Questa ennesima storia italiana inizia nel lontano luglio 2003. Alla guida del Ministero delle politiche agricole c’è l’attuale sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Come spesso accade ai grandi statisti, ha un lampo, una visione… “promuovere e diffondere nel mondo la conoscenza del patrimonio agricolo e agroalimentare italiano”. Condivide l’idea con i suoi collaboratori, ne sono entusiasti. Bisogna subito creare una S.p.a. a capitale interamente pubblico che opererà quale strumento del Ministero.

Si, ma come chiamarla? AgrItalia, Agroalimentalia? Il brainstorming è serrato. Le risorse del Ministro sono messe a dura prova ma il risultato è da grande agenzia di comunicazione, Buonitalia.

Resta solo un piccolo dettaglio da regolare, un’istituzione pubblica che ha questa finalità esiste già dal 1926, si chiama Istituto nazionale per il Commercio Estero (ICE). Un nome freddo, burocratico, ma nel ’26 non c’erano certo gli stessi geni della comunicazione di oggi.

La legge di riforma dell’ICE del 1997 parla chiaro. Secondo l’art. 2, comma h, l’Istituto “promuove e assiste le aziende del settore agro-alimentare sui mercati esteri”, ma poco importa siamo in Italia, anzi nella Buona Italia. Siamo nel paese del two is megl’ che one. Poi diciamocelo francamente, questo comma è all’articolo 2, chi si è mai spinto a leggere una legge oltre l’articolo 1.

È così nasce la favola di Buonitalia. Un’azienda in cui vengono versati 50 milioni di euro e dove l’assunzione del personale avviene a chiamata diretta secondo uno schema talmente efficiente da essere riproposto in Atac e Ama in un secondo tempo, ma questa è un’altra storia.

La parabola di Buonitalia non è purtroppo delle migliori, forse il nome non è stato di buon auspicio, e il tentativo del Ministro leghista Zaia di rilanciarla facendone uno strumento di promozione quasi esclusiva del nord-est non fa che allungare la lista di creditori: Verona Fiere chiede 3,5 milioni di euro, la federazione nazionale rugby ne vuole 600mila, Unioncamere lombarda 300mila, la Biennale Venezia 300mila, Università di Verona 27mila…

Ed è cosi che Buonitalia finisce in liquidazione. I 19 dipendenti assunti a chiamata diretta si rivolgono al Ministero delle politiche agricole per essere tutelati. L’11 luglio la questione è oggetto di un’indagine conoscitiva al Senato.

Il Senatore Tedesco si batte in Aula: “è quanto mai opportuno ricollocare i 19 dipendenti di tale società nell’ambito del MIPAAF o eventualmente anche nell’ambito di organismi pubblici per la promozione del made in Italy, in modo tale da salvaguardare la posizione lavorativa di tali soggetti”. Ma il Ministro delle politiche agricole, Mario Catania, è costretto a ricordare le regole della Costituzione: “Riguardo a Buonitalia S.p.a., la ricollocazione dei 19 dipendenti nell’ambito della pubblica amministrazione nel caso di specie non è possibile, atteso che tale scelta si porrebbe in contrasto con il vincolo costituzionale del concorso pubblico, previsto in relazione alle procedure di assunzione negli organismi dello Stato. Manifesto comunque apertura rispetto ad eventuali future soluzioni, individuate in sede parlamentare, rispetto ai dipendenti della società Buonitalia S.p.a.”.

Insomma priorità a chi ha vinto un concorso! Bravo è questa la buon’Italia che vogliamo!

Poi in luglio arriva il famigerato Spending review. Basta sprechi, d’ora in poi spese razionalizzate e rispetto delle regole. Che declinato all’ambito della Pubblica Amministrazione dovrebbe significare l’utilizzo e la messa in valore di risorse umane già selezionate tramite concorso pubblico e in attesa da anni di essere assunte. Certo.

Ma ancora una volta pensiero e azione parlano linguaggi diversi. Ed è così che nel capitolo “Soppressione, accorpamento e riorganizzazione di enti e organismi”, alla voce Buonitalia troviamo il trasferimento di tutto il contenuto di questa azienda di successo all’ICE, ossia funzioni e risorse umane. Ma non c’era un vincolo costituzionale, Ministro?

Ricapitolando per chi si fosse distratto, l’ICE assorbirà dunque 19 dipendenti a tempo indeterminato di Buonitalia che a suo tempo furono assunti a chiamata diretta! Invece noi, che l’unica chiamata diretta l’abbiamo avuta per presentarci al concorso, durato quasi due anni, con 17 mila partecipanti, una prova preselettiva, due scritte, una orale, all’ICE non abbiamo ancora messo piede.

A questo punto è chiaro che il rispetto delle regole è fuori moda, si era capito da tempo ma poi lo si vive sulla propria pelle giorno per giorno e le cose cambiano. Per questo noi Vincitori del concorso ICE non assunti vogliamo facilitare la vita della nostra classe politica e proporre una soluzione per rimediare ai continui strappi costituzionali di cui siamo vittime.

L’idea è semplice e il risultato assicurato. Ministro Passera, per favore, crei una S.p.a. con un nome accattivante. Vincitalia, Concorsalia, McItalia… poi assuma noi vincitori del concorso per chiamata diretta. Il seguito lo conosce. Liquidazione e trasferimento all’ICE, proprio in quell’ICE dove dovremmo lavorare dal 2010 ma dove non riusciamo entrare per aver erroneamente cercato di rispettare le regole.

Comitato Vincitori non Assunti ICE

comitatoice@gmail.com

1 commento

  1. …ma se voi non siete stati, seppur vincitori e vincenti ancora assunti dal 2010 ,e la faccenda buonitalia è roba del 2012, che c’entra citarla come fonte delle vostre frustrazioni?
    guardate bene quello che scrivete, la consecutio è chiara: ICE è senz’altro negligente nei vostri confronti, ma non è il personale di buonitalia che impedisce le vostre assunzioni, leggo bene?
    ricordatevi, inoltre che dietro la apaprente facilità di svolgimento, i fatti di Buonitalia hanno portato ai dipendenti anni di frustrazioni e paure, proprio come a voi. Siamo tutti sotto lo stesso cielo, non vi accanite contro chi sta nella vostra situazione, che è come la solita guerra tra poveri.
    grazie

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