#TenYearChallenge, come le tecnologie hanno cambiato il nostro mondo

Qualche settimana fa è spopolato sui social l’hashtag #tenyearchallenge, il quale ha riempito le home dei nostri profili di foto del 2009 confrontate con quelle di adesso. Sicuramente tra le tante ci sarà stato chi è più cambiato e chi è rimasto uguale a se stesso, ma la differenza principale più difficile da considerare è che dieci anni fa anche solo il concetto di “hashtag” era sconosciuto.  

Dieci anni fa, infatti, Facebook era agli albori della sua diffusione, Twitter anche, Instagram doveva ancora nascere, e gli utenti che trascorrevano il loro tempo online erano ancora una nicchia, divisa principalmente tra i primi antenati dei social network (con siti come Habbo o MSN) e i forum di discussione, presenti ancora oggi anche se in disuso. 

L’invenzione che più di tutte ha rivoluzionato le nostre vite, quella che ancora oggi sta cambiando radicalmente il nostro modo di vivere in ogni sua accezione, è senza dubbio lo smartphone e la sua diffusione di massa. In 10 anni di sviluppo tecnologico, ciascuno è diventato raggiungibile ovunque e iperconnesso con il mondo intero, trasformando internet dal Web 1.0 al cosiddetto Web 2.0. Il che significa che l’uso di internet si è trasformato da semplice uso enciclopedico all’uso interattivo e alla targetizzazione estrema dei contenuti individuo per individuo. 

Ancora è difficile dire quanto questo stia influenzando le generazioni più giovani, nate e cresciute con la tecnologia a portata di mano, ma dopo dieci anni si possono iniziare a porre alcune riflessioni. 

La prima, forse la più influente a livello politico, è quella del “narcisismo democratico”. Il termine è stato coniato dal prof. Orsina nell’omonimo libro, ed è traducibile nel falso mito che Internet sia di per sé sinonimo di sapere a livello specialistico. Al giorno d’oggi, infatti, sembra essere crollato il prestigio e il potere di influenza di chi possiede titoli accademici, a favore della supremazia dell’opinione “del cittadino” su qualunque argomento. Ogni informazione che ci serve nella vita di tutti giorni, infatti, è rintracciabile facilmente tramite un motore di ricerca in meno di un secondo. Questo però avviene sia per la semplice ricetta di una torta sia per un’ipotetica cura per il cancro, e ciò pone dei seri problemi. Vi sono infatti numerose discipline che necessitano di anni per essere approcciate, capite, padroneggiate. Che, per definizione, non possono essere alla portata di tutti, perché hanno bisogno di una sistematicità. Una sistematicità che oggi sembra incompatibile con un mondo sempre più dedito all’estrema semplificazione di qualsiasi concetto, e che per questo tende a favorire anche politicamente chi offre la semplificazione più attraente.  

La semplicità nel trovare informazioni, con il conseguente senso di onnipotenza del singolo che tramite la rete può diventare in due giorni esperto di qualsiasi cosa, non ha influito solo a livello politico, ma anche a livello umano. Lo spiega bene Paolo Crepet nel nuovo libro “Passioni”, nel quale riflette sulla mancanza di passioni nei giovani causata proprio dalla semplicità nel poter fare le cose. Se, infatti, tutti possiamo diventare bravi con la chitarra seguendo giornalmente delle lezioni online, quale motivazione può spingerci a comporre un sentiero dove tutto è già preconfezionato? Il sovraccarico di potenziali interessi ha creato una dinamica strana negli individui. Siamo come dei bambini che si ritrovano in una cameretta piena di nuovi giochi, e provano un po’ di questo e un po’ di quello fino a quando tutto gli viene a noia. Tutto è a portata di mano, e questi bambini annoiati si sono dimenticati di come si può riuscire a inventarsi mille diversi giochi con pochi oggetti e la fantasia. Non lo hanno dimenticato perché sono pigri o sprovvisti della fantasia necessaria, ma semplicemente perché non ne hanno più bisogno. 

Ognuno ha in mano il proprio mondo individuale, racchiuso nello smartphone. Lì abbiamo i nostri contatti, i nostri interessi, le cose che più ci piacciono. Ogni notifica che arriva riguarda noi, e quando accediamo ai nostri mondi personalizzati tramite i social network, è sempre “noi” che vediamo, non l’altro. Non ci compare mai qualcosa che non ci interessa, dunque i nostri interessi si autoalimentano. La libertà di poter fare ciò che si vuole su internet finisce per tradursi nel fare ciò che più ci piace, perché ne abbiamo la possibilità. Se per caso capita di vedere qualcosa che non ci interessa, basta scrollare o chiudere la pagina, non siamo costretti a partecipare, a capire, a leggere, ad ascoltare. Così facendo si perde l’occasione di potersi interessare a qualcos’altro, di scoprire qualcosa potenzialmente opposto al nostro mondo. È così che, in modo paradossale, la completa libertà da costrizioni di qualunque tipo porta l’individuo a ridursi, appiattendosi sempre più verso se stesso, con le “sue” storie, le “sue” foto, le “sue” opinioni.  

Già il grande Leopardi aveva intuito quanto il progresso avrebbe danneggiato le passioni umane. Nel libro “Lo Zibaldone”, riflette sul fatto che Dio creò il mare e gli oceani perché l’uomo non potesse vedere oltre, e questo non poter vedere ha causato nei secoli l’immaginazione, la curiosità, la spinta alla conoscenza. 

Ora che invece tutto è visibile, prevedibile e a portata di mano, quali oceani restano ancora da scoprire a chi vive nel presente? 

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