DONNE AL POTERE: SANNA E LE ALTRE

Uomo, maturo, preferibilmente bianco. Queste sono le caratteristiche che nell’immaginario comune definiscono la figura di un leader politico, a prescindere dallo Stato e dal partito politico di appartenenza.

Effettivamente i numeri parlano chiaro: nonostante le tanto discusse quote rosa, la rappresentanza femminile nel mondo della politica è ancora molto bassa rispetto a quella maschile, «solo il 24,3 per cento di tutte le parlamentari nazionali nel mondo erano donne al 1° febbraio 2019» riporta Un Women (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile).

Per non parlare delle donne capo di Stato, addirittura solo il 6,6%. Dati non esattamente incoraggianti, da leggere obbligatoriamente in un’ottica storiografica esaminante la condizione delle donne non solo nella sfera politica ma complessiva.  Il nostro infatti è indiscutibilmente un mondo creato dagli uomini per gli uomini, dove le donne lottano ogni giorno contro la supremazia maschile per ricavare il loro spazio, la loro voce, il rispetto dei colleghi e, in politica, anche degli elettori, spesso scettici e ritrosi nei confronti delle figure femminili.

Fortunatamente la storia è ricca di esempi di donne che hanno ricoperto dei ruoli pubblici, talvolta solo momentaneamente perché chiamate in aiuto durante periodi di forti crisi o rivoluzioni e poi invitate a tornare nelle mura domestiche, ma non solo: basti pensare a Caterina Sforza durante il Rinascimento, alla regina Elisabetta I d’Inghilterra a cui dobbiamo lo sviluppo delle arti e, più recentemente, alla nostra Nilde Lotti, prima donna presidente della Camera dei Deputati, o alla Lady di Ferro, Margaret Thatcher.

Donne entrate di diritto nella Storia. Certamente, rispetto a qualche decennio fa, seppur lentamente e non diffusamente, il trend delle donne che governano il mondo è visibilmente in crescita, tanto da creare sconcerto e allarmismo.

IL CASO SANNA MARIN

DONNE AL POTERE: SANNA E LE ALTRE

Il caso più recente e forse più eclatante è quello di Sanna Marin, leader del partito socialdemocratico, succeduta lo scorso 10 dicembre a Antti Rinne come nuovo primo ministro della Finlandia. La Marin è donna, trentaquattrenne, mamma e, ciliegina sulla torta, figlia di una coppia dello stesso sesso; in pratica possiede tutti i  requisiti che un politico, uno credibile, non dovrebbe avere. Non stupisce dunque che la sua elezione sia diventata un vero caso mediatico, anche perché Sanna è ufficialmente la premier più giovane del mondo ed è alla guida di una coalizione di quattro partiti tutti guidati da donne.

Questa scelta conferma la volontà del paese scandinavo di guardare al futuro, di erigersi come modello europeo anche sotto l’aspetto politico, dopo <<il miracolo finlandese>> compiuto negli ultimi anni e che ha portato il The Guardian (il più importante quotidiano anglosassone) a definirlo lo stato “più libero, sicuro e felice del mondo”. Nell’ultimo decennio la Finlandia, anche grazie al suo ristretto numero di abitanti, ha notevolmente investito sulla cooperazione e sullo sviluppo sociale.

In ogni statistica Helsinki occupa una delle prime posizioni tra le città con la qualità della vita più alta e il sistema d’istruzione finlandese è universalmente acclamato. D’altronde dove c’è cultura c’è innovazione e l’elezione della Marin non può che essere un’ulteriore conferma di ciò. Anche in Finlandia però non è mancata qualche protesta: ad attaccare la ministra con offese maschiliste è Mart Helme, leader del partito estone di estrema destra Ekre.

Helme  ha definito il nuovo premier “una commessa”, salvo poi scusarsi in extremis. La Marin, senza scomporsi, ha affermato su Twitter: <<Qui una bambina di una famiglia povera può avere un’istruzione ed ottenere molte cose nella vita>>, riferendosi proprio all’eccellente sistema educativo finlandese. Colpito e affondato. Nel tempo Sanna Marin dovrà dimostrare sul campo la sua preparazione, esattamente come qualsiasi politico di sesso maschile, ma risulta incomprensibile la pretesa comune che le donne al potere debbano dimostrare sempre qualcosa più degli uomini per poter essere considerate meritevoli della loro posizione. 

LE LEADERS AL GOVERNO 

DONNE AL POTERE: SANNA E LE ALTRE

Ma perché tutta questa risonanza? Com’è possibile che l’annuncio di un premier donna non sia ancora un fatto comune e normalizzato? Alle soglie del 2020 la guerra contro la misoginia e il sessismo non può certo dirsi conclusa.

Di fatto in alcuni paesi è ancora in atto o è agli albori, mentre nel resto del mondo forse non è neanche iniziata. E’ facile immaginare come i paesi in via di sviluppo siano arretrati anche da questo punto di vista, intrappolati in una cultura patriarcale dove la violenza di genere è all’ordine del giorno. Eppure la prima premier donna al mondo fu eletta in un paese asiatico, lo Sri Lanka. Il suo nome era Sirimavo Bandaranaike e venne insignita della carica nel 1960 dopo che la morte del capo del governo, suo marito Solomon, ucciso da un estremista buddhista.

Anche Cile, Nepal, Taiwan, Bangladesh, Namibia e Perù sono stati guidati da donne nonostante siano indiscutibilmente più arretrati economicamente e culturalmente dell’Italia, ma noi italiani non abbiamo mai avuto una premier donna. A livello europeo, invece, oltre alla già citata Finlandia, Islanda, Norvegia, Estonia, Lituania, Serbia e Croazia sono tutti in mano a donne. Un accenno a parte meritano due nomi: Angela Merkel e Theresa May: rispettivamente leader della Germania la prima ed ex Primo ministro del Regno Unito la seconda. Leaders forti che, indipendentemente dai loro credi politici, stanno contribuendo a cambiare la percezione delle donne al potere e promuovendo la parità tra i sessi e l’uguaglianza di genere.

GLI STEREOTIPI DA ELIMINARE

DONNE AL POTERE: SANNA E LE ALTRE

Nell’ultimo secolo la cultura femminista ha combattuto il problema alla base, ciò provando a discernere e disinnescare tutti quei pregiudizi e stereotipi concernenti la natura femminile che hanno, dall’inizio del mondo, relegato la donna a una posizione di inferiorità, alla sola dimensione domestica nel ruolo di moglie e madre.

Le origini della separazione tra donne e potere è riscontrabile in un assunto da sempre comunemente accettato: la minore forza fisica delle donne, una condizione naturale oggettiva, da sempre convenientemente usata dall’universo maschile per dipingere le donne come più deboli anche sotto l’aspetto mentale e caratteriale.

Come creature emotive, mancanti di autorità e del carisma necessario a qualsiasi tipo di leadership. Senza addentrarci troppo nella storia del movimento femminista e delle battaglie per i diritti delle donne, possiamo riscontrare tuttora modelli di comportamento che richiamano il concetto precedente: sessiste, calunnie, mobbing, offese alla femminilità; situazioni con cui le donne si confrontano ogni giorno.

Il disvalore della donna come professionista e lavoratrice è un fatto accettato e giustificato anche nei paesi più civili. L’Italia non fa eccezione in quanto nessuna donna ha mai ricoperto il ruolo di presidente della Repubblica o ha mai guidato un grande partito, per non parlare delle quote rosa, da sempre ostacolate e derise dai politici maschi.

Un quesito sorge spontaneo: e gli uomini? Come sappiamo, l’equa rappresentanza non è malvista solo al governo. In generale l’uomo medio preferisce lasciare le cose così come sono, ignorando la questione femminile per non doversi mai mettere in discussione. Ma “l’atto di ribellione” in corso, come tutte le grandi rivoluzioni sociali e antropologiche, non può essere fermato. La presa di coscienza femminile è un treno che una volta preso non può più tornare indietro e, a prescindere dalla volontà dei maschi di raggiungerci nel nostro viaggio, noi ragazze abbiamo ben chiara la nostra destinazione.

   

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