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Non sono mai stata a Istanbul ma, dopo aver letto Istanbul di Pamuk, un romanzo conteso tra autobiografismo e avventura itinerante tra luoghi reali e interiorità, mi sembra di aver percorso svariati chilometri a piedi lungo le strade meno conosciute della megalopoli turca, accompagnata dagli aneddoti e dalle descrizioni sui generis di Ohran. Istanbul: ambivalente divenire, città dell’anima, stato mentale Direttore responsabile: Claudio Palazzi
L’occhio del narratore, dotato di un estremo soggettivismo, si tramuta nell’obiettivo curioso di una telecamera, che si addentra nella città per immortalarne, in una lenta panoramica, i poliedrici scorci: una mescolanza di vie, volti, anime, desideri sopiti e nostalgie difficili da colmare, che donano ad Istanbul una fisionomia inimitabile.

Istanbul è un inno alla ricchezza: non si tratta di mera opulenza economica, ma di un patrimonio legato alla storia e alle numerose culture che custodisce e che, nel corso dei secoli, l’hanno forgiata, rendendola un museo a cielo aperto; una raccolta ineguagliabile di oggetti, persone, ricordi, quartieri multietnici, che tradisce quasi una morbosa esigenza di accumulo, tipica del collezionista più ossessionato.

Pagina dopo pagina, Pamuk si ritrova a collezionare innumerevoli momenti ed episodi della sua vita, ma la narrazione non si snoda attraverso un semplice elenco: lo scrittore osserva la sua amata città mediante un filtro identitario, il quale attiva un processo osmotico e biunivoco tra chi racconta e la stessa Istanbul; la città viene personificata, diventa teatro di conflittualità irrisolte e di vividi stimoli psicologici.

Istanbul si rivela portatrice di stati d’animo tutt’altro che stereotipati: i sentimenti che suscita sono autentici, tangibili, vengono introiettati da colui che si trova a sperimentarli in quel determinato contesto geografico e, allo stesso tempo, l’individuo vi proietta, spontaneamente, il proprio percorso esistenziale.

In questo libro non si può parlare né di una determinata vicenda, magari presentata con un intreccio, più o meno complicato, di fatti e azioni, né di una consequenziale successione di eventi: non sussiste alcuna storia, la cronologia si disperde tra i capitoli, mentre i richiami ad altri artisti e scrittori si mescolano alle rovine, alle zone più fatiscenti e malinconiche della città, al Bosforo che, nel suo inarrestabile e simbolico fluire, incarna quel senso di precarietà che, esacerbato dallo scorrere del tempo, è proprio non solo della vita umana, ma di tutte le cose esistenti, destinate all’inesorabile consunzione.

L’instabilità, la paura del disfacimento trovano ad Istanbul un perfetto scenario di rappresentazione e in Pamuk il divulgatore ideale: superando il collezionismo metodico di Reşat Ekren Koçu, autore di un’enciclopedia sulla metropoli turca che, talvolta, cede ai vacui sentimentalismi personali, e prendendo una considerevole distanza da buona parte di quella letteratura ottocentesca che si lascia andare ad esotismi convenzionali, tutt’altro che aderenti alla realtà, l’autore segue, piuttosto, l’esempio di Theophile Gautier; occorre inoltrarsi “dietro le quinte” per comprendere veramente un luogo, perché solo così l’anima di quel popolo saprà sorprenderti e aprirti a inconsueti spunti di riflessione.

Il viaggio nella tentacolare metropoli prosegue: le parole di Ohran delineano il panorama cittadino, sovrapponendosi ai mutevoli paesaggi della sua mente, per poi incontrarsi con le potenzialità espressive dell’arte figurativa; lo scrittore racconta che, da piccolo, coltivava la passione per il disegno, il quale, sfruttandone le molteplici tecniche visive, gli permette non solo di raffigurare la città per come si presenta, ma anche di fornirne una personalissima interpretazione.

Il giovane Pamuk è relegato in una delle stanze del palazzo di famiglia, invaso da un’atmosfera museale per i suoi appartamenti polverosi, immersi in una costante semioscurità, quasi asfittici per la presenza ipertrofica di oggetti, lampade, porcellane antiche, tappeti: sembra l’iconografia di una civiltà destinata all’oblio, ormai scomparsa per sempre, non più attualizzabile; l’umidità, il freddo, che invadono quegli spazi spesso privi della presenza umana, non fanno che acutizzare il senso di decadenza.

In cerca di evasione, il ragazzo si affaccia alla finestra e, dalla particolare prospettiva del quartiere Nişantaşi, trova la giusta ispirazione per crearsi un mondo parallelo, una dimensione personale e segreta, nella quale immergersi per avere l’opportunità di calarsi anche nei panni di qualcun altro.

Le fughe immaginarie in questo contesto intriso di certezze e corroborante ulteriorità permettono al piccolo Ohran di affrontare la quotidianità con entusiasmo e spensieratezza, attutendo gli urti di un ritorno in una realtà di fatto instabile, alquanto deludente; il suo amore per la pittura fornisce un’estrinsecazione concreta a questa energia vitale e l’immancabile approvazione della famiglia per i suoi capolavori infantili non fa che confermare l’esigenza del protagonista di voler trovare il giusto posto ad ogni aspetto della sua esistenza, a cominciare dalla visione di Istanbul, immortalata in un riduttivo ma solido quadretto.

Ma la tanto agognata robustezza è una fragile illusione che non perde tempo a vacillare, dentro e fuori dalla psiche: l’incontro con il mondo vero scompiglia le parole, scalfisce le mine di colori e matite e rende il loro tratto nervoso e sgraziato; le tinte pastello cedono lo scettro agli inquietanti chiaroscuri, l’ingenuità della fanciullezza si scontra bruscamente con l’ineluttabile mutamento di tutto il creato, scorporato in tanti anonimi granelli di sabbia in una comune soffocante clessidra.

Non vi sono eccezioni, e anche Istanbul svela il suo volto: al di là delle vedute pittoresche di antichi monumenti fagocitati dalla natura, elevati a soggetto mediocre, ma saldo e mansueto, si nasconde una personalità combattuta, oggetto passivo dominato dal bianco e dal nero; la città rende palpabile la sua indole camaleontica, estremizzandosi tra i capolavori sfolgoranti di cupole, minareti e lussuosi palazzi ottomani e lo sfacelo che avvolge le case diroccate, i quartieri invasi dalla povertà e dalla sporcizia, costretti a fronteggiare le spinte di una modernità indecisa.

Istanbul è la quintessenza dell’ambivalenza, della sospensione dell’identità, in bilico tra due universi contrapposti: le case in legno del periodo imperiale vanno in fumo ad ogni minimo incendio e, con loro, si sgretolano le memorie, i ricordi di un passato glorioso che, tuttavia, si ostina a non voler sparire definitivamente.

Istanbul è il caos del presente, è il cervello umano, intasato dalla routine e dalle ansie di progresso e di migliorie a tutti i costi: ne è un esempio la velocità incontrollata con la quale nascono e crescono nuovi quartieri, con palazzoni avveniristici che svettano nel cielo con superbia, quasi volessero prendersi gioco di quegli edifici sacri dalla storia millenaria.

Lo scrittore si identifica con questa confusione, ritrovandosi egli stesso a fare i conti con le leggi inoppugnabili del cambiamento: quest’ultimo diviene ancor più evidente nel periodo di transizione dell’adolescenza, quando il rapporto problematico con la realtà si amplifica e si infittisce, facendo della mente umana in fieri un labirinto perturbante; le convinzioni tendono a disgregarsi, alla luce della complessità dell’età adulta, e il ristretto universo interiore è indotto a dialogare con le incognite dispersive del mondo esterno, instaurando con esso un inevitabile contrasto.

Emerge, da entrambe le parti, l’incompiutezza, un senso di mancanza che non trova soluzione: Pamuk avverte dentro di sé un perenne difetto, l’incapacità di adattarsi alla realtà circostante, poiché teme che la sua individualità possa annullarsi nel dilagante anonimato; affidarsi troppo agli altri, cercare le risposte esistenziali nelle psicologie altrui può far perdere di vista se stessi, un’entità ormai sottomessa al giudizio e alle opinioni di chi osserva dal di fuori.

La megalopoli turca vive un processo identitario molto simile, un rimescolamento umano e culturale che affonda le radici nella sua turbolenta storia: la solidità dell’impero ottomano, che, in verità, cela numerose incoerenze etiche e morali, non regge alle angherie del tempo e delle istanze repubblicane e scompare nel giro di una guerra mondiale, diventando un capitolo sempre più distante lungo la linea cronologica; si allontanano i miti della numerosa famiglia patriarcale, della superpotenza sovranazionale, guidata da un sovrano di ascendenza divina, tutti dogmi ritenuti, fino a poco prima, incrollabili.

Il nazionalismo della nascente Repubblica Turca vuole imporre nuovi ideali, desidera dimostrare che un mutamento radicale è possibile, che la modernizzazione è alla portata di tutti: l’Occidente è sempre più vicino, il suo richiamo è irresistibile…

Ma Istanbul, come la birichina linea sinuosa del Bosforo che la lambisce, possiede un profilo imprendibile, impossibile da classificare secondo i canoni occidentali: nonostante le numerose spinte verso il futuro, il passato è ancora lì, pronto a riportare alla ribalta la sua preziosa eredità.

Il legame, indissolubile ma ricco di insidie, tra la voglia di andare avanti verso un differente orizzonte, rifiutando ciò che è stato, e il rimpianto per gli antichi fasti si traduce nella creazione di una dimensione sospesa, molto simile alla conflittuale realtà parallela che alberga nell’interiorità di Ohran e, in fondo, in ogni essere umano; ogni volta che si prova a prendere la rincorsa verso confini aperti, c’è sempre l’accogliente familiarità, seppur usurata, dei luoghi chiusi, nei quali sembra vigere una pacata e stabile rilassatezza.

Questa quiete è soltanto apparenza: lo scrittore sente il bisogno di evadere, di esternare i propri dubbi mediante la scrittura, edificando un microcosmo mentale che non può non indurre ad uno statico straniamento.

Parallelamente, Istanbul si crogiola nell’apatia: la città vorrebbe affrancarsi dall’incuria, dall’arretratezza che pervade i quartieri più tradizionalisti, per dirigersi verso la libertà, verso quel sogno di apertura al nuovo che lo stesso Bosforo, con le sue acque impazienti, veicola; il consolidamento della Repubblica durante gli anni Venti del Novecento costituisce il primo passo per una società priva di ostacoli etnici e religiosi.

Sono passati i decenni, la Turchia non è stata esente dai cambiamenti, si è laicizzata e, per molti aspetti, non smette di ammiccare, con ostinazione crescente, alla comunità occidentale; tuttavia, la paura nei confronti dell’ignoto non si arrende, permane il timore che l’eccesso di novità e la fame d’Europa possano sminuire i connotati multiformi e cosmopoliti di cui Istanbul è orgogliosa portavoce: il nazionalismo rischia di spersonalizzarla, livellandola ai compromessi della globalizzazione.

Le imbarazzanti difficoltà di occidentalizzazione, disseminate tra locali alla moda e vie dello shopping monopolizzate da grandi marchi internazionali, sono impossibili da cancellare e, in questo originale miscuglio di idee e punti di vista così antitetici, si genera un sentimento unico, che nessun altro luogo sulla Terra è in grado di suscitare: la tristezza.

In turco hüzün, la tristezza descritta da Pamuk è un concetto incredibilmente complesso, legato al paesaggio di Istanbul, ai suoi abitanti, alle esperienze di vita individuali che vengono forgiate in questo particolare contesto sociale e spaziale.

Il “male di vivere” di Montale assorbe e riflette gli stimoli, prevalentemente naturalistici, provenienti dall’esterno, ma è assente la componente umana, ad eccezione del proprio sé; lo spleen baudelairiano si riconnette in parte all’atmosfera urbana, ma accentua la chiusura nella mente dell’individuo, che prende volutamente le distanze dal resto dell’umanità, si barrica in un’inaccessibile “foresta di simboli”, riservata a pochi eletti, avulsa perfino dai più piccoli rimandi al vissuto concreto.

L’hüzün è una malinconia collettiva, un’emozione provata da tutta Istanbul, un malessere che esplode nel singolo così come nell’intera comunità: la tristezza si insinua nei meandri più insospettabili della psiche, dona alla città stessa un volto diverso, il quale non fa che ampliare e diffondere questa straniante sensazione.

L’impotenza esistenzialista, che getta l’essere tra le turbolenze incontrovertibili del destino, è quanto mai remota: l’iniziale apatia si evolve ben presto in una produttiva indagine gnoseologica, alla ricerca di una mediazione pacifica tra i quesiti dell’anima e gli interrogativi imposti dalla metropoli.

Le sentenze inconfutabili non esistono, ma Istanbul, forte della sua testardaggine, invita alla riflessione, consigliando implicitamente una passeggiata tra quei vicoli dimenticati, tra passi sconosciuti e panni stesi, i quali rappresentano la più spontanea testimonianza del vivere.

A dispetto di qualsiasi conflitto filosofico, la vita transita nel presente con fierezza, portandosi dietro i suoi inestimabili cimeli, con l’intento di scortarli in un futuro ancora più sfavillante.

Mi affido ai consigli di Ohran e continuo a passeggiare per il centro urbano, facendo più di qualche deviazione negli angoli più nascosti di questa città dalla mutevolezza miracolosa, capace di scuotere una morbosa curiosità di conoscenza che sa anche prendersi le giuste pause per fermarsi a meditare.

Cammino lungo le vie di Istanbul e, ad ogni incrocio, si affollano domande, sensi unici, imprevisti vicoli ciechi: la mia anima si lascia ispirare da questa creatura inafferrabile, nella quale si rispecchia, come una perfetta fotocopia; il pensiero si muove senza sosta, mentre, in un’adunata polisensoriale, le bancarelle odorose di spezie, i kilim multicolori e gli sbuffi arrochiti dei battelli, da una sponda all’altra del Bosforo, forniscono ulteriore, pregiato materiale di introspezione.

Nonostante gli sforzi, un libro non potrà mai sostituire un viaggio reale, soprattutto se si pensa al privilegio di poter godere di un preciso luogo geografico per mezzo dei propri occhi, di poterlo toccare con il proprio corpo, calpestando l’asfalto straniero o sostando ai piedi di una torre secolare.

Ma, grazie a Ohran Pamuk, la mia immaginazione ha viaggiato oltre le note mura di casa, portando il cuore dove ancora non è mai stato; grazie ad Istanbul, ho riallacciato alcuni fili con me stessa, nella speranza di una migliore comprensione del tutto, possibile esclusivamente aprendomi a quell’immenso cangiante che la megalopoli rappresenta.

Ho intrapreso un percorso condiviso, un tragitto la cui meta è scontata solo in parte; perché Istanbul è punto d’arrivo, ma anche gemma pronta a dischiudere infiniti itinerari, alcuni per turisti affamati, altri per speculatori ugualmente smaniosi, ma sospesi tra panorami brulicanti di magnetica veridicità e paesaggi interiori.

In questo precipuo frangente storico, Istanbul non è semplicemente un libro, una città, una confessione autobiografica, è, innanzitutto, una promessa: la promessa di ritornare a viaggiare, a fidarsi del mondo e dei suoi collegamenti ora spezzati, dando una benefica scossa ai tanti intelletti impigriti e avvizziti da sconfortanti e tediose quarantene; e la lettura, a modo suo, è un piccolo prodigioso varco nella vastità del conoscibile…

Istanbul, a presto.

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