L’anno appena trascorso, con la sospensione delle lezioni, gli stravolgimenti delle modalità di insegnamento tradizionali, la messa a fuoco di specifiche esigenze nella società (e quindi nella scuola), potrebbe rivelarsi l’occasione perfetta per riscoprire il fondamentale ruolo sociale dell’istituzione scolastica. La scuola italiana raccontata da una insegnante di sostegno Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Formazioneeducazionesocializzazione ed inclusione sono tutti ingredienti imprescindibili per una ricetta scolastica che funzioni; solo valorizzando adeguatamente ognuno di questi aspetti la scuola italiana può riuscire nel suo scopo: dotare ogni studente degli strumenti necessari perché impari a muoversi agilmente tra le vicende della vita e permetta al potenziale innato di sbocciare. Il rapporto che si instaura tra insegnati e studenti, gli approcci ai quali si decide di affidarsi nella didattica sono fondamentali per decretare una buona riuscita di questo obiettivo, per trasmettere una conoscenza che non è solo cognitiva ma anche emotiva. All’interno delle scuole una figura in particolare, quella dell’insegnante di sostegno, ci permette di cogliere appieno quanto appena detto, di guardare in faccia tutte queste dinamiche che animano la vita tra i banchi di scuola. Abbiamo parlato con uno di loro, Francesca Marano, che ha gentilmente deciso di condividere con noi la sua preziosa esperienza diretta sul tema. La sua intervista ci parla, con professionalità e sensibilità, di voglia di essere e di fare per gli altri attraverso il racconto del suo lavoro.

Ti andrebbe di ripercorrere i momenti salienti del tuo percorso personale e di studi che ti ha portato a diventare una insegnante di sostegno? 

Media4tech di Claudio Palazzi

Credo che alla base abbia sempre avuto un’indole filantropica. Amo osservare le persone e capirne l’interiorità. Sono una persona empatica e ipersensibile e proprio per questo, spesso, mi sono sentita incompresa, ma tali aspetti della mia personalità mi hanno portato ad avvicinarmi ai più fragili. In principio avrei voluto studiare psicologia, poi ho provato ad entrare alla facoltà di Scienze della Formazione Primaria, senza riuscirci. Ho iniziato il mio percorso universitario alla facoltà di Scienze dell’Educazione e me ne sono innamorata, perché abbraccia le scienze umane tutte, dando grande valore al concetto di inclusione e di cura come filosofia di vita, ma conferisce allo studente quelle competenze psicologiche e quel metodo scientifico che forgiano un buon educatore. Ho fatto mio il concetto di inclusione, difatti ho lavorato per quattro anni nell’ambito socio-sanitario, con anziani affetti da malattie neurogeriatriche. Questo percorso mi ha insegnato quanto, a volte, ci muovono schemi e limiti della nostra mente che condizionano le grandi capacità che un essere umano possiede, in educazione il cosiddetto “empowerment”, che è in ognuno di noi. Anche in chi vive con dei limiti oggettivi. L’obiettivo dell’educatore è aiutare il soggetto ad essere consapevole delle proprie potenzialità e a valorizzarle. La vita mi ha portato a cambiare raggio d’azione e a entrare nella scuola dove, appunto, ho continuato a lavorare nell’ambito delle emergenze educative. 

Questo lavoro è spesso infelicemente associato alla precarietà. Qual è la tua esperienza a tal proposito? 

La precarietà fa parte di questo ambito professionale come dell’insegnamento in toto. Ma, ahimè, la figura del professionista dell’inclusione non è ancora ben compresa, sia dalla gente, che dalle istituzioni, nonostante viviamo in un’epoca in cui se ne ha urgente bisogno. E mi permetto di dire che proprio le istituzioni valorizzano poco sia l’insegnante di sostegno, che l’educatore. Basti pensare che ad oggi, chiunque può fare l’insegnante di sostegno e non esiste ancora un criterio oggettivo e meritocratico per selezionare chi davvero ha questa passione e le competenze adeguate; perché chi si occupa di emergenze educative e inclusione non lo fa per missione o per pietà, o per “spirito compassionevole”. Chi sceglie questo mestiere è un professionista, esattamente come un medico, o un docente “di classe”, o un avvocato. E ciò che lo muove non è certo la pietà, che dovrebbe essere l’ultimo sentimento coinvolto in tale mestiere. Chi sceglie questo lavoro è un professionista delle relazioni umane, uno stratega della comunicazione ed ha il compito di fare da ponte ai divari sociali ed affettivi che si creano in un micro contesto come la scuola, che riflette, poi, la società. Sento che c’è ancora tanta strada da fare per dar valore all’insegnante di sostegno, perché alla base si dà poco valore alla filosofia dell’inclusione. 

Fare l’insegnante di sostegno immagino rappresenti un grande impegno a favore dell’inclusività. Cos’è per te l’inclusività? Perché è importante che l’offerta culturale sia a disposizione di tutti? Come sono, ai tuoi occhi, un mondo e una scuola più inclusivi?  

Inclusività per me vuol dire ACCOGLIENZA. L’inclusione non riguarda soltanto chi è diverso, chi ha dei limiti fisici o psichici. Il concetto di inclusione fa parte di ognuno di noi e coinvolge le nostre capacità di accettazione dell’altro, di ascolto consapevole verso l’alterità. La diversità fa parte di tutti noi e può essere una ricchezza che ci permette di evolvere nella nostra umanità e nella nostra parte “divina” (laicamente parlando). Ci permette di essere umani migliori, più maturi spiritualmente. Ognuno di noi dovrebbe essere asilo per l’altro. Ma è un percorso molto complesso che richiede l’accettazione di sé, in primis e ci mette di fronte ai nostri limiti. È per questo che l’insegnante di sostegno ha un compito così importante e dovrebbe esserne riconosciuto il valore. Inclusività vuol dire anche “democrazia”, equità. Ognuno di noi, a prescindere dai propri limiti, ha dei bisogni, dei desideri che possono essere sociali, affettivi, emotivi ma anche conoscitivi. E tutti, indistintamente, meritano attenzione affinché questi diritti vengano riconosciuti e ascoltati. Una scuola inclusiva dovrebbe essere, innanzitutto, una scuola che non rimanga più legata a vecchi schemi metodologici anacronistici. Una scuola che si occupi un po’ di più di educazione affettiva che parta dagli insegnanti. Tutti gli insegnanti dovrebbero essere sensibilizzati alla filosofia dell’inclusione. 

Parliamo di rapporti. Quale rapporto si instaura tra insegnante di sostengo e alunni? E con le famiglie? Come sono invece i rapporti orizzontali tra i ragazzi all’interno di una classe? E con gli altri colleghi insegnanti e i dirigenti scolastici?  

I rapporti e le relazioni sono la parte più affascinante di questo mestiere, ma anche la più complessa e controversa. Io stessa, faccio continuamente i conti con me stessa, con i miei limiti, rimettendoli in discussione di continuo al fine di essere una professionista onesta intellettualmente e giusta. Non sempre riesco ad esserlo. La mia parte umana ed errante ogni tanto emerge, come è giusto che sia. Ma poi mi rimetto in carreggiata. Quando inizi un percorso con un ragazzino problematico e talvolta incompreso ed etichettato, il primo step fondamentale e delicato è la relazione che, naturalmente, si trova di fronte alla chiusura emotiva di un ragazzo disilluso e diffidente. Quest’ultimo deve sentire che da te può avere comprensione, accoglienza e che si può fidare, perché di fronte ha finalmente una persona che riesce a sentirlo e vederlo senza giudizio. Ma ha bisogno anche di sapere che tu sia colui che “sa cosa fare” e che all’occorrenza sia in grado di imporgli delle regole che lui stesso rifiuterà, ma di cui ne ha disperatamente bisogno al fine di orientarsi nel mondo. Tuttavia c’è il rischio di incorrere nella dipendenza. E anche in questo caso bisogna essere lucidi e distaccati professionalmente. Ed è un paradosso in questo mestiere, in cui la parte maggiormente coinvolta è proprio quella relazionale ed affettiva. Per quanto riguarda il resto, l’intensità e la coesione che si crea nel rapporto tra insegnante di sostegno e ragazzo deve essere la stessa che si instaurerà col resto del contesto che gravita intorno al ragazzo. L’obiettivo è creare una rete, una collaborazione e rendere tutti consapevoli di ciò che si sta facendo per avere un obiettivo educativo comune e rendere l’intervento efficace. 

Insegnare è un lavoro che implica immense responsabilità. Quanto secondo te le difficoltà lavorative che si riscontrano in questo ambito hanno inciso sul rispetto riservato a questo ruolo dentro e fuori le scuole? 

Onestamente credo che chi è mosso dalla passione per questo mestiere, non lascia che le frustrazioni incidano sul proprio operato. Ovviamente siamo esseri umani e questo è un lavoro abbastanza frustrante, per cui l’errore è sempre dietro l’angolo. Parlo per me che opero sul sostegno come per i colleghi che insegnano sulla materia. Tuttavia siamo una categoria appassionata. Vedo tanti colleghi che, come me, si accalorano e si preoccupano affinché a questi ragazzi venga trasmesso un valore aggiunto, nonostante, tutto sommato, si abbia poco in cambio, sia dal punto di vista economico che, talvolta, umano. Il poco valore che si dà al mestiere del docente non credo dipenda dalla categoria di professionisti coinvolta, né dallo spessore dell’efficienza operativa. Credo, piuttosto, dipenda da fattori storico-culturali che stentano ad essere rimessi in discussione, a partire dai piani alti. Si pretende tanto dalla scuola, in maniera poco consapevole. Difatti gli strumenti messi a disposizione per essa sono miseri e talvolta poco efficaci. 

Lasciamoci con qualche idea. Cosa secondo te potrebbe essere fatto per migliorare l’esperienza di insegnanti e alunni in Italia? 

La scuola ha bisogno d’aiuto. Gli insegnanti andrebbero ascoltati e presi seriamente in considerazione. Le leggi cambiano continuamente, ma, in effetti, si tratta sempre di cambiamenti inefficienti perché non incidono sui reali bisogni della dimensione educativa. Inoltre l’insegnamento in senso lato, andrebbe preso più seriamente in considerazione anche da noi che scegliamo questo mestiere. Talvolta questo campo viene scelto come “porto sicuro”; come garanzia di certi diritti o per i fantomatici “tre mesi di vacanza” (che poi in effetti tre mesi non sono) e non si considera quanto impegnativo e nobile sia questo mestiere, che richiede un grande senso di responsabilità e consapevolezza. Io credo che i ragazzi possano essere paragonati a delle piccole piante, o a materiale fragile, ma plastico, che è sempre in potenza e può diventare qualsiasi cosa. Tutti loro hanno diritto a delle opportunità, anche il più emarginato. E noi dovremmo garantire loro la parte più sensibile, più leale e più competente di noi. La parte più integra. Dovremmo donare loro la nostra fede, perché è di questo che hanno bisogno. Soprattutto i ragazzi della cosiddetta “società liquida”, desiderano punti fermi, necessitano di chi tifa per loro e li incoraggi, per riflettersi in chi saranno domani.  

Ringraziamo Francesca per la sua condivisione preziosa. 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.