Direttore responsabile: Claudio Palazzi

Ai Caravaggeschi, ai quali Roberto Longhi consacrò una vita di studi, è dedicata la mostra Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi, presso Palazzo Caffarelli. Inaugurata con inevitabile ritardo e recentemente prorogata fino a gennaio 2021, la mostra è stata organizzata in occasione dei cinquant’anni dalla morte del grande critico che con le sue originali ricerche ha rivoluzionato la storia dell’arte e ha forgiato allievi prima, e grandi studiosi poi, come Federico Zeri, Giuliano Briganti e Mina Gregori (tra gli autori del catalogo).Prorogata la mostra “Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi” (Musei Capitolini, Palazzo Caffarelli)
Roberto Longhi (Alba, 1890 – Firenze, 1970) dedicò la vita allo studio della pittura del Caravaggio, una scelta pioneristica, in quanto il pittore era all’epoca tra i meno conosciuti dell’arte italiana, che gli permise di riconoscere immediatamente la portata rivoluzionaria della pittura del Merisi, così da intenderlo come primo pittore dell’età moderna. Longhi non fu solo il più importante storico dell’arte del suo secolo ma anche un collezionista che raccolse un importante numero di opere, il cui nucleo più significativo è quello che comprende i capolavori del Caravaggio e dei suoi seguaci. Longhi creò La Fondazione di Studi di Storia Dell’arte Roberto Longhi nel 1971 per volontà testamentaria, dotandola della sua biblioteca, fototeca e collezione d’arte “per vantaggio delle giovani generazioni”. La collezione annovera opere che spaziano dal XIII al XX secolo e ha sede nella villa Il Tasso, che il critico acquistò nel 1939 e abitò fino alla morte.

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Il percorso espositivo della mostra – curata da Maria Cristina Bandera, direttore scientifico della Fondazione Longhi ‒ ha inizio con una piccola sezione dedicata ai pittori veneti e lombardi del Cinquecento, personalità fondamentali per la prima formazione del Merisi.

A partire dalla fine di giugno la mostra è stata arricchita dal capolavoro del Merisi Ragazzo Morso Da Un Ramarro. L’opera, risalente all’inizio del soggiorno romano, colpisce per la maestria nella resa dei “moti d’animo”, che si esprimono nel brusco scatto e nella contorsione dovuta al dolore e alla sorpresa, nonché per la “diligenza” con cui il pittore ha saputo rendere il brano della natura morta, come ricordato dall’artista rivale Giovanni Baglione. L’opera venne acquistata nel 1928 e ritratta a carboncino dallo stesso Longhi nel 1930. Il disegno dimostra che Longhi, come i suoi predecessori G. Morelli e G.B. Cavalcaselle, “usava il disegno come strumento d’indagine e sapeva intendere, anche per via grafica, lo stile e il senso stesso degli artisti che studiava, in un corrispondente visivo di quanto scriveva a commento delle opere”.



Tra le opere esposte troviamo il Ragazzo che monda un frutto, indicata da Giulio Mancini come una della due opere eseguite dal Merisi subito dopo il suo arrivo a Roma, ritenuto originale da Isarlov nel 1935 ma anche attribuito a Murillo per analogia con un altro dipinto affine. Secondo Frommel, fra tutte le versioni note come copie (una seconda versione è esposta alla National Gallery di Londra), quella appartenuta a Longhi sarebbe la più vicina all’originale perduto. Il giovane, ritratto come con una semplice camicia da contadino, sarebbe da leggersi secondo Longhi in senso “popolare, lombardo”.



Destino singolare quello di Michelangelo Merisi da Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610) che, nella sua intensa e tragica stagione romana, trovò osteggiatori ma soprattutto seguaci e imitatori che ne diffusero la fama in tutta Europa, per poi essere in breve tempo dimenticato e riscoperto solo nel 1900.

Dopo il Caravaggio, i “caravaggeschi”. Quasi tutti a Roma, anch’essi, e da Roma presto diramatisi in tutta Europa.
La “cerchia” si potrà dire, meglio che la scuola; dato che il Caravaggio suggerì un atteggiamento, provocò un consenso in altri spiriti liberi, non definì una poetica di regola fissa; e insomma, come non aveva avuto maestri, non ebbe scolari. (R. Longhi, 1951)

Sono poi presenti in mostra oltre 40 dipinti di seguaci e artisti che per tutto il 1600 si sono confrontati con la pittura del Merisi. Opere che mostrano l’importanza dell’eredità di Caravaggio, come la Negazione di Pietro, soggetto caro ai Caravaggeschi e grande capolavoro di Valentin de Boulogne, il più acclamato tra i caravaggisti francesi, documentato a Roma dal 1614, dove frequentò personalità come Ribera, Manfredi e Cecco del Caravaggio. Angelo Caroselli, la cui carriera artistica di svolse interamente a Roma, dove è stabilmente documentata la sua attività nell’accademia di San Luca tra il 1608 e 1635. Artista dal gusto eclettico, dalla pittura impregnata di luce tersa derivata da Orazio Gentileschi ma spesso legata a soggetti macabri, esoterici o misteriosi, come nell’opera presente in mostra Allegoria della vanità. Carlo Saraceni, veneziano attestato a Roma, dove svolse la sua formazione e la sua breve carriera, fu molto attento alle opere del Merisi e dei caravaggeschi. Curiosamente fu a lui che venne assegnato il compito di eseguire la Morte della Vergine per la chiesa Santa Maria della Scala, in sostituzione al dipinto di Caravaggio rifiutato dalla committenza. Le tre opere presenti nella collezione ci offrono un’idea completa dell’arte di Saraceni, Il Ritrovamento di Mosè (1610 ca.) mostra la vicinanza all’eredità veneziana, il Ritratto del cardinale Capocci (1613-16 ca.) è un raro esempio di ritratto caravaggesco, mentre la Giuditta con la testa di Oloferne (1618 ca.) è l’apice della sua vicinanza al Merisi e alla sua cerchia. Mattia Preti, definito da Longhi nel 1913 come il “terzo fra i geni pittorici del Seicento italiano”, dopo Caravaggio e Battistello Caracciolo. A partire dagli anni ’30 fu a Roma, dove studiò le opere del Merisi, di Bartolomeo Manfredi e di Valentin. Una testimonianza di questa fase è il Concerto a tre figure (1630 ca.). Più tardi assimilò il linguaggio di Nicolas Poussin e Pier Francesco Mola, che recuperano i valori cromatici delle opere giovanili di Tiziano. Agli anni napoletani, contraddistinti da un rinnovato interesse verso il caravaggismo, appartiene invece Susanna e i vecchioni (1656-1659), uno dei suoi maggiori capolavori. Andrea Vaccaro, che aderì, soprattutto nel periodo giovanile, al naturalismo di matrice caravaggesca allora dominate a Napoli, momento a cui appartiene l’opera Davide con la testa di Golia (1630 ca.). Presenti in mostra anche cinque dipinti della serie di Apostoli attribuita da Gianni Papi, nel 2002, al giovane Jusepe de Ribera, pittore attivo prima a Roma e poi a Napoli, dove incise profondamente sugli sviluppi pittorici del Seicento.



Nelle sale successive si avvicendano, Lanfranco, Borgianni, Giovan Battista Caracciolo, il Moncalvo, lo Stomer, Gioacchino Assereto, il Maestro dell’Emmaus di Pau, Gerrit van Honthorst, Domenico Fetti, il Maestro dell’Annuncio ai pastori, Giacinto Brandi, e molti altri artisti importarti per la diffusione dei modi del Merisi.

La mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dalla Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi.

Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi.
Date: dal 16 giugno 2020 al 13 settembre 2020.
Orari: tutti i giorni ore 9.30-19.30.
Info: www.museiincomuneroma.it, 060608 (tutti i giorni ore 9.00-19.00).
Sede: Musei Capitolini – Sale espositive di Palazzo Caffarelli. Piazza del Campidoglio, 1 – Roma.
Informazioni Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)
Ingresso gratuito al museo con la MIC card, acquistabile nei musei e online all’indirizzo museiincomuneroma.vivaticket.it

 

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