Attentato sul confine turco-siriano (fonte: AFP photo/ Anadolu Agency/ CEM Genco)

Era stata segnalata come una delle aree strategiche per l’evoluzione della guerra civile siriana, e lo è oggi più che mai, con il manifestarsi sempre più palese del ruolo della Turchia nel conflitto. Dal confine passano soldati, armi, denaro ma anche aiuti umanitari. Almeno, questo chiede Human Rights Watch. Quale strategia di fondo passa per la politica di Erdogan? E soprattutto, come influenzerà questo l’evoluzione del conflitto e gli equilibri regionali?

Fin dall’origine della guerra in Siria più osservatori hanno indicato la Turchia come un nodo cruciale. Essa funge infatti da ponte radio, vi stazionano le truppe di Riad al-Asaad, comandante dell’Esercito Siriano Libero, vi passano le munizioni e le armi pagate da Quatar e Arabia Saudita (me ne sono occupato approfonditamente qui).

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Fino a poco tempo fa la posizione di Ankara era soffocata tra dinamiche contrastanti. Da una parte infatti vi era la volontà di Erdogan di tutelare l’autonomia del proprio paese, anche in virtù delle mire della Turchia sul resto della regione. Dall’altra parte stava però anche la ricerca da parte turca di una stabilità nelle relazioni diplomatiche. A riprova delle difficoltà di Ankara di individuare una propria linea fondamentale, nel tempo sono giunte alle orecchie del mondo dichiarazioni contrastanti e ai fini della politica estera più propriamente contraddittorie. Se l’amico occidentale è infatti principalmente quello degli Stati Uniti, Erdogan non si è riservato di dichiarare Israele uno “stato terrorista”. Lo ha fatto però senza scadere nell’islam radicale, lui, a capo di uno stato a prevalenza sunnita -tendenzialmente meno estremista- e fondato sulla memoria dell’ideologia laica del Giovani Turchi, rifiutando l’avvicinamento con l’ala più panaraba del medioriente. L’unico punto indiscusso, il controllo sulla regione, necessità però la capacità di allacciare giuste relazioni diplomatiche: anche il “neo-ottomanismo” di Erdogan era quindi fuori dalle strategie ipotizzabili.

Il conflitto siriano ha recentemente raggiunto gli stati limitrofi, mettendoli in una posizione di gran lunga più scomoda, escludendo ogni strategia di temporeggiamento. Utilizzare parte del proprio territorio come rampa di lancio per azioni militari altrui è relativamente semplice. Se invece il dubbio del terrorismo viene instillato nella popolazione al di qua del confine, allora la situazione cambia radicalmente. Questo inoltre vale in particolar modo per la Turchia, dove la questione del PKK non si è mai esaurita. A metà gennaio tre donne appartenenti al Partito dei lavoratori curdo venivano trovate morte, freddate in quello che era chiaramente un omicidio politico. Più recentemente poi sono sorte ulteriori tensioni, stavolta non più con Parigi ma con Atene: la Grecia viene accusata da Erdogan di non agire contro presunti campi del PKK presenti nel paese. A completare il tutto alla fine di una serie di incidenti di frontiera è giunto ieri l’attentato che è costato la vita a 13 persone (14 secondo Al Jazeera). Con quali conseguenze?

Le responsabilità dell’atto sono ancora dubbie -come poi anche per l’omicidio di Parigi. Nel frattempo però ciò ha dato occasione ad Erdogan di accusare di scarsi controlli i ribelli siriani, da tempo in controllo di quella particolare area del paese; ma ha anche permesso ad alcune testate turche di supporre, sulla scorta di precise testimonianze, che in realtà il veicolo con l’esplosivo provenisse dalla Turchia. Così, mentre Human Rights Watch chiede inutilmente di permettere un più facile passaggio di aiuti attraverso il confine, membri dell’opposizione siriana hanno potuto dichiarare di essere gli obiettivi di quello che sarebbe stato un attentato fallito ai loro danni. Ciò che resta invece è il quesito posto da Tom A. Peter, corrispondente per Christian Science Monitor: come risponderà la Turchia nel caso l’attacco continuasse?

Sullo sfondo dell’escalation sul confine turco-siriano vi è insomma il forte rischio che dietro una inevitabile confusione si nascondano movimenti atti a destabilizzare l’area con false flag o semplici scontri sui quali i leader siriani, turchi e Dio solo sa di quale paese possano avventarsi con discreta facilità ed effetti imprevedibili.

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