Cina e Stati Uniti: guerra dei dazi. Quali prospettive per il mondo e per l’Europa?

Viviamo in un mondo ormai del tutto globalizzato e, dalla fine della Guerra Fredda a oggi, molte cose sono cambiate. Dalla caduta dell’Unione Sovietica, abbiamo visto emergere nello scenario globale nuovi attori geopolitici che sempre più prepotentemente si fanno strada nel dibattito pubblico. Se fino a qualche decennio fa eravamo abituati a un mondo bipolare basato su diversi modelli sistemici, oggi osserviamo l’esistenza di grandi economie capitalistiche che si contendono a suon di guerre commerciali il rango di prima superpotenza, in un mercato globale sempre più fitto.
È il caso di una questione che ormai da tempo occupa i palinsesti dei telegiornali e le prime pagine dei giornali: la guerra dei dazi in atto fra Stati Uniti e Cina, che non ha ancora avuto un esito risolutivo. Sembra, infatti, che le due potenze non siano giunte a un accordo, e si prevede, anzi, un inasprimento delle rispettive politiche doganali. Il risultato è che stiamo assistendo alla più grande guerra commerciale della storia. Quali saranno gli esiti, quali le conseguenze per noi europei? Che valenza ha nella scacchiera globale la crescita di una superpotenza come la Cina, capace di un braccio di ferro con gli Stati Uniti? Partiamo con ordine.

Un’escalation che parte da lontano: dalle lavatrici all’hi-tech

La guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina ha inizio il 22 gennaio 2018, attraverso una serie di restrizioni “per la salvaguardia globale” ad opera dell’amministrazione Trump. La scintilla è nell’ottobre del 2017: la US International Trade Commission, un ente federale indipendente che indirizza la politica commerciale dell’esecutivo, individua nelle importazioni di lavatrici e pannelli solari dalla Cina un rischio per l’economia statunitense. La risposta del Presidente Trump è immediata e chiara: l’imposizione di dazi su un valore di circa 10 miliardi di dollari statunitensi.
Nonostante i ricorsi da parte della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio, non passa molto tempo prima che vengano tassate altre importazioni: il primo marzo dello stesso anno, infatti, sarà il turno dell’acciaio e dell’alluminio, tassati rispettivamente al 25% e al 10%. È qui che la questione incomincia ad avere conseguenze internazionali. L’imposizione di dazi su acciaio e alluminio, infatti, colpisce, oltre che la Cina, le relazioni commerciali con Canada ed Unione Europea, oltre che con paesi come Messico e Turchia.
Al contrattacco di Pechino, che impone ulteriori dazi a 128 beni d’importazione statunitense, seguirà a maggio del 2018 una tassa del 25% sull’hi-tech di produzione cinese.
La guerra prosegue senza esclusione di colpi per tutto il 2018, fino ad arrivare a oggi. Attualmente, gli Stati Uniti impongono dazi del 25% su 250 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina, che ha risposto tassando 110 miliardi di merci americane. Il rischio è che la guerra dei dazi possa arrivare a colpire l’intero flusso commerciale fra i due paesi, per un valore di ben 800 miliardi di dollari, pari al 16% di tutti gli scambi mondiali.

I negoziati

Dall’inizio della guerra, i rappresentanti di Cina e Stati Uniti si sono incontrati undici volte per negoziare. L’undicesimo incontro si è concluso senza esito la settimana scorsa, il 9 maggio 2019, dopo due giorni di trattative a Washington. Il dialogo sembra andare avanti, ma non senza tensioni: Pechino ha circa quattro settimane per raggiungere un accordo, pena lo scatto di ulteriori dazi, che colpirebbero tutte le esportazioni della Cina. Xi Jinping, d’altra parte, si dice pronto ad ulteriori risposte.
Non mancano i tweet da parte del Presidente Trump sulla questione, che sprona con toni minacciosi l’avversario commerciale per il raggiungimento di un accordo, parlando di un presunto secondo mandato presidenziale: “L’accordo con la Cina sarà ben peggiore se dovrà essere negoziato nel mio secondo mandato. Sarebbe saggio per loro agire ora”. In ogni caso, nonostante delle brevi e momentanee retromarce da ambo le parti, è al momento impossibile prevedere l’esito delle trattative, che continueranno a Pechino a data da destinarsi. Il numero due cinese Liu He, presente alle trattative, ha voluto ribadire un punto: in caso di accordo le tariffe punitive vanno annullate.

Perché la Cina?

È legittimo dunque chiedersi perché sia la Cina la co-protagonista di questa guerra commerciale, ormai di portata globale.
Un tempo avamposto dell’economia pianificata in estremo oriente, la Cina ha dalla fine degli anni ’70 intrapreso la strada del socialismo di mercato, riorganizzando la propria struttura economica in favore di un ibrido fra capitalismo e socialismo reale, aprendo inoltre agli investimenti esteri. In un paese con circa un miliardo e mezzo di abitanti, con margini molto ampi per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e sociali, questa sembra essere stata la ricetta vincente: la Cina è, ad oggi, la seconda superpotenza mondiale per prodotto interno lordo, ed è una superpotenza militare. Già da prima della sua adesione alla WTO nel 2001, la presenza della Cina nel mercato mondiale è ormai centrale, con crescenti esportazioni di capitali (in particolare nel terzo mondo) e merci. Da paese fondamentalmente agricolo, inoltre, la Cina giunge nel 21esimo secolo come uno dei maggiori creditori del debito pubblico americano.
La customs policy protezionistica di Trump, dunque, trova la sua ragion d’essere nel confronto con un attore sempre più rilevante sul piano mondiale, e appare coerente con il mantra ripetuto più volte nella lunga campagna elettorale delle scorse presidenziali: Make America great again. L’idea di una guerra commerciale con la Cina porta nel dibattito pubblico americano la speranza di una riaffermazione degli USA come maggiore potenza mondiale. D’altra parte, il Gigante Rosso può contare su un dominio politico de facto su molti paesi: ciò ha portato molti Stati, ad esempio, a disertare le aste dei titoli di stato degli Stati Uniti. Sembra, dunque, che gli USA abbiano a che fare con un nemico ormai pieno di risorse e non incline a piegarsi.

Quali prospettive per noi europei?

L’Unione Europea, complice il periodo di crisi politica e di poca legittimazione che sta passando, appare schiacciata dalla guerra in atto fra questi due giganti, e sta accusando dei colpi. L’imposizione nel 2018 dei dazi supplementari sull’acciaio e sull’alluminio ha messo in difficoltà l’economia dell’eurozona, che al momento sembra incapace di reagire ai grandi movimenti che si stanno verificando per ora sul fronte del commercio mondiale. L’UE si trova quindi a fronteggiare un’America sempre più aggressiva, che punta a estendere il proprio mercato della produzione alimentare in Europa, minacciando di attaccare l’industria automobilistica europea con il suo protezionismo. La Cina, d’altra parte, promuove la sua Nuova Via della Seta sul mercato europeo, guardando in particolare a paesi come l’Italia, nonostante il parere contrario della Commissione Europea.
In uno scenario mondiale sempre più dominato dai giganti e dalle macroaree economiche, un’Europa divisa appare una facile preda, correndo il rischio di essere colpita dal fuoco delle superpotenze che si contendono il mercato. In tal senso, se non è possibile prevedere l’esito della guerra commerciale in atto fra Cina e Stati Uniti, appare semplice intuire quali possano essere le conseguenze per un’Europa sempre più marginale qualora questo scontro dovesse durare a lungo. Staremo a vedere.

Ignazio Terrana

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