A INPRESS Magazine incontriamo Paolo Trento che ci parla del suo nuovo romanzo Il timpano spezzato.

Il romanzo sembra interrogare continuamente il concetto di “verità”: quale verità cerca davvero Jakob?

Partendo dal presupposto che non esista un’unica verità, che ogni logica stia in piedi da sola, autoreggente, e che la realtà sia fondamentalmente paradossale, interrogarsi sul concetto di verità è un esercizio piuttosto complesso e -come ribadisce Karl Popper per la filosofia della scienza- confutabile e falsificabile.

Qual è il significato del titolo Il timpano spezzato in relazione alla storia e ai personaggi?

Ha diversi significati sia come metafora che come allegoria, infatti, Jakob trova nell’elemento decorativo la conferma di un deliberato proposito progettuale da parte dell’architetto manierista che ha creato un fenomeno acustico tanto potente da spezzare i timpani mentre Otto identifica la propria vita da orfano con quel triangolo privo di punta come se il tetto protettivo della sua esistenza fosse incompleto e inefficace.

Otto è voce narrante: quali vantaggi e quali limiti comporta questa scelta?

Otto è inconsapevolmente ignorante perché non sa di non sapere come capita ad ognuno di noi quando ci avventuriamo in territori ignoti con la bussola inservibile delle nostre infondate certezze. Il vantaggio di renderlo voce narrante è quello di confortare il lettore (includendo me stesso) che può comunque identificarsi nel ruolo di un ingenuo viaggiatore senza provare alcun disagio per la complessità del percorso proposto del saccente, se pur geniale, Jakob. Quanto al limite che comporta questa scelta, è evidente che Otto non è e non può essere nella testa di Jakob. Dunque, i racconti di Jakob se li deve narrare da solo rendendo voce narrante quella dei nuovi personaggi evocati dai propri ricordi.

Il racconto intreccia episodi storici e riflessioni filosofiche: come hai bilanciato questi due livelli?

Se la storia finisce per essere uno sterile elenco di nomi e di date da imparare a memoria e la filosofia una semplice serie di aforismi da citare, il ruolo educativo di entrambe si azzera. Personalmente preferisco considerare le due discipline in chiave progressista, a difesa della dignità e della libertà umana intercettando e bilanciando aneddoti con surrogati etici che l’arroganza del potere -politico o religioso che sia- ha trasformato in crimini efferati e in dogmi intellettuali per proprio esclusivo vantaggio.  In che altro modo si può svelare il subdolo complotto?

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