La crisi politica in Venezuela

Le immagini che giungono dal Venezuela non fanno più pensare a un paese tra i più ricchi di petrolio. A un’economia stabile, dell’ America Latina, scampata alle dittature degli anni Settanta. Il Venezuela si trova oggi nel mezzo di una crisi economica e istituzionale senza precedenti dove gli scaffali sono vuoti. Le medicine scarseggiano e migliaia di persone raccolgono quanto possono dentro a una valigia cercando di varcare i confini dei paesi vicini. Ma come si è arrivati a questa situazione?

L’era di Chavez

In seguito alle elezioni tenutesi a fine anni Novanta, l’esponente del Partito Socialista Unito del Venezuela Hugo Chavez diviene capo dello stato. Chavez diviene famoso per la propria posizione politica marxista e nettamente ostile al capitalismo. Un presidente molto popolare, che ha ripartito la ricchezza a favore delle classi meno abbienti e puntato a favore di riforme sanitarie e programmi sociali. Ciò che ha permesso a Chavez di finanziare le proprie politiche è stato il settore trainante del paese: il petrolio.

La quotazione del greggio favorevole ha permesso sostenibilità alla valuta venezuelana, già ancorata al dollaro statunitense, e generato proventi per sostenere le ingenti spese per il sistema di welfare venezuelano. Verso la fine dell’era Chavez l’inflazione subisce un aumento e le riserve valutarie si contraggono imponendo al governo la svalutazione del bolivar (la valuta  venezuelana). 

L’ascesa di Maduro

Nel 2013 prima di morire, Chavez indica Nicolas Maduro come suo successore. Maduro si trova davanti a una situazione particolare. I prezzi in Venezuela sono in ascesa e le riserve valutaria sono in calo. Le generose politiche sociali volute da Chavez diventano insostenibili. La situazione è drammatica anche a causa delle quotazioni petrolifere e il prezzo del greggio crolla. La produzione si blocca. L’arresto dell’industria del petrolio porta a un conseguente rallentamento delle esportazioni di greggio. Nel paese entrano sempre meno dollari e la valuta nazionale bolivar viene svalutata talmente tanto che anche il cambio sul mercato nero collassa. Le imprese sono impossibilitate a importare dall’estero le materie necessarie alla produzione perché la valuta estera non si trova al cambio ufficiale.

I venezuelani cominciano ad acquistare i pochi dollari presenti sul mercato nero a tassi di cambio vertiginosi per poter comprare i pochi beni prodotti e venduti.

Maduro non può più contare sui proventi del petrolio per finanziarie le politiche sociali. In questo istante emergono i problemi dell’economia venezuelana, troppo legata a un solo settore produttivo. La spesa rimane invariata e il  governo costringe la banca centrale a stampare moneta per rimediare al deficit fiscale. Comincia una spirale inflazionistica unita a problemi relativi al cambio. 

L’iperinflazione e i disagi sociali

L’iperinflazione originatasi porta a una crescita dei prezzi esponenziale e a una perdita di valore del bolivar. Nell’estate del 2018 viene introdotta una nuova valuta chiamata “bolivar venezuelano sovrano” che non riesce a migliorare la situazione anche a causa dei continui prezzi imposti dal governo. Con l’iperinflazione nessun venezuelano vuole la nuova valuta e si cerca di spenderla quanto prima.

La pesante situazione economica ha degli impatti anche a livello sociale. Criminalità e violenza hanno subito una impennata. Se prima però in Venezuela la criminalità era legata al denaro, oggi l’obiettivo principale sono i beni di consumo. Tutto questo si unisce agli atti di violenza compiuti per mano delle forze di polizia e alla mobilitazione della popolazione, la quale reclama diritti economici e sociali.

Il forte clima di insicurezza e di disagio sociale sta spingendo i venezuelani a emigrare. Si stima che siano quasi 3 milioni i venezuelani fuggiti all’estero, perlopiù tra Colombia e Perù. Il Venezuela è oggi il 16esimo paese al mondo per numero di richieste di protezione internazionale.

Le forze militare hanno in mano un grande potere in Venezuela. Regolano parte del sistema finanziario, fiscale, edilizio, agricolo, di acquisto delle armi e controllano l’azienda petrolifera statale, la distribuzione dei generi alimentari e medicine, i porti, gli aeroporti e le risorse minerarie. Questo aggrava la situazione già estremamente delicata poiché vi è corruzione, favoreggiamento del mercato nero e corruzione dilagante in Venezuela.

Inoltre, colossi multinazionali come Colgate e Coca-Cola hanno lasciato gli impianti del paese e le aziende che forniscono beni e servizi al settore pubblico spesso non vengono pagate e accumulano crediti che difficilmente saranno mai riscossi.

Guaidó, l’autoproclamato presidente

Il 23 gennaio 2019 durante una manifestazione antigovernativa il presidente del parlamento venezuelano Guaidó si autoproclama presidente ad interim del paese. L’obiettivo è quello di guidare la transizione democratica del Venezuela fino a nuove elezioni.

Per Maduro si tratta di un colpo di stato organizzato dagli Stati Uniti e interrompe le relazioni con Washington. Nello stesso momento il Presidente USA Donald Trump insieme all’Organizzazione degli stati americani e all’Unione europea riconosce Guaidó come legittimo presidente del Venezuela.

Per quanto riguarda l’Italia, il Paese è l’unico in Europa a non essersi apertamente schierato né con Maduro né con l’opposizione di Guaidó. Maduro per il momento pare non voglia procedere con l’arresto del capo dell’opposizione. Gli Stati Uniti hanno promesso che potrebbe esserci una reazione nel caso in cui vi siano intimidazioni verso Guaidó.

La popolazione venezuelana si trova spaccata fra i sostenitori di Maduro e chi è favorevole a un cambio di governo. In molti parlano di golpe e questo infiamma la crisi interna al Venezuela dove si susseguono scontri con morti, feriti e arrestati.

A fine febbraio Guaidó lascia il Venezuela in cerca di un appoggio da parte dei paesi vicini che avevano manifestato interesse nella causa dell’auto-proclamato presidente. Nessuno degli interlocutori è disposto a partecipare a un reale intervento per rovesciare Maduro e gli aiuti umanitari che vengono inviati a Caracas restano bloccati ai confini del Paese da parte del governo centrale che teme infiltrazioni statunitensi.

Il governo di Maduro rimane quindi forte dell’appoggio dell’esercito e di tutti coloro i quali non hanno interesse nello schierarsi con il presidente auto-proclamato.

Prospettive future

Da sempre abituati ad accogliere tanti immigrati venuti a cercar fortuna in Venezuela, oggi sono proprio i venezuelani a dover cercare una vita migliore altrove. Negli ultimi vent’anni in Venezuela l’opposizione non ha mai cercato un clima di stabilità verso il governo. Anzi, l’opposizione ha sempre considerato il governo una dittatura vera e propria rendendo i rapporti politici molto tesi.

Il Venezuela è un Paese in crisi forse anche lasciato solo, intrappolato fra l’incapacità della sua classe dirigente e un collasso economico e sociale preoccupante. L’appoggio da parte della comunità internazionale è decisivo per le sorti del paese. Stati come la Russia o gli Stati Uniti potrebbero  trovare un accordo per guidare i vertici del paese a una transizione pacifica in Venezuela. Al momento è difficile avere prospettive chiare per il futuro del Venezuela, ma la speranza resta quella di una soluzione quanto più pacifica dei disordini e soprattutto che si possa evitare una eventuale guerra civile fra chi sostiene Maduro e chi Guaidó.

Il Venezuela non deve trasformarsi nell’ennesimo “stato fallito”, bensì tornare a essere il paese ricco che era in passato.

Andrea Molinari

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