I social network sono al tempo stesso riflesso della società reale e universo parallelo in qualche modo a essa indipendente. Come un ritratto di Dorian Gray che si abbrutisce di giorno in giorno nell’oscurità di una camera nascosta, così i social network diventano in alcuni casi il luogo dove riversare rabbia e frustrazione inusitate che mostrano un lato sovente nascosto della nostra società. L’apparente inconsistenza della rete, la percezione dell’impunibilità di ciò che lì avviene, la sensazione di poter dire ciò che si vuole senza conseguenze, spinge in molti casi a dire (o meglio scrivere) quanto nella quotidianità si tace. Il filtro che lo schermo garantisce dà sfogo agli istinti più terribili e l’empatia e il buon senso vengono rapidamente dimenticati. La violenza poi si moltiplica se sotto il mirino degli utenti ci sono le donne. Tante storie al femminile ci parlano di un sessismo latente e pericoloso ma, come vedremo, proprio i social potrebbero essere il luogo per lanciare una immagine più reale e meno stereotipata di donna. Essere donna sui social network. Tra violenza e voglia di riscatto Direttore responsabile: Claudio Palazzi 
Ti insulto perché sei donna

Nel discorso pubblico si moltiplicano i riferimenti alla questione di genere, si insiste sull’importanza della battaglia alla violenza sulle donne, vengono condotte battaglie contro l’oggettificazione femminile; eppure mentre ci raccontiamo un mondo più eguale e giusto, molti segnali ci parlano di qualcosa di assai diverso. Ci pensano dati e statistiche sul mondo del lavoro, sulla violenza domestica, sessuale etc. a ricordarci che i problemi da affrontare sono ancora tanti, ma anche i social network permettono parimenti di cogliere tutta l’ampiezza dello scarto tra idealità e realtà. Se ci soffermiamo a leggere post e commenti sui social network, può capitare che uno schiaffo ci colpisca dritto in faccia, violento e inatteso, e ci obblighi a fare i conti con una realtà a tratti drammatica che tradisce attraverso la violenza verbale la persistenza di un sessismo diffuso e tentacolare. Ne sono vittima le donne più diverse, con i lavori più diversi, che hanno spesso in comune, oltre il sesso biologico, solo la notorietà, momentanea o meno che sia.

Media4tech di Claudio Palazzi

Laura Boldrini, Carola Rakete, Angela Merkel, Michela Murgia sono solo alcuni dei nomi di donne che per ragioni socio-politiche sono malauguratamente apparsi sotto gli occhi degli utenti inferociti, trasformati in bersagli per le offese più meschine. Il loro ruolo ufficiale, le loro posizioni politiche, diventano motivi pretestuosi per scatenare insulti brutali che puntano a ferirne l’identità di donne, prima ancora e molto di più che le loro idee.  

A Carola Rakete fu augurato di essere violentata dai “neri”, fu detto che sicuramente “le sarebbe piaciuto”, che era una “zingara” e “tr**a”. In questo caso vediamo un orrendo miscuglio tra misoginia e razzismo che contemporaneamente stigmatizza i rifugiati, legittima la violenza sessuale e schernisce la libertà sessuale e il piacere femminile. Questi elementi si ritrovano con sfumature diverse, ma pericolosamente simili, in tutti i casi di violenza sui social contro donne note e impegnate.

Il caso di Angela Merkel è altrettanto paradigmatico: una delle personalità più influenti nel panorama mondiale viene ridotta a qualche commento sul suo aspetto, sul suo abbigliamento, sul suo portamento, sul suo modo di “esser donna”. Ma l’aspetto delle donne note è importante, anzi essenziale, anche quando esse non sono le principali protagoniste del dibattito pubblico; ricordiamo ad esempio Agnese Landini, la moglie di Renzi, giudicata e insultata per il suo aspetto esteriore, sia nei casi in cui si voleva offendere indirettamente Renzi – come se offendere l’estetica della moglie equivalesse a offendere la sua mascolinità o una sua proprietà – sia quando si trattava del semplice gusto di offendere.

Essere donna sui social network. Tra violenza e voglia di riscatto
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Immaginiamo ora che i protagonisti di queste vicende fossero uomini, gli insulti rivolti sarebbero gli stessi? Probabilmente in molti casi gli insulti ci sarebbero stati ugualmente, ma la sostanza di questi insulti sarebbe stata radicalmente diversa. Un uomo non viene preso di mira perché uomo, poiché egli rappresenta la norma, il vertice del potere sociale e la maggioranza. La donna invece è implicitamente e automaticamente considerata come qualcosa di “diverso” e minoritario, e quindi discriminabile. Un uomo non ha bisogno di presentarsi come uomo, la sua identità biologica è un dato, per cui nel suo caso viene valutato il singolo individuo e non la categoria “uomo”. Nel caso della donna invece sì, la donna è valutata prima di tutto in quanto “donna” e poi per la sua identità particolare, per i suoi meriti e demeriti personali. E purtroppo la categoria “donna” non pare sempre destinataria dei migliori giudizi.  

Le offese sessiste a queste donne non provengono purtroppo solo da uomini, ma tra gli utenti che decidono di sfogarsi attraverso la tastiera ci sono anche tante donne. In un caso in particolare però la violenza contro le donne è agita quasi esclusivamente da parte di altre donne: è il caso degli insulti rivolte alle influencer. Ciò è dovuto al bacino di utenza di questi profili, composto prevalentemente da un pubblico femminile, ma anche al contenuto dei post che sono spesso dedicati a temi come la bellezza e la cura del corpo, nonché al ruolo pubblico che l’influencer di turno riveste e che si scontra con gli stereotipi vivi nella società. Entrano allora in gioco due fattori, entrambi causa di stress e frustrazione per l’utente che decide di sfogarsi nei commenti: fare i conti con un canone di bellezza imposto e stringente che spinge alla comparazione e al giudizio ossessivo; forme di giudizio e gelosia per donne pubblicamente esposte che in molti casi guadagnano e riscuotono successo grazie a ciò che fanno.

Come nel caso trattato in precedenza, anche qui i nomi di influencer vittime di violenza non sono affatto difficili a trovarsi, anzi in un modo o nell’altro tutte loro sono state almeno una volta oggetto di commenti dal retrogusto misogino.

In particolare la storia di una di loro, Carlotta Gagna, personal trainer e influencer fitness su Instagram, ci permette di analizzare un nuovo risvolto dei giudizi rivolti alle donne sui social. Il suo profilo è particolarmente “nuovo” poiché riassume in un colpo solo due tendenze recentissime relative ai contenuti social.

La prima riguarda i profili fitness che con la pandemia hanno raggiunto un successo inedito dato che hanno permesso a tantissime persone di allenarsi da casa e in questo modo hanno permesso a molte e molti di scoprire un nuovo rapporto con il proprio corpo. Quello di Carlotta è appunto un profilo fitness che si occupa di consigli su allenamento, alimentazione e mondo del benessere fisico e mentale in genere.

Body positivity sui social

Proprio la modalità attraverso cui vengono affrontati questi temi ci conduce alla seconda novità nelle tendenze dei social network racchiusa nel profilo di Carlotta: la “body positivity”. Approcciarsi a questo tema e spiegarlo nel modo giusto può risultare complesso poiché diventa pericolosamente facile cadere in luoghi comuni e banalità, ma il succo del discorso riguarda in sostanza la battaglia agli stereotipi fisici che spopolano sui social network al fine di diffondere una maniera più sana e accogliente di rapportarsi alla propria salute fisica e mentale. I due aspetti infatti si toccano inevitabilmente, anzi si può dire siano a tutti gli effetti interdipendenti.

I post in cui Carlotta cerca di esprimere questi concetti, mettendosi in gioco ed esponendosi, non sono tuttavia esenti dai soliti utenti rabbiosi che a volte la incolpano di avere la cellulite, altre di avere troppo grasso per essere una personal trainer, altre ancora di essere ipocrita e chi più ne ha più ne metta. Ciò non le ha impedito di continuare a mostrarsi per ciò che è, nei suoi momenti migliori e in quelli “così e così”, con il preciso obiettivo di trasmettere un messaggio di accettazione del sé che non significhi rinunciare a lavorare per sé stessi, ma semplicemente impegnarsi per costruire una visione sana e il più possibile autentica della propria individualità di donna.

Quello di Carlotta è solo uno dei tanti profili che ultimamente cercano di affrontare il tema della “bellezza femminile” con criticità ma anche leggerezza, per prendersi un po’ meno sul serio mentre ci si guarda allo specchio. Il binomio donna-bellezza ha in effetti rappresentato in qualche modo una delle costanti nella storia delle civiltà umane. Spogliata di effettivi diritti e doveri, in molti casi ridotta a oggetto del piacere, la donna doveva preoccuparsi di essere prima di tutto bella e di esserlo anche più delle altre perché la bellezza era quanto le veniva richiesto.

Questi post autoironici e imperfetti che girano ultimamente nei social parlano perciò di un inedito protagonismo sociale dell’universo femminile che permette alle donne di volere e potere essere anche qualcos’altro. In questo modo i social network riescono a fare divulgazione e arrivare con semplicità e immediatezza agli occhi e alla testa di tante donne

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