H501: La Valle dell’Inferno

Ai piedi del monte Ciocci, alle spalle del Vaticano si estende l’area urbana di Valle Aurelia, nota a tutti come Valle dell’Inferno. Un nome che ha origine nel 1527 con il devastante passaggio dei Lanzichenecchi a Roma e che negli anni è stato indiscutibilmente legato ai fumi neri delle fornaci che riempivano queste strade. Il suo passato è però in pericolo, una colata di cemento e negozi sta per affondare l’ultimo baluardo di questa storia così recente.

Valle Aurelia, nota con l’epiteto infernale sin dalle mappe del XVI sec., fu duramente colpita durante il Sacco di Roma dalla furia dei Lanzichenecchi, che rimasti senza paga, senza comandante e senza ordini ma solo con uno sprezzante odio verso la Chiesa Cattolica si abbandonarono ad un saccheggio spietato che durò circa un anno. Successivamente nel 1808, durante l’occupazione del generale francese François de Miollis, l’area fu designata per ospitare il nuovo cimitero. Speculare rispetto a quella di San Lorenzo Fuori le Mura secondo le normative prescritte dall’editto di St. Cloud (1803) che per motivi di pubblica igiene imponeva di adibire questi luoghi lontano dai centri abitati. Il progetto venne poi abbandonato, ma esistono planimetrie conservate nell’archivio del Conte Cammille de Tournon.

L’immagine più significativa di questa ex-borgata è quella che è resistita fino al primo ventennio del 900: le fornaci. Erano 18 e per decenni hanno modellato milioni di mattoni sfruttando le cave dei Monti di Creta, della limitrofa zona di Boccea. Dando vita ai materiali che nei secoli hanno concretamente costruito Roma. La sua peculiarità era la presenza massiccia dei “fornaciari”, si guadagnò infatti il titolo di “borgata atipica” dal sociologo Franco Ferrotti, per la vicinanza dei lavoratori rispetto al posto di lavoro stesso. Fu anche battezzata da Lenin “piccola Russia” per il modello ideale di vita comune tra padroni e operai. Era una comunità unita, un paese, che intreccia la sua memoria con quella della Resistenza Romana. Dai partigiani ricordata come “roccaforte dei compagni”, anche per l’assetto tortuoso con cui si presentano le sue strade, diede i natali a molti di loro e si rese protagonista di grandi manifestazioni e azioni di sabotaggio. Era un’ambiente con una forte identità collettiva che continuò la sua attività anche oltre gli anni della guerra.

Con l’intensiva urbanizzazione moderna e l’edilizia popolare degli anni ‘60 le fornaci oltre ad essere dismesse furono anche abbattute, l’unica sopravvissuta è quella Veschi: uno degli ultimi esempi di archeologia industriale presenti nella città. Nonostante il vincolo che la lega ai Beni Culturali è ridotta ad un rudere pericolante di quasi 30 metri che ora si erge solitario sul cratere del cantiere del futuro Centro Commerciale Aurelia Mall.

Il progetto, ostacolato sin dalle prime proposte da una forte mobilitazione del quartiere, è stato approvato nell’ultima settimana del mandato del Sindaco Alemanno (2013). Nasce dal “Programma di recupero urbano” che prevedeva la riqualifica della Fornace, ma l’opera va ben oltre. Una superficie di oltre due ettari, con due piani interrati per il parcheggio, uno per l’ipermercato, due piani con oltre quaranta negozi e un ultimo dedicato alla ristorazione. Un colosso di cemento che andrà ad occupare lo spazio dove una volta sorgeva lo storico borgo dei Fornaciai, avvolgendo la vicina Fornace Veschi, eludendo così l’iniziale riqualifica del sito.

Nello stabile Ex51, centro sociale della zona, gli abitanti del quartiere si sono riuniti in comitati e si battono contro quest’opera da quando fu proposta nel 2005. Del tutto inascoltati vista l’approvazione dei lavori e la prossima apertura. Auspicavano la realizzazione di un museo che raccontasse la storia del quartiere, delle sue peculiarità, degli spazi diversi da un asettico circuito votato al consumo. Il centro commerciale, che secondo la definizione dell’antropologo Marc Augè corrisponde ad un perfetto non-luogo, privo di quegli aspetti identitari, relazionali e storici sarà eretto in una valle che invece di questi aspetti ne abbonda, cancellandoli in maniera irreversibile.

Eppure il progetto non ha raccolto solo grandi dissensi, ci sono abitanti che sono convinti che l’ondata di posti di lavoro che porterà sarà un grande beneficio, nonostante il prezzo sia la perdita della memoria storica e banalmente l’incremento al grosso flusso di traffico, nella già congestionata zona di via Baldo degli Ubaldi. Il centro commerciale come simbolo di una Roma che sta cambiando, che ha perso quel legame che teneva insieme i suoi abitanti e le strade in cui vivevano, dove la storia ha mosso i suoi passi.

L’area è ormai del tutto sventrata, una voragine che ha inghiottito il passato di questo quartiere, non resta che affidarsi al suo ricordo attraverso le immagini del Monte Ciocco sapientemente dipinte da Ettore Scola nel film “Brutti, sporchi e cattivi” e la memoria condivisa di chi ancora la ricorda e la rievoca.

Giulia Lembo

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