Il 26 giugno 1987 entrava in vigore, dopo esser stata ratificata da 20 stati, la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti. Quella stessa data verrà scelta dall’Assemblea Generale dell’Onu nel 1997 per indire la Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura. Ad oggi 169 paesi hanno ratificato la Convenzione, mentre al Comitato contro la Tortura, organismo ad hoc istituito dal Consiglio d’Europa, spetta l’azione di monitoraggio con finalità di prevenzione. Seppur universalmente condannata, internazionalmente proibita, la tortura resta ancora tristemente praticata, spesso come strumento di violenza ‘istituzionalizzata’, giustificata dietro artificiosi e traballanti motivi di necessità e emergenza. La storia recente insegna come le democrazie contemporanee non siano esenti da colpe e responsabilità. L’Italia, in particolare, ha impiegato oltre 30 anni perché si adeguasse alle disposizioni internazionali, introducendo il reato di tortura, nel 2017, e con non poche polemiche. Polemiche che riecheggiano ancora oggi, dopo la proposta di alcuni esponenti di Fratelli d’Italia di abrogare gli articoli 613-bis e 613-ter relativi al reato di tortura.

Pochi numeri alla mano

Organizzazioni come Amnesty International hanno denunciato casi di tortura e maltrattamenti in ben 141 paesi, alcuni dei quali operanti in un regime di totale impunità. Poiché questi abusi avvengono clandestinamente e all’ombra delle istituzioni, è molto complesso ottenere delle stime precise che tengano conto del numero delle vittime di tortura nel mondo. Ne è un esempio, recentemente, la difficoltà riscontrata nell’accertare i casi di tortura, crimini e violenze perpetrati nelle regioni dell’Ucraina e della Russia dall’inizio del conflitto come documentato nel rapporto della Commissione indipendente d’inchiesta sull’Ucraina costituita dall’Onu. Spesso le voci di denuncia riguardano paesi nei quali le condizioni di salute dei diritti umani in generale versano in uno stato gravissimo e inaccettabile. Sarebbe però scorretto credere che l’incompatibilità tra tortura e ordinamenti democratico-liberali si sia effettivamente realizzata. In un rapporto diffuso a fine marzo di quest’anno, ad esempio, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha dichiarato che le autorità europee hanno fatto ricorso a pratiche qualificate come tortura nei confronti di migranti e rifugiati che tentavano di attraversare le frontiere. È proprio allo scopo di ricordare e di portare all’attenzione dei media e dell’opinione pubblica storie di violenza, di soprusi e trattamenti disumani che eventi, manifestazioni, convegni e iniziative pubbliche vengono organizzati in diverse parti del mondo in occasione del 26 giugno.

Democrazia e tortura: un’inconciliabilità apparente

Casi come quelli di Guantánamo o del G8 di Genova hanno dimostrato che la cornice democratica di uno Stato non è necessariamente garanzia di prevenzione dalla tortura, la quale sebbene spesso associata a dittature e totalitarismi, è in realtà indifferente alla forma di stato o di governo. Basta pensare a come gli Stati Uniti, baluardo della democrazia in Occidente, abbiano avvallato violazioni sistematiche di diritti inviolabili al di fuori dei propri confini in nome della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo. Difficile dimenticare le fotografie di uomini nudi, incappucciati, costretti a simulare atti sessuali, o ancora tenuti al guinzaglio come degli animali, mandate in onda dalla CBS nel 2004 per denunciare i soprusi messi in atto da soldati americani nei confronti dei detenuti della prigione di Abu Ghraib a Baghdad. Interessante, notare nella maggior parte di questi casi, la reticenza da parte degli apparati di potere chiamati a rispondere nel definire quegli atti come torture. Per diverso tempo l’amministrazione americana ha parlato di metodi di interrogatorio coercitivo fino a quando, travolta da uno scandalo di dimensioni incontenibili, ha finito per imputare la responsabilità di quelle atrocità a poche mele marce.

Il tormentato iter “all’italiana”

Quella tra reato di tortura e il nostro paese è una storia complicata. Nonostante già la nostra Costituzione preveda che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, per diverso tempo il testo costituzionale e le disposizioni internazionali sono rimaste incompiute. Dopo un iter lungo e tormentato e l’opposizione di alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine che vedevano nella legge un ostacolo alla sicurezza e all’uso legittimo della forza, il reato di tortura è stato finalmente introdotto nell’ordinamento con trent’anni di ritardo. Ed è sempre in difesa dell’immagine delle Forze di Polizia che Fratelli d’Italia sostiene occorra rivedere la legge, ritenuta sproporzionata nel tutelare maggiormente chi si trova in stato di fermo o di arresto a discapito dei pubblici ufficiali. Durissima la risposta dell’opposizione, in particolare della senatrice Ilaria Cucchi, impegnata per dodici anni nella battaglia per l’omicidio del fratello Stefano, che ha dichiarato: «Giù le mani dalla legge che punisce la tortura. Chi ha paura del reato di tortura legittima la tortura».

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