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Mai come in questo momento la famiglia è apparsa come il nucleo fondamentale dell’esistenza, quella dimensione minimale senza la quale la sfera affettiva del singolo sembra in grossa difficoltà. In un periodo che ha stravolto le proprie consolidate abitudini, per molti trascorrere il lockdown con la propria famiglia è stata l’occasione per ritrovare gli affetti a sé più vicini, per concentrarsi sugli aspetti fondamentali dell’esistenza che la frenesia del tempo e degli obblighi sociali e lavorativi troppo spesso fanno perdere di vista. Passare la quarantena da soli, al contrario, ha portato tanti altri a sperimentare con un’intensità inusitata la mancanza dei propri cari, alimentando senza sosta il desiderio di riabbracciarli al più presto. Insomma durante questa pandemia l’importanza dell’affettività familiare è esplosa agli occhi e al cuore di tanti di noi. Ma la famiglia ha sempre rappresentato questo nido di amore e accoglienza nell’immaginario e nella prassi della nostra società? E cosa intendiamo precisamente quando parliamo e pensiamo alla “famiglia” oggi? Proveremo a delineare brevemente il profilo di questo concetto così centrale nelle nostre vite eppure così confuso e a volte distorto. Cosa vuol dire parlare di “famiglia” oggi Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Quando si parla di famiglia infatti generalmente si dà per scontato qualcosa che di scontato non ha proprio nulla e che rappresenta al contrario un fenomeno molto complesso e sfaccettato. Se è vero che si ha la percezione diffusa che la famiglia risponda grosso modo a un certo modello e che esso esprima gli stessi valori e abbia le stesse caratteristiche da sempre e ovunque, le cose non stanno in realtà esattamente così. A uno sguardo più attento e accorto si può cogliere che l’essenza della storia familiare consiste proprio nel suo essere multiforme nel tempo e nello spazio.

Quando cioè pensiamo ad alcuni stereotipi familiari e li prendiamo per veri e assoluti – fino a una vera e propria ossessione per la “buona famiglia”, i “buoni genitori”, i “buoni figli” – stiamo in realtà “naturalizzando” certi modelli sociali e storici della “famiglia” che si sono manifestati in certi luoghi e in certi tempi ma che non rappresentano in alcun modo una verità sempre valida. L’istituzione familiare è infatti un fenomeno in continuo mutamento che si è prestato alle più varie significazioni e trasformazioni, a partire dal modo in cui individualmente e collettivamente si è scelto di volta in volta di “fare famiglia”. Ciò che oggi rappresenta la prassi e la consuetudine nelle pratiche familiari – come ad esempio la possibilità di divorziare e anche di contrarre seconde nozze, il fatto che l’adulterio femminile non sia più considerato reato, oppure che la convivenza di una coppia non sposata è fatto accettato e diffuso, che la mancanza di figli non sia motivo di nullità del matrimonio – in passato era considerato sconveniente e inaccettabile poiché se ne aveva una diversa percezione sociale. Non ne è cioè cambiato il contenuto, né sono aumentate le conoscenze dell’uomo su questi temi, semplicemente l’opinione diffusa a livello sociale si è modificata col tempo e ha modificato cosa viene accettato e cosa viene considerato “normativo”. Prendiamo ad esempio l’idea della centralità della coppia e del benessere dei figli come sua funzione centrale, la concezione del matrimonio come luogo dell’amore coniugale e del rapporto genitori-figli come rapporto primariamente affettivo, si tratta di tutte “invenzioni” assolutamente moderne.

Dobbiamo aspettare la fine dell’Ottocento perché emerga un modello di coppia coniugale “intima” che rivoluzioni progressivamente, quanto (molto) lentamente, il modo di fare famiglia. Fino ad allora – e in tanti casi anche dopo di allora – l’unione di un uomo e di una donna era motivata da interessi economici e sociali, da alleanze politiche contratte tra due famiglie, dal preciso scopo di avere figli e garantire la continuità di un lignaggio o avere altre braccia per lavorare, un sostegno sicuro durante la vecchiaia. Le convenienze sociali ed economiche, la procreazione, continuano oggi a rappresentare aspetti importanti al momento di contrarre matrimonio ma non sono più le uniche ragioni della nascita di una coppia coniugale nel mondo occidentale. Nella nostra società oggi è l’”amore” la condicio sine qua non perché nasca e duri una coppia: se viene a mancare questo elemento d’amore all’interno della coppia diventa assolutamente legittimo ai nostri occhi che anche il matrimonio possa finire. Dal momento che la dimensione affettiva è diventata preminente nei nostri discorsi sulla famiglia, si capisce facilmente perché non ci sembri più così assurdo e immorale parlare di famiglia anche quando non c’è matrimonio, anche quando non ci sono figli, e che figli nati fuori dal matrimonio possano essere considerati comunque legittimi. 

Il passo successivo all’affermazione della centralità della coppia sposata e dell’affetto reciproco tra i coniugi, è stata quindi la ridefinizione del nucleo familiare sulla base di criteri affettivi, che ha ridotto l’importanza della genetica e dei contratti matrimoniali a favore dei legami affettivi. Ecco allora come mai molti includano nella loro idea di famiglia parenti lontani, amici carissimi, animali domestici, mentre capita che ne vengano esclusi genitori o fratelli con cui non si hanno rapporti profondi. L’affetto che ci lega a qualcuno è diventato quindi un elemento fondamentale al momento di pensare a ciò che per noi è oggi la famiglia, ossia ciò che ci fa sentire a casa. Forse è proprio questo che la pandemia ha messo in risalto poiché la mancanza di contatto umano ha tradito il bisogno essenziale dell’essere umano di dare e ricevere cure, di dare e ricevere ascolto e amore.  

Il fatto che l’istituzione familiare conosca e viva delle trasformazioni al suo interno e che esse possano destare confusione, smarrimento o addirittura dolore, dipende dalla natura mutevole delle cose ma non significa che esse perdano il grande valore e l’importanza che hanno nelle nostre vite. Questo per dire che la normalità familiare è un concetto piuttosto labile e che costringere una realtà così complessa a una definizione piatta può solo rendere viziosi e superficiali le riflessioni che ne scaturiscono, spesso con il risultato di limitarsi a costruire barriere, incomunicabilità, ostacoli e rigidità là dove invece si potrebbe avere l’occasione di sviluppare una più profonda consapevolezza di chi siamo e di cosa facciamo. Mettere in discussione le “ovvietà” della nostra vita è la chiave per accedere a un significato più profondo e vivere con maggiore cognizione di causa e capacità di scelta.  

Consigli di lettura. Per chi volesse capire e approfondire questi temi consiglio i seguenti testi di Chiara Saraceno (filosofa e sociologa, massima esperta di studi di famiglia in Italia): L’equivoco della famiglia, Laterza, Bari, 2017; Coppie e famiglie. Non è questione di natura, Feltrinelli, Milano 2012. 

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