ROMA, 15 GIUGNO 2016. Un’esperienza unica ed irripetibile è stata vissuta allo Stadio Olimpico da circa cinquantamila persone: una folla appassionata, con una devozione senza precedenti, ha deciso di festeggiare le nozze d’oro dei Pooh, il gruppo più longevo della storia della musica italiana, con alle spalle milioni di dischi venduti e più di 330 canzoni incise, un patrimonio immateriale ma il cui indiscusso valore artistico lo rende inestimabile e destinato a durare in eterno, al di là dei loro stessi creatori.

Ma ciò che si è tenuto quella sera non è stato un semplice concerto: oltre alla folla immensa che ha deciso di riunirsi per questo importante compleanno (un traguardo impensabile, se si pensa alla quotidiana fugacità di rapporti amorosi e smartphone all’ultima moda), dal palco si è sprigionata l’energia inesauribile di cinque “ragazzi”, che hanno imparato a sottomettere il tempo con la forza impalpabile dei loro sogni; Roby, Dodi, Red, Stefano, Riccardo, ognuno con la sua personalità, ognuno con il suo carisma, con il proprio inconfondibile timbro vocale, eppure così perfettamente allineati, tutti insieme, per creare quella perfetta alchimia di musica e di emozioni che solo i grandi artisti sanno raggiungere. La loro reunion ha suscitato entusiasmi e positività oltre ogni previsione, dando ancor più vigore a quel “popolo dei Pooh”, talvolta sottovalutato, spesso deriso, ma che, in fondo, sa distinguere chiaramente la musica di qualità.

Per ben tre ore, uno stadio gremito si è isolato dal resto del mondo e dai suoi problemi per potersi immergere in un viaggio nel tempo, percorrendo mezzo secolo di storia non solo musicale, ma attraversando diversi aspetti della contemporaneità, grazie ai racconti racchiusi in ogni singola canzone, dalla purtroppo non debellata omofobia in “Pierre” alla riflessione sul futuro in “Domani”, toccante omaggio a Valerio Negrini, paroliere e fondatore dei Pooh, scomparso tre anni fa.

Ma lo spettacolo non ha soltanto risvegliato gli spettatori con sublimi onde sonore: una scenografia complessa, imponente, ha contribuito a rendere l’evento ancora più indimenticabile, alternando laser e luci multicolori e sincronizzate ad inusuali getti di fumo e di fuoco, il tutto armonizzato nell’abbraccio di un fondale digitale con scenari tematici e maxi schermi, pronti a sopperire alle grandi distanze all’interno dello stadio.

Ho vissuto una favola, recita l’ultimo inedito del gruppo “Ancora una canzone” e, in effetti, l’atmosfera polisensoriale, generatasi in questa notte di metà giugno, ha poco a che vedere con la realtà spenta, avvilente, arcigna, che ogni giorno tormenta le nostre esistenze: bambini, adolescenti, adulti, anziani, tutti cantavano all’unisono, come un coro sconfinato, quelle strofe che non hanno bisogno di essere imparate a memoria, perché già scolpite spontaneamente nei ricordi, le quali devono essere soltanto tirate fuori insieme ai pensieri più reconditi della propria anima, ai dejà vu di gioie, amori, lacrime e passioni che, in questa particolare occasione, ritornano per un commovente ma piacevole valzer della rimembranza.

Ogni parola dà vita ad un attimo diverso da ogni altro, il quale appare provenire dal passato, ma che, in verità, possiede una ricchezza tutta nuova, una preziosità che solo il sedimentarsi della storia vi attribuisce valore imperituro.

I Pooh forse sono gli unici che, con la loro musica, hanno saputo custodire e venerare il passato per poi, tuttavia, migliorarsi sempre, lungo un percorso di crescita che unisce la sapienza di ciò che già è stato ultimato con dinamiche prospettive rivolte al futuro; nel mezzo c’è il presente, con il contesto palingenetico ed irripetibile di quanto è accaduto allo Stadio Olimpico: una dimensione fiabesca che, superando l’effimero scorrere della vita, si è già trasformata in memoria storica condivisa, pronta per essere rivisitata all’infinito da coloro che sono stati in grado di apprezzarla in diretta.

POOH reunion

Alessia Citti

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