COSA HA PROPOSTO LA COMMISSIONE EUROPEA CON IL NUOVO PATTO?

Lo scorso 23 settembre la Commissione Europea ha posto un altro pilone (l’altro, ad oggi, è il Green new deal di dicembre 2019) dell’Europa che verrà. Le istituzioni europee saranno in prima linea nell’affrontare la sfida dell’immigrazione, con due gridi di battaglia: solidarietà e valorizzazione. Un nuovo patto sulla migrazione e l’asilo. Direttore responsabile: Claudio Palazzi
La presidente della commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha fatto chiarezza sugli intenti delle istituzioni europee in materia di migranti: “Il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo”, come è introdotto nella comunicazione n.609 del 2020, mira innanzitutto al raggiungimento di “una gestione affidabile ed equa delle frontiere esterne, compresi i controlli di identità, salute e sicurezza”. La Ue presenzierà nei porti d’arrivo, provvedendo direttamente all’identificazione dei migranti (chi può ricevere asilo e chi no) entro 5 giorni dal loro ingresso in Europa e alla domanda di asilo, da processare entro 12 settimane. Una novità rispetto al passato, in cui tale fase era di competenza dello stato di primo approdo: una fase di screening che dovrebbe essere gestita da un’Agenzia Ue per l’asilo, come ha proposto la Commissione.
La comunicazione rimarca inoltre l’importanza dell’equilibrio tra i paesi europei delle norme in materia di asilo, a cui dovrà seguire un efficientamento di queste leggi e una razionalizzazione delle procedure in materia di asilo e rimpatrio.

Media4tech di Claudio Palazzi

LO SPIRITO DELLA COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE EUROPEA

L’impulso che la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha voluto  dare è anche di matrice culturale: l’obiettivo è un nuovo meccanismo di solidarietà per le situazioni di ricerca e soccorso dei migranti, per cui è fondamentale far leva sullo spirito di solidarietà tra le nazioni europee.

Scatta innanzitutto la solidarietà automatica per i migranti salvati nel Mediterraneo, il che rappresenta una novità rispetto al passato, accanto anche all’intenzione di correggere alcune disposizioni del regolamento di Dublino, il quale grava in maniera sproporzionata sulle spalle dei paesi europei d’approdo dei flussi migratori: l’accoglienza non potrà esser gestita solo da alcuni Paesi. In questo nuovo periodo storico, post Covid, occorrerà la partecipazione, in qualche modo, di tutti.

In che modo? Con questo tentativo di riforma, ha dichiarato i giorni seguenti alla comunicazione la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johanssonad, si cerca di alleggerire le difficoltà di gestione degli arrivi nei paesi mediterranei, attraverso due modalità: i paesi che contribuiranno ad una solidale gestione dei flussi migratori, lo faranno, secondo quanto prevede il meccanismo obbligatorio, istituito con il nuovo Patto, attraverso una equa redistribuzione.

Mentre per i paesi che sceglieranno la solidarietà per vie traverse viene introdotto il meccanismo dei “governi sponsor”, per cui sarà obbligatorio finanziare e gestire il rimpatrio dei migranti che non godono dei criteri per ottenere lo status di rifugiato: questi resteranno nel Paese di primo ingresso, ma se entro 8 mesi i governi sponsor non saranno riusciti a organizzare il loro rientro in patria, li riceveranno all’interno dei confini nazionali, in attesa della chiusura della procedura di ritorno.

Un modo, oltre che per distribuire la responsabilità su tutti i paesi membri, anche per snellire l’afflusso negli hotspot: luoghi, in passato, di disordini e disagi.
Questo meccanismo è a tutti gli effetti un compromesso, secondo il vicepresidente della Commissione Margaritis Schinas, necessario in tutti i negoziati futuri.
Nella comunicazione, che comunque dovrà essere elaborata dal Consiglio e che potrebbe subire modifiche più o meno consistenti, viene prefissato il raggiungimento di una maggior capacità di previsione, di preparazione e di risposta ai momenti di forte pressione migratoria: saranno fondamentali i partenariati reciprocamente vantaggiosi con i paesi terzi di origine e di transito, che permetteranno anche di sviluppare percorsi legali sostenibili per coloro che necessitano di protezione.

La Commissione, con il “Patto sulla migrazione e l’asilo”, getta le basi per un futuro piano d’azione globale sull’integrazione e l’inclusione, previsto per il periodo 2021-2024, dove, assieme alla solidarietà, parola chiave, sarà di primaria importanza un’altra interpretazione degli intenti dell’Ue: la valorizzazione.
Una nuova strategia di valorizzazione dei flussi migratori, oltre che ad una miglior gestione, servirà anche ad espandere la futura cooperazione al settore della migrazione per lavoro, secondo la Commissione europea.

LE REAZIONI ITALIANE AL NUOVO PATTO

Secondo Giuseppe Conte «la proposta della Commissione europea è un passaggio non trascurabile ma sicuramente non è l’approdo di una politica europea efficace di gestione dei flussi migratori», come ha dichiarato a La Repubblica.
Serviranno dunque ulteriori sforzi, ma la clausola del meccanismo obbligatorio allevia le preoccupazioni italiane sulla gestione e distribuzione dei migranti, ma non a tutti.

La Lega e Fratelli d’Italia hanno subito attaccato l’operato della commissione europea: secondo Giorgia Meloni, come ha dichiarato in un’intervista a Il Tempo, l’Italia «rischia di diventare il più grande centro profughi d’Europa» e l’unico modo per evitarlo è il blocco navale. «Lo faremo noi al Governo» afferma chiudendo il discorso sull’immigrazione.
Mentre Salvini l’ha sparata grossa ad Anguillara in un recente comizio, cercando, secondo l’ormai risaputa strategia di partito, di generare clamore e angoscia: «Ne prendono (riferendosi ai migranti che approdano in Italia) centinaia ogni giorno e poi vogliono mandarli ad ogni Comune. Iniziano in ordine alfabetico… Quindi dalla A. E voi siete? Anguillara… appunto».
Una reazione fiduciosa quella dei partiti di maggioranza, che finalmente sono riusciti a revisionare i decreti sicurezza, ma che, con qualche forma di scetticismo, attendono maggior concretezza e chiarezza dalle istituzioni europee che entreranno in gioco in questo momento: molto dipenderà infatti dal Consiglio dell’Unione Europea, istituzione cruciale per la concretizzazione di questo nuovo impulso.

LE REAZIONI DAL MONDO NO-PROFIT

Nel frattempo l’organizzazione no profit Baobab Experience, molto spesso boicottata nella sua azione di accoglienza, ma che non ha mai smesso di concretizzare gli intenti solidali che vengono proclamati dai nostri politici, ha commentato così dal proprio profilo Facebook:
«Anti-Migration Pact. Quando la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen ha parlato di abolizione del regolamento di Dublino e di “un forte meccanismo di solidarietà”, siamo saltati sulla sedia.
Abbiamo scioccamente creduto che “abolizione” significasse “abolizione” e che con “solidarietà” si intendesse “solidarietà”.

E invece per abolizione si voleva intendere la previsione di qualche eccezione al principio del Paese di primo ingresso – perno del regolamento di Dublino – per cui chi entra in Europa chiedendo protezione è costretto a farlo nel luogo in cui arriva, anche se non coincide – e spesso non coincide – con la destinazione desiderata e finale. La solidarietà, invece, è contemplata come sinonimo di complicità interna contro l’esterno: quella tra stati membri, nel sostenere e favorire le espulsioni di chi proviene da fuori, dalla parte sbagliata del mondo. “Dublino” dunque resta saldo. Nessuna distribuzione doverosa dei rifugiati tra Stati membri, ma la previsione di una possibilità di libera scelta: o l’accoglienza di una quota di richiedenti asilo o l’organizzazione e copertura economica del rimpatrio per i non aventi diritto. Quasi a stabilire una equazione, un baratto, che i paesi Visegrad alzeranno a stendardo, quali fautori della cacciata degli sgraditi.

Viene infatti introdotta la sponsorship sui rimpatri, perché non bastava associare al concetto di solidarietà quello di rifiuto dell’altro, ma era necessario inquinare anche un termine – quello di sponsorship- che nelle politiche migratorie ha sempre avuto un’accezione positiva, come via di accesso legale e sicura per le persone migranti.
La coesione tra Stati membri non è perseguita per lo sviluppo di un sistema comune europeo di accoglienza ma per un’equa ripartizione degli oneri dei rimpatri degli indesiderati. Il dialogo e la cooperazione con i Paesi di origine e di transito dei migranti non sono tanto auspicati per favorire l’apertura di corridoi umanitari quanto per trattenere esseri umani nelle terre da cui fuggono o nei lager di frontiera.

Poco o nulla sulla costruzione di percorsi legali e sicuri di protezione, nonostante i potenziali strumenti a disposizione- programmi di ammissione per motivi umanitari, visti umanitari, procedure di ricongiungimento familiare, ricollocamento dei migranti, ecc. – che permetterebbero di combattere davvero il traffico di esseri umani. Combatterlo e non strizzare l’occhio a passeur e aguzzini.
Una frontiera, esterna e interna, che è destinata a essere sempre più presidiata e impermeabile.

Sulle ceneri ancora bollenti di Moria, l’Europa rimette al centro il sistema degli hotspot con la quantomeno ambiziosa prospettiva di sottoporre i migranti, nel momento di valico della frontiera, a una scrematura tra chi potrà e chi non potrà seguire l’iter della richiesta d’asilo: 5 giorni per definire il destino di una persona, col rischio che il discrimine sia la sola nazionalità, dimenticando che lo status di rifugiato non si ottiene sulla base della propria carta d’identità ma grazie al riconoscimento di una persecuzione oggettiva e dimostrabile.
Dimostrabile, appunto. Ma per chi proviene dai paesi dove la migrazione non è legata a conflitti o calamità riconosciute viene attivata la border procedure, procedura rapida alle frontiere che in 12 settimane si esprimerà sul rimpatrio. Poca o nessuna possibilità per i migranti c.d. economici, che restano i grandi dimenticati della coscienza europea – perché morire lentamente di fame sembra chissà perché esser meno doloroso di morire sotto le bombe – ma anche per i profughi che fuggono da situazioni di violenza personale e instabilità interne, che pur non conclamate su scala planetaria esistono e uccidono.

Il rischio forte – ma è forse l’obiettivo del Migration Pact – è quello di procedere a valutazione sommarie e mascherare respingimenti made in UE con la legittimità del rimpatrio.
Rimpatrio Rimpatrio Rimpatrio: la parola chiave, ripetuta ossessivamente in tutto il documento programmatico. Anche perché nella border procedure finiranno indiscriminatamente tutti coloro che provengono da paesi con un tasso di riconoscimento dello status di rifugiato al di sotto del 20% che – attenzione – si impenna al 75% quando il paese di primo approdo vive una non meglio specificata “crisi migratoria”.
Sbagliando si imp…ah no, si persevera. Diabolicamente.»
In attesa di azioni concrete, da parte delle istituzioni nazionali ed europee, a voi i commenti.

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