Alla scoperta del Marocco, tra tradizione e modernità

Alla scoperta del Marocco, tra tradizione e modernitàLa scorsa primavera, stanca delle solite mete europee, ho avvertito l’esigenza di partire per un continente da me mai esplorato: l’Africa. Una terra la cui cultura mi ha sempre affascinata, ricca di tradizioni secolari e rituali cristallizzati nel tempo ma, allo stesso tempo, di contrasti e contraddizioni sociali.

Tra i 54 stati africani ho scelto il Marocco perché offre la possibilità di un viaggio completo: di tipo culturale grazie alle attrattive delle città imperiali, balneare in quanto ricco di spiagge e stabilimenti, infine naturale, vista la presenza sia delle montagne che del deserto.

Stabilita la destinazione ho deciso di affidarmi ad una community di viaggi di gruppo, in modo da non dovermi preoccupare dell’itinerario e degli spostamenti. Ritengo questa precisazione necessaria perché viaggiare con degli estranei ha contribuito a rendere l’esperienza marocchina davvero unica ed irripetibile, tanto per i luoghi visitati che per i rapporti stretti durante otto giorni ricchi d’introspezione e meraviglia.

Alla scoperta del Marocco, tra tradizione e modernitàLa prima tappa non può che essere Marrakech, la capitale. Arriviamo nella piazza principale in tarda serata, un po’ stanchi e disorientati dopo i controlli aeroportuali marocchini, piuttosto lunghi e scrupolosi. Jamaa el Fna non è solo la piazza centrale ma il cuore pulsante di Marrakech, un festoso teatro a cielo aperto dove noi turisti restiamo abbagliati dallo spettacolo della vita sociale marocchina. Luci, odori e sapori sono lontanissimi dalla nostra realtà e per questo ammalianti e irresistibili.

Proprio mentre sono intenta ad osservare gli incantatori di serpenti, una scimmietta, saltandomi sulle spalle, mi risveglia dal torpore facendomi finalmente realizzare dove mi trovo. I marocchini si muovono senza sosta, suonano, ballano, alcuni addirittura si scontrano, ma soprattutto cercano di vendere sempre qualcosa dalle bancarelle onnipresenti nella piazza, talmente numerose da sembrare tutte uguali. L’energia è vibrante e totale, sembra impossibile non interagire con tutto ciò che ci circonda e noi ci lasciamo assorbire completamente.

Alla scoperta del Marocco, tra tradizione e modernitàConcludiamo la serata in una delle terrazze panoramiche di Jamaa el Fna, gustando un bicchiere di tè alla menta, accompagnato da una grande quantità di zucchero come da tradizione. E’ il momento delle confidenze e delle prime impressioni marocchine.

Il giorno successivo la sveglia suona presto, è ancora buio quando le signore del nostro riad ci fanno trovare in tavola la colazione preparata dal loro cuoco, il dada, custode dei segreti della cucina berbera, espressi nei piatti in modo artistico e minuzioso. Ogni pietanza è infatti un’esplosione di colori, di profumi e di gusti diversi, da assaporare con dedizione e in religioso silenzio.

Alla scoperta del Marocco, tra tradizione e modernità

C’è spazio tanto per il dolce che per il salato e noi non ci tiriamo indietro dall’assaporare tutto: dal pane Khubz accompagnato da mille tipi di marmellate, alle ciambelle tipiche marocchine (chiamate Sfenji), al Msemen (o Musamen), una sorta di crespella diffusa anche in Algeria e in Tunisia. L’ingrediente base di ogni colazione marocchina che si rispetti è il burro chiarificato, lo Smen, molto simile al Ghi indiano, che conferisce un sapore più deciso e un aroma più intenso rispetto al nostro burro tradizionale.

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Ha inizio il nostro viaggio on the road e la prima tappa è Télouet, un comune rurale molto lontano dal vitalismo della capitale. Télouet è noto per la qasba chiamata Palais du Glaoui, costruita a partire dal 1860 dalla tribù berbera dei Glaoua. Mentre ci aggiriamo tra i cortili interni dipinti di verde e ricchi di decorazioni e ornamenti, ascoltiamo la nostra guida, Alì, raccontarci la storia della qasba, un tempo sede del Pascià Thami El Glaoui.

All’epoca il palazzo era famoso in tutto il Marocco per i suoi splendori e le sue ricchezze. Dopo l’occupazione francese del Marocco, però, la qasba è stata dapprima abbandonata e poi lasciata in rovina in seguito alla decolonizzazione e alla conquista dell’indipendenza nel 1956.

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L’impatto con Télout è molto forte perché si tratta di un villaggio sprovvisto di tutto, quasi fuori dal nostro tempo. Il tragitto per raggiungere la qasba è lastricato di fango, attorno a noi possiamo osservare solo qualche casa fatta di paglia, mentre i bambini del posto ci rincorrono gioiosi sperando di ottenere qualche dirham (la moneta marocchina) o un dolcetto.

Questo è il vero Marocco, mi dico, quello fatto di villaggi dimenticati da tutto il resto del mondo, sconnessi da ogni forma di civiltà o di agio. Luoghi dove certamente io non vivrei mai ma dove, con mio grande stupore, vedo bambini ridere e giocare in ogni angolo.

Il ritorno in auto, direzione Ouarzazate, nella Valle del Dadès, è semplicemente sensazionale. La lunga strada rosso fuoco è arricchita da incantevoli oasi verdi e resa ancora più suggestiva da una tempesta di polvere e sabbia che per la prima volta ci fa sentire la vicinanza con il Sahara.

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Ogni tanto intravedo persone camminare per lunghi tratti di strada, spesso bambini soli che spingono carretti di frutta o spezie. A Ouarzazate ammiriamo la qasba Taourirt, più turistica di quella di Télout, ma altrettanto interessante poiché meglio conservata. Il nostro primo giorno si conclude con una visita agli Atlas Corporation Studios, poco fuori la cittadina, set cinematografici di celebri film hollywoodiani come “Il Gladiatore” e “Star Wars”.

Quest’ultimo giro mi porta a riflettere sulla realtà culturalmente variegata del Marocco, un paese fortemente diviso tra zone rurali e arretrate come quelle di Télouet e dintorni, e centri più moderni e in continua evoluzione come Ouarzazate, dove il turismo è determinante.

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Il mattino seguente giunge il momento più atteso: la passeggiata nel Deserto del Sahara a dorso di dromedario per raggiungere il nostro accampamento, tra le dune dorate e sotto un cielo pronto a colorarsi delle sfumature del tramonto. Il tragitto dura circa un’oretta ed è pesante per la schiena e le gambe, ma ci sentiamo totalmente ripagati dalle bellezze naturalistiche e dall’atmosfera magica e primitiva del Sahara, oltre che dalla compagnia dei berberi. E’ un momento da Mille e una notte. Salutiamo il sole e ci sistemiamo nel nostro accampamento, spartano al punto giusto.

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Poco dopo partecipiamo alla cena berbera, un tripudio di squisitezze marocchine. Nonostante nessuno di noi ami particolarmente la cucina speziata, il cibo locale riesce a sorprenderci. Ciò che ci soddisfa maggiormente è il Tajine, una particolare pentola usata per realizzare una pietanza di carne o pesce in umido, non solo un piatto dunque, ma anche un pezzo di artigianato.

La notte è caratterizzata da una forte escursione termica che obbliga me e i miei compagni di viaggio ad indossare abiti molto pesanti. Ignoriamo il freddo e ci incamminiamo verso le dune per osservare le stelle. Distesi gli uni vicino agli altri sulla sabbia soffice, viviamo un momento di comunanza che difficilmente dimenticherò. Il deserto di notte infonde pace e serenità a tutti i suoi visitatori.

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Oltre a condividere le nostre esperienze di vita, ascoltiamo e chiacchieriamo anche con i ragazzi berberi, alcuni dei quali nostri coetanei ma con una vita totalmente diversa dalla nostra. La loro esistenza comporta certamente maggiori responsabilità e limitazioni, come il divieto di non bere alcol e  l’obbligo ad osservare tutte le disposizioni contenute nella Mudawwana, il codice che organizza la vita familiare marocchina.

Un aspetto molto importante riguarda la poligamia e le modalità riguardanti il divorzio: ci viene spiegato che l’ultima revisione del Codice (entrato in vigore nel 2003) ha notevolmente migliorato la condizione di vita delle donne grazie alle sue riforme sociali e religiose, pur incorrendo nell’ovvio scontento della parte più integralista del paese. Alla conversazione si aggiunge anche la nostra guida Alì, il quale ci tiene a precisare che da più di dieci anni il Marocco ha avviato una profonda ristrutturazione religiosa al fine di incoraggiare un Islam più moderato e dalle pratiche meno fondamentaliste.

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Lo scopo è ovviamente quello di alcune forme di discriminazione e di promuovere all’esterno un’immagine più moderna del paese. In effetti mai durante il viaggio ho percepito un clima intollerante ed estremista, ma piuttosto una tensione costante tra passato e presente, tra tradizione e modernità. Un paese diviso tra la volontà di mantenere lo status quo e la necessità di progresso, di guardare al futuro per non rimanere indietro dal punto di vista internazionale.

L’alba del giorno dopo è forse più emozionante del tramonto precedente perché la viviamo in completa solitudine su una delle dune più alte, godendoci il silenzio assoluto dell’infinito dinnanzi a noi.

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Salutiamo il Sahara e ci dirigiamo ad Agadir per una giornata di assoluto divertimento e relax in spiaggia, dove alcuni di noi proveranno a fare surf per la prima volta. Agadir è sicuramente la meta più turistica tra quella visitate, la meno autenticamente marocchina ma si è comunque rivelata un piacevole intermezzo con i suoi localini sulla spiaggia e i ritmi rilassati tipici dei posti di mare. Dopo la sosta balneare la nostra coordinatrice, esperta del Marocco, propone di fare una deviazione e visitare la deliziosa Essaouira, a nord di Agadir e affacciata sull’Oceano Atlantico.

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Qui abbiamo la possibilità di assistere alla realizzazione dell’ olio di Argan, famoso per le sue proprietà curative e per il suo uso cosmetico. Infine mangiamo dell’ottimo pesce fresco a mani nude in un ristorantino vicino al porto, attorniati dai gabbiani. Sulla strada verso Marrakech scegliamo di fermarci anche a Rissani, la vecchia capitale.

Rissani sembra essere rimasta immobile nel tempo, caratterizzata da un souk, il mercato locale, ottimamente organizzato, dove ci fermiamo a comprare erbe e spezie. Qui finalmente imparo l’arte del contrattare, sostanziale da queste parti. Si respira l’autentica atmosfera marocchina: tutti conoscono tutti e c’è un gran via vai di gente che si muove nei modi più pittoreschi, come con muli e cavalli. Le persone del posto seguono ogni nostra mossa, un po’ con diffidenza, un po’ con curiosità, mentre noi, incantati, non vorremmo mai abbandonare quest’assaggio di verità marocchina.

In serata rientriamo a Marrakech per trascorrere l’ultimo giorno di viaggio prima di rientrare a casa. L’indomani lo dedichiamo totalmente alle bellezze della capitale,  iniziando dalla visita al Palazzo El Bahia, un’imponente costruzione estesa su otto ettari, composta da ben 150 stanze un tempo occupate dal sultano, le sue mogli ufficiali e le sue concubine. Il cortile del palazzo colpisce subito il mio sguardo: realizzato quasi interamente in marmo di Carrara, lo considero una vera e propria meraviglia architettonica.

Lo splendore del palazzo lo ritroviamo anche nel complesso dei Giardini Majorelle, un capolavoro di botanica che ci conquista grazie ai suoi fiori lussureggianti, le piante esotiche, i laghetti di diverse forme e dimensioni, i canti degli uccellini e l’atmosfera seducente tipica dell’influenza artistica francese durante l’età coloniale.

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Prima che faccia buio ci addentriamo nella Medina di Marrakech e percorriamo le strade principali della città vecchia trasbordanti di folla, perdendoci varie volte anche a causa dei venditori ambulanti che ci tirano da tutti i lati. Ci addentriamo nel souk, due volte più grande e caotico di quelli visti in precedenza. C’è di tutto: abbigliamento, spezie, tappeti, cuscini, gioielli e pietre preziose. Non mancano mai i venditori di fichi d’india e di datteri ma anche di mandorle, miele e altre prelibatezze. Un posto iconico che è l’emblema della città rossa e di una società abituata ad arrangiarsi, a tirare avanti con ogni mezzo a disposizione, con grande dignità e ottimismo.

I marocchini si approcciano a noi con rispetto e sembrano conoscere bene la cultura italiana, il nostro cibo, le nostre squadre di calcio. Il caos che definisce Marrakech però viene spezzato cinque volte al giorno dal canto melodioso del Muezzin, la chiamata islamica alla preghiera, a cui i fedeli sono invitati ben cinque volte al giorno; in quei momenti la città si ferma, tutti si dirigono verso la moschea per un momento spirituale e di raccoglimento.

L’ultima passeggiata ci porta a scoprire i vicoletti della capitale più lontani dal centro e, sotto la luce della sola luna, emerge ancora una volta il doppio volto del Marocco. Superati i casinò e i riad eleganti, la crudezza della povertà ci colpisce duramente, accompagnata da un senso di impotenza che tuttora avverto mentre scrivo queste parole. Il mio viaggio finisce così, su una nota un po’ malinconica, ma con il cuore colmo di gratitudine per un’esperienza che mi ha arricchita enormemente.

Il Marocco mi ha ricordato l’importanza del confronto tra nazionalità diverse, tra culture e concezioni di vita differenti e talvolta opposte. Ogni conversazione avuta è servita ad insegnare e ad imparare qualcosa. Dalla comprensione altrui ho potuto capire meglio me stessa e ho trovato la chiave di nuovi pensieri e orizzonti interiori, i cui confini continuerò ad esplorare fino al prossimo viaggio.

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