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Caro natale (fonte: Frz40)

Se l’età dei consumi ci aveva abituato ad una luccicante visione della realtà, i recenti dati sulla spesa privata saranno un pesante colpo per tutti gli italiani. Le tradizionali prospettive di espansione sembrano ormai riguardare il passato, e neanche i ritrovi più sacri dell’intimità familiare sono al riparo dagli effetti della recessione economica.

La dualistica tra calo del Pil e diminuzione dell’occupazione evidenziata da Confindustria sta lentamente ridefinendo la progettazione economica, parte dell’attività di qualsiasi nucleo familiare. Attendere al varco offerte e sconti sembra essere diventato sempre più non solo un’abitudine di per sé salutare, quanto una necessità urgente, come evidenziato dal fatto che a tenere botta siano proprio i discount alimentari (+0,6%). Perché i discount? Perché è il dato dell’alimentazione quello che illumina le ombre più feroci della crisi, mostrando una redistribuzione della spesa per il cibo che non può non inquietare. E’ Coldiretti a segnalare un imponente flusso che vede cedere gli alimenti a più alto valore nutritivo (carne: -5,5%; pesce -1%; ortrofrutta -0,9%), assieme a dolciumi e prodotti analoghi. Ad aumentare sono i prodotti basici, quelli che, guardando dietro nei secoli, hanno alimentato l’Italia più povera, quella dei diseredati e nullatenenti: farina (+8,3%), uova (+5,3%), pasta (+3,6%), pane (+1,3%) e burro (+2,8%).

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Diminuisce il consumo per gli alimenti, ma crolla con esso quello che è ad oggi considerato il barometro della congiuntura economica. A finire nel tritacarne dalla recessione è l’ultima delle spese, l’irrinunciabile fino a strapparlo con i denti, l’asticella della disperazione, ossia i consumi natalizi per i giocattoli. Le stime lanciate da Tonino Flachi, delegato della Confcommercio di Roma sono pesantissime: -25%. Dati che Davide De Luca sul Post poi contesterà, riportandoli per il 2012 al 2,3% e per il periodo natalizio attorno al 2-3%. Il punto però non ruota attorno a mere percentuali statistiche. Un colpo al cuore, anche se giustamente sottolineiamo non si tratti di un infarto, sempre un colpo al cuore rimane. Se anche il principio granitico del “quest’anno regali solo ai bambini” cede il passo, allora è proprio di quell’innocenza perduta che è necessario parlare, pur senza blandi sentimentalismi.

Come giustamente sottolinea lo stesso De Luca è una crisi assai curiosa quella che erode ogni angolo della vita quotidiana, ma non i prodotti tecnologici. I dati Findomestic lo confermano, ma non possiamo non evidenziare come l’aumento dei consumi in telefonia e informatica si accompagna ad una progressiva diminuzione dei prezzi in tale campo. Questo naturalmente non basta. L’attesa di un Iphone sotto il proprio albero non sconta alcuna diminuzione del suo prezzo, perché scavalca il naturale processo di obsolescenza dei prodotti tecnologici, considerato quanto recente e ricercato sia tale strumento. Allora quale causa potremmo imputare in capo a una redistribuzione così scellerata? Potremmo chiamarla grettezza, potremmo chiamarla smania formato Trony, potremmo magari indicarla tra i più esemplari casi di follia collettiva da possesso. Forse lo è. Ma è soprattutto l’ombra delle infinite promesse che ci siamo fatti, che ci hanno fatto e che ci siamo docilmente lasciati fare.

Conveniva a tutti, perché ci proiettava in dimensioni di spesa totalmente irraggiungibili in passato. Era l’età dei prestiti, della rateizzazione, del telefono gratis che si pagava mensilmente, dell’automobile a tasso zero, della fila alla banca anche per mille, duemila euro. Ovvio che poi uno spettro si aggiri nelle nostre città del consumo, famelico e malinconico, rivendicando non semplicemente una blanda voracità di possesso, ma anche una speranza interrotta che in risposta rilancia quindi con un anelito di diritto al benessere.

Vogliamo l’Iphone non solo per sbattere in faccia al vicino un simbolo del nostro status sociale, ma anche per dimostrare a noi stessi che ancora siamo vivi, nonostante tutto. Un po’ come i carcerati di Dostoevskij, che risparmiano per anni di prigione al solo fine di sperperare il proprio denaro in una sola notte. E’ una sovrapposizione, un overlay tra stili di vita che ormai non corrispondono più, un triste dejà-vu che non può essere scartato come un mero atto di consumismo. E’ la sua fine, semmai, la fine di un’innocenza che colpisce anche i bambini, perché ad esaurirsi è l’innocenza di un intero paese abituato a dilazionare i propri debiti, a polverizzare il proprio consumo per l’ideologia dell’ora-e-adesso. Forse quei giocattoli andranno a finire in computer, in cellulari, in ipod. Di certo restano come monito e monumento di un’era che si avvia alla sua inevitabile fine. Cade un muro edificato negli anni novanta con la finanza creativa, con le luci stroboscopiche e le promesse di soldi facili in cui affogare un vuoto esistenziale diventato col tempo una voragine. Cade in un silenzio che si abbatte leggero su di un vivere alla giornata che neanche i bambini sembrano potersi più permettere. E se davvero siamo tutti interconnessi, non possiamo che fare di questo silenzio il luogo ideale per una eco di cambiamento.

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