La capitale dai mille volti offre tra i suoi controversi gioielli la storia del quartiere San Lorenzo, zona urbanistica 3B del Municipio Roma II. Tra i più discussi degli ultimi anni, con i suoi soli 50 ettari di superficie, è un eclettico punto di incontro e talvolta scontro, tra le diverse realtà che lo caratterizzano. Un equilibrio che cammina sul filo del rasoio, tra la sua origine schiettamente popolare e il suo evolversi in polo d’attrazione moderno. In bilico tra il fervore culturale e le occasioni d’incontro, con gli aspetti positivi e negativi che ne derivano.

Roma, anni successivi all’unificazione del Regno d’Italia. La zona che si estendeva oltre le mura Aureliane, fino al Piazzale del Verano, inglobando la vasta area coltivata denominata vigna Zampillone visse una forte urbanizzazione, che la vide diventare uno tra i primi quartieri popolari della Capitale. Nel 1909 entra a far parte del piano regolatore e acquista piena identità, ospitando gli alloggi di ferrovieri, operai e artigiani. La sua natura proletaria si fece avanti nel primo Novecento quando rispose con coraggio alla marcia su Roma del ’22 e con altrettanta forza d’animo affrontò il bombardamento del ’43, sapientemente dipinto tra le pagine de “La Storia” di Elsa Morante. Negli anni si sviluppa come laboratorio artistico, con personalità del calibro di Pasolini e Moravia a rappresentarlo. La sua identità assunse più vigore con i fermenti culturali e politici portati dalla contestazione studentesca, diversi gruppi extra-parlamentari, infatti, avevano sede tra le botteghe storiche del quartiere. Una continua evoluzione, un volto dinamico, alimentato anche dalla vicinanza con l’università, che ne manteneva un animo giovane e fresco.

Un grande paesino così è definito dai “sanlorenzini”, o almeno questo è il loro ricordo più vivido. Il quartiere veniva vissuto tra le strade e percependo un forte senso d’appartenenza. L’odonomastica dedicata agli antichi popoli italici, fa da sfondo ad un’edilizia di natura popolare, che convive con l’imponente architettura industriale del primo ‘900, recuperata e adibita a nuove finalità. Ecco allora strutture come l’Ex Pastificio Cerere, oggi polo attrattivo di Arte contemporanea, le Ex Vetrerie Sciarra, ristrutturati e dati in gestione alla facoltà umanistica de La Sapienza, insieme a piccoli locali storici, come il Bar Marani o le botteghe di via degli Equi. Le costruzioni moderne sono abbracciate dalle Mura Aureliane, di cui fa parte anche l’antico arco di travertino di origine augustea (5 a.C.), noto come “porta taurina” per via dei bucrani che lo decorano. Curioso come i due tori siano abbastanza diversi tra loro, quello interno molto più grasso e pasciuto rispetto a quello esterno, magro e macilento; questa differenza era interpretata dal popolino medievale come la diversa condizione tra chi vive fuori e chi abita all’interno della città, protetto e al sicuro.

Tuttavia negli anni qualcosa è cambiato e gli abitanti lo urlano a gran voce. La vicinanza con l’Università e quindi con l’ambiente giovanile, che l’aveva resa fucina di iniziative culturali e in continuo sviluppo, adesso è la sua condanna. Nell’ultima decina d’anni la presenza degli studenti è diventata sempre maggiore, attirando attorno a sé un tipo di economia spietata e opportunista, diversa da quella tipica del quartiere: minimarket, pizza al taglio e bar prendono facilmente il posto di botteghe e piccoli negozi. Le tipologie abitative rispecchiano la natura popolare ma il loro costo ha visto un vertiginoso aumento. Preparando così il terreno a nuove permanenze transitorie e comunque elitarie.

Progressivamente le botteghe hanno iniziato ad eclissarsi lasciando spazio ai locali, troppo spesso dozzinali. Attirati dalla massiccia frequentazione giovanile della zona con l’intenzione di sfruttare l’ondata, offrendo un circuito di asettico divertimento. Luogo di passaggio, usato e abusato, questo è il volto che temono assuma in maniera definitiva chi tra quelle strade è cresciuto. “Il problema non sono i locali, ma la maleducazione” afferma esasperato Massimo, residente e commerciante “sanlorenzino”, stanco del volto prepotente che ha assunto il quartiere. Probabilmente per via della strana coppia che forma insieme al quartiere Parioli, dopo l’accorpamento dei municipi del 2013, è dimenticato dall’amministrazione comunale. Ci sono carenze in qualsiasi ambito, quello più evidente è lo smaltimento dei rifiuti, pensato per un numero enormemente inferiore rispetto quello effettivo di chi vive quelle strade. Ghetto ludico, fatto di cocci rotti, spacciatori, chiasso notturno e retate. Un parco giochi ad uso e consumo di chi vuole tuffarsi in questo turbine, tornando poi nei propri quartieri d’appartenenza, a spese di chi lotta per far prevalere il volto eclettico e vitale di quelle stesse strade. La piazzetta che di giorno ospita il mercato, la notte fa da sfondo alle centinaia e centinaia di ragazzi che lo scelgono come punto di ritrovo e la mattina presto cimitero dei resti di quelle stesse notti brave.

I laboratori culturali, i centri di incontro, le iniziative vengono dimenticate, prepotentemente schiacciate dall’ingombrante immagine del degrado, ormai etichetta del volto notturno di San Lorenzo. Passeggiare tra le vie del quartiere in pieno giorno racconta di una Roma del passato che fatica a mantenere il passo con un presente che non riesce bene ad identificarsi.

Il suo cuore pulsante, la gioventù, è diventata il suo cancro. Un fervore che aveva colorato il quartiere, non solo in senso figurato, adesso lo sta affondando. Storie come quella del Nuovo Cinema Palazzo, quando cittadini, artisti, studenti e attivisti, insieme, l’hanno strappato alle mani della speculazione e di fatto bloccato l’apertura di un casinò completamente senza autorizzazione, del murales dedicato alla memoria di 240 vittime di femminicidio in via dei Sardi, delle poesie nascoste tra i muri dei vicoletti, tag e segni del passaggio di artisti urbani provenienti da tutto il mondo dimostrano quanto la convivenza sia possibile, praticabile e auspicabile. È richiesto uno sforzo ai residenti e ai frequentatori di questo quartiere affinché sia ristabilita quell’armonia che solo uno tra i quartieri più storici del suolo capitolino può regalare.

 

 

Giulia Lembo

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