reazioni hanno portato al miglioramento dello status sociale, altre hanno arrecato immani disastri. Spesso alcune “ reazioni” si sono lasciate dietro una scia di sangue e consistenti sconvolgimenti sociali. Occorre un minimo d’infarinatura di storia per capire e prevenire scenari che porterebbero inevitabilmente ad eventi incontrollabili. La storia contemporanea però rimane il periodo più adatto per effettuare attendibili paragoni con i fatti quotidiani di cui siamo testimoni. Dopo un’attenta analisi, non per forza effettuata da esperti del settore, occorre un altro briciolo d’infarinatura di educazione civica per avere una valida guida comportamentale: l’etica giusta da seguire per convivere pacificamente con sé stessi e con gli altri.

REAZIONE

Ed è qui che entra in gioco la soluzione sopra anticipata. Esiste un solo modo per combattere il proselitismo politico incentrato sull’intolleranza e la ricerca spasmodica di un colpevole o di un nemico. Questa tipologia di propaganda sfocia nel populismo. Utilizzando la “distrazione di massa” i problemi irrisori, quelli di facile risoluzione, vengono indicati come sostanziali. Viene spesso canalizzato l’odio verso il prossimo, spesso più debole di noi, per deviare l’attenzione rispetto a problematiche molto più gravi e di difficile soluzione. Vengono quindi tralasciate, ignorate o celate le vere difficoltà strutturali non risolvibili nel breve periodo. In effetti la velocità di esecuzione e risoluzione è di fondamentale importanza nei governi instabili e di breve durata che vivono eternamente in campagna elettorale. Quando c’è instabilità è necessario raggiungere prima possibile dei risultati. Poco importa se poi non si tratti di obiettivi cruciali per il benessere della comunità. L’importante è che il popolo percepisca che si è ottenuto qualcosa, possibilmente togliendolo qualcos’altro al capro espiatorio di turno.

SOLUZIONE

La soluzione è: la CULTURA. Come già accennato in una democrazia l’ago della bilancia sono gli elettori. L’elettore che ignora la storia e la base dell’etica, spesso indicata nei primi articoli delle costituzioni, è facilmente malleabile da parte di politici esperti della comunicazione mediatica. Ed è quindi a questo punto che viene posto l’interrogativo: perché in Italia (così come nel resto del mondo) sin dalle scuole primarie di primo grado non sono resi obbligatori la storia contemporanea e i primi 34 articoli della costituzione? Benigni, Piero e Alberto Angela e molte altre insigni personalità sono solo un esempio lampante di come sia possibile divulgare anche ai bambini materie di complicata comprensione. Un testo, ad oggi best seller, scritto da Gombrich è ancora l’esempio di come possa essere accessibile, anche ai più piccoli, l’intera storia umana. Ma prima di conoscere Assiri e Babilonesi e antichi romani (periodi storici comunque fondamentali per una completa comprensione degli avvenimenti e del pensiero di tutti i tempi) i bambini dovrebbero: “leggere scrivere, far di conto”, conoscere la storia contemporanea e l’educazione civica (nel nostro caso i primi 34 articoli della Costituzione). Dopo avere assimilato queste materie è senza dubbio fondamentale ricominciare dalla preistoria. I bambini sono delle spugne. Apprendono i concetti molto più velocemente di noi adulti. Non è accettabile che, prima di tutto, debbano imparare i costumi di popoli dove era ammessa la schiavitù, oppure dove la donna non aveva titolo ad alcun diritto. I bambini devono arrivare alla terza media prima di studiare l’abolizione della schiavitù, Martin Luther King o le suffragette (spesso di fretta perché si è indietro con il programma). È invece necessario sin dall’inizio apprendere a cosa porta l’odio, l’instabilità, il nazionalismo.La separazione politica ed economica degli stati europei è stata causa per secoli di sanguinosi conflitti che hanno visto la conclusione dopo due guerre globali con milioni di morti. L’emigrazione invece è peculiare nel passato e nel presente di molte culture, persino la nostra.  Questi ed altri concetti non possono essere affrontati la prima volta e rapidamente in terza media. Dovrebbero essere instillati in tutte le generazioni sin dalle elementari e ripresi alle medie. E, per chi finirà le superiori (poiché la scuola dell’obbligo finisce prima), ripeterli una terza volta all’ultimo anno, sviscerando meglio i concetti grazie l’approssimarsi della maturità. Il Miur dovrebbe aggiungere alle sue linee guida sugli obiettivi da raggiungere, che probabilmente lasciano troppa libertà nello svolgimento del programma, qualche indicazione più rigida riguardo lo svolgimento delle tematiche appena indicate. Dovrebbe quindi specificare come intraprendere il programma di storia contemporanea e come fissare i primi 34 articoli della Costituzione. Tale programma deve ovviamente essere divulgato con un linguaggio adatto all’infanzia. Nello stesso tempo è necessario indicare alcuni linee più incisive delle tematiche da insegnare, questo  per creare un’omogeneità nella preparazione degli alunni di classi e scuole diverse. Ma il fine è soprattutto quello di fornire le basi per potersi difendere  dalla retorica dei populisti (leggasi la concezione negativa del vocabolo). Questo bagaglio culturale sarà utilizzato poi nella maggiore età, avendo maggior consapevolezza quando, andando alle urne si avrà la possibilità di essere protagonisti e partecipi della vera e diretta democrazia.

 

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