La cattura di Cesare Battisti, la fuga della democrazia

Una condanna a 12 anni per banda armata, la fuga nel 1981 dal carcere di Frosinone. L’ergastolo per quattro omicidi in concorso, la latitanza, il rifugio politico prima della Francia e poi dal Brasile, la fuga in Bolivia e la recente cattura.

Sono gli anni di piombo, più precisamente il 1978, gli anni in cui Cesare Battisti entra nel PAC (Proletari Armati per il Comunismo) e prende parte a quattro omicidi. Il primo è quello di Andrea Santoro, maresciallo di Udine. Poi toccherà a un gioielliere e a un macellaio, entrambi avevano sparato a un rapinatore. Infine, l’omicidio di un agente della Digos, Andrea Campagna.

La sua cattura è senza dubbio dovuta alla svolta estremista del Brasile con l’elezione di Bolsonaro, il quale in campagna elettorale prometteva che “il Brasile non sarà più la terra dei banditi”.

È proprio “campagna elettorale” la parola chiave di tutta la vicenda. Una campagna elettorale basata sull’antico rituale della vittima sacrificale, del capro espiatorio. L’uomo, il criminale, scende dall’aereo, circondato dai poliziotti, atteso dal ministro dell’Interno e dal ministro della Giustizia. La telecamera lo riprende in ogni spostamento: il deposito dell’impronta, il passaggio nei corridoi, addirittura la ripresa dall’auto e dall’aereo dove viene poi fatto risalire. Più di 3 minuti di video, con tanto di musica di sottofondo, caricato dal ministro della giustizia Bonafede sui social, a beneficio del suo pubblico. Cesare Battisti viene ripreso in volto, più e più volte, anche in un momento di “foto” con due poliziotti a tenerlo per le braccia.

Siamo nell’era del virtuale, ma sembra essere la presenza fisica quella che conta, dallo sgombero dei Casamonica alla commemorazione dei morti di Rigopiano, alla cattura di un criminale. Ma c’è qualcosa di più, perché oggi la presenza fisica senza la “messa in mostra” non esiste più, in politica. Perché andare a commemorare le vittime di una tragedia senza pubblicizzare l’evento ai “seguaci” virtuali? E dunque, perché non mettere in mostra anche la cattura del criminale, del “mostro”, dell’uomo che si è reso simbolo del fallimento della giustizia italiana, scappando dall’arresto per anni? Dove dovrebbe trovare il “cittadino comune” l’elemento di indignazione, la pietra di scandalo per una tale vicenda?

La risposta è semplice quanto forse complessa da interiorizzare per chi fa esperienza dell’attualità tra una foto di Salvini con il panino alla nutella e un video di Di Maio sulla moto da neve. Perché nello stato liberale di diritto, il potere giudiziario è slegato e indipendente dal potere politico (esecutivo e legislativo). Perché gli uomini sono uomini, non sono simboli. Se un uomo diventa un simbolo, esso perde il suo carattere di umanità. Diventa quindi un “non-uomo”, dall’etimologia tedesca “Unmensh”, cioè un mostro.

Ecco, è la privazione dell’umanità l’anticamera di tutto ciò che non è democrazia. Essere in uno stato liberale significa che l’uomo viene prima dello stato. Lo stato può arrivare fino ad un certo punto nel limitare la libertà del singolo. Non ha un potere totale nei confronti dell’uomo, perché c’è una linea di demarcazione che qualsiasi potere non può violare, e cioè quella che protegge ciò che appartiene all’arbitrio del singolo uomo: la dignità, la vita, la morte.

È nell’Articolo 1 della Costituzione Italiana che vi è racchiuso il significato profondo di democrazia, quello che troppo spesso si dimentica. Il primo articolo infatti recita “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. I limiti della legge sono il fondamento della democrazia. È con i limiti che la libertà degli individui viene tutelata, difesa dallo stato e dalla libertà altrui. È questo che deve portare alla riflessione: dov’è il limite quando lo Stato, incarnato nei rappresentanti del potere esecutivo (e anche una parte del potere giudiziario, dal momento che parliamo del ministro della Giustizia), spettacolarizza, teatralizza, enfatizza, insomma fa di un uomo il simbolo di qualcos’altro?

Un simbolo, poi, di qualcosa di più grande, infinitamente più grande di qualsiasi semplificazione comunicabile via social. Si parla di storia, di un periodo storico carico di complessità, con diversi protagonisti che oggi non ci sono più e che vengono confusi da una certa propaganda, che con grande ignoranza gioca sul confondere l’ideologia del comunismo accomunandola al “terrorismo rosso”, omettendo quella parte di storia in cui il comunismo italiano ha combattuto il terrorismo, in uno dei periodi più bui della storia della Repubblica. Tutto è funzionale alla campagna permanente contro il nemico che, reale o artificioso, è il vero motore che alimenta il consenso.

Come ricorda il procuratore di Torino, Spataro, le istituzioni dovrebbero ricordarsi del valore della sobrietà, specialmente quando di mezzo ci sono temi delicati come la giustizia. Anche il silenzio, infatti, è comunicazione, e in certi casi può essere la miglior forma di comunicazione.

Elena Frigerio
Laureanda del corso magistrale "Comunicazione integrata per gli enti pubblici e non-profit" a La Sapienza.
Già laureata con una tesi sulla comunicazione di Matteo Renzi, pubblicata da Booksprint.

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