Le premesse

Anno 2003. Nella città dell’Aquila l’allora giunta presieduta dal sindaco Biagio Tempesta propose un progetto avveniristico per la mobilità cittadina. L’idea era di realizzare una moderna metropolitana di superficie. Un filobus alimentato elettricamente che si muovesse su gomma. Il progetto inizialmente suscitò grande entusiasmo nella cittadina di montagna, da sempre sensibile alle tematiche di sostenibilità ambientale. L’Aquila: metropolitana di superficie o metropolitana superficiale? Direttore Claudio Palazzi
L’idea apparve innovativa poiché in grado di soddisfare le esigenze di trasporto urbano, di preservare l’ambiente e, al contempo, di rivestire la città di una patina “smart”. Le speranze furono poi deluse dai continui ritardi nei lavori di costruzione e dalle enormi problematiche riscontrate in fase di progetto avanzato. A distanza di qualche anno, le verdi aspettative della collettività naufragarono tra i grigi flutti degli iter burocratici.

Il progetto ora è completamente abbandonato e delle scintillanti infrastrutture non rimangono che scheletri consunti. Ad oggi ci si interroga su come bonificare i lavori incompiuti e sulla possibilità di riqualificare l’imponente struttura che avrebbe dovuto fungere da deposito della metropolitana. Ripercorriamo con ordine le fasi di questa vicenda emblematica, l’ennesimo ingiustificato sperpero di denaro pubblico.

Un progetto ambizioso

L’Aquila si sviluppa lungo un asse longitudinale est-ovest che ricalca il corso di valle dell’Aterno, bloccata a nord e a sud dai monti. La città è cresciuta principalmente a ovest del centro storico, dove quartieri residenziali e capannoni generano buona parte del traffico cittadino. Lungo quest’arteria è altissimo il fenomeno di pendolarismo in direzione della città e delle periferie. Il progetto della metropolitana soddisfaceva esigenze ben circostanziate. Tra queste:

  • riduzione dei consumi energetici
  • riduzione di emissioni di CO2
  • qualità ambientale
  • maggiore bisogno di mobilità.

La linea immaginata avrebbe collegato il centro della città con l’ospedale regionale e l’adiacente polo scientifico universitario. Con una lunghezza di circa 6 km, il tracciato avrebbe richiesto una copertura finanziaria insostenibile per il solo comune aquilano.

La partenza era prevista dall’Ospedale San Salvatore dell’Aquila, grande bacino d’utenza, soprattutto universitario. Il filobus avrebbe poi attraversato il placido quartiere residenziale di Pettino, ai margini del quale sorgono la scuola superiore, l’Accademia delle Belle Arti e il cinema multisala. Superata via Amiternum, sarebbe poi confluito lungo l’asse di via Corrado IV, sede di un moderno impianto sportivo polifunzionale. Poi su, a inerpicarsi lungo via Roma, l’angusta stradina, vero e proprio ingresso al centro cittadino.

La strettoia di Via Roma

Via Roma, larga solo sei metri e con pendenza costante dell’8,5%, sulla quale si affacciano numerosi palazzi vincolati dalle belle arti, rappresentò uno dei grandi ostacoli alla realizzazione della metropolitana di superficie. Districandosi tra le varie carte e gli studi di fattibilità, resta difficile da capire come questo insormontabile problema non sia stato analizzato in fase progettuale. D’altra parte, se era previsto un impianto di riscaldamento sottostante per evitare la formazione di ghiaccio sui binari, resta un interrogativo la superficialità con la quale si è affrontato il problema dell’accesso a via Roma.

Come detto, ciò che resta del progetto sono solamente dei binari su cui è facile scivolare. Numerosi sono stati gli incidenti che sono avvenuti sui resti delle rotaie metalliche. La risposta da parte dei responsabili alle richieste di risarcimento a seguito di sinistri sono state rigettate perché si tratta di manufatti visibili e “permanenti”. Insomma, oltre al danno anche la beffa.

Un primo tentativo 

La storia d’amore tra L’Aquila e i filobus sembra avere radici antiche, agli albori dell’età tecnologica. Il capoluogo abruzzese, insieme alla città di Siena, La Spezia e Pescara fu tra i primissimi centri italiani a dotarsi di una funivia. Una serie di piccole carrozze alimentate da fili passanti sopra i tetti della città univano la stazione ferroviaria con piazza Regina Margherita. Proiettata verso il futuro, ma con uno sguardo al passato, la giunta Tempesta nel 2003, presentando la nuova proposta di mobilità urbana, pubblicò all’interno della serie “Quaderni della città dell’Aquila” alcune suggestive foto d’epoca a testimonianza dell’esperienza pregressa. Pur senza disporre di dati, eccezion fatta per il materiale fotografico, sappiamo che il filobus rimase in funzione fino agli anni ’40. Fu poi sostituito da normali vetture a combustione.

A L’Aquila, come in altre città, le filovie vennero meno per difficoltà legate alla presa di corrente e allo stato precario del manto stradale. Ci si interroga su quanto un richiamo nostalgico alla vecchia filovia abbia inciso sulla decisione di optare per una soluzione moderna, ma non esente da complicazioni. Ritorna una vecchia boutade attribuita a Marx secondo cui la storia si ripete sempre due volte, una sotto forma di tragedia e una sotto forma di farsa. Anche al secondo tentativo, la nobile intenzione di dotare la città di una mobilità più pulita si è arenata di fronte a ostacoli di tipo tecnico.

Riqualificazione

Per quanto riguarda rotaie e tralicci, non vi era altra soluzione che la rimozione degli stessi. La domanda è cosa fare della grande struttura che avrebbe dovuto ospitare il deposito della metropolitana di superficie. Qui numerosi sono i progetti internazionali presentati. A seguito del terremoto del 2009, proliferano edifici e capannoni agli estremi della città, il più delle volte adibiti a scopo commerciale. Questi nuovi fabbricati hanno nel tempo sostituito il centro cittadino come luogo di aggregazione. Visto la stato di cose, si impone la necessità di punti di riferimento culturali.

La città teatro

Tra le varie idee di riqualificazione del deposito, particolarmente interessante appare quella di Edoardo Gaudieri, scenotecnico e autore di un progetto presentato all’Accademia delle Belle Arti dell’Aquila. La proposta è di utilizzare l’ossatura metallica in disuso come scheletro per la realizzazione di un teatro. La posizione sarebbe alquanto strategica poiché sito in uno dei principali quartieri residenziali della città, vicino alle scuole, al cinema multisala e alla già citata Accademia. Per ora, in attesa di essere riqualificata, questa struttura desolata ospita a vista detriti del terremoto sottoposti a sequestro giudiziario. L’auspicio è che questo lugubre angolo della città possa divenire cuore pulsante di nuove attività culturali.

Interviste

Aspetti culturali

Abbiamo raggiunto Edoardo Gaudieri, autore del progetto di riqualificazione del deposito abbandonato. Con lui abbiamo voluto approfondire la sua idea.

  • Cosa ti ha spinto a immaginare un Teatro come destinazione d’uso per quest’area?
  • “Per cominciare, sono poche le città di provincia in possesso di aree attrezzate per lo spettacolo. Una struttura moderna e polifunzionale, con il teatro come nucleo principale, avrebbe distinto la città in modo particolare. La grandezza del luogo avrebbe permesso inoltre di inserire un palco persino più grande di quello del teatro comunale. Un palco in grado di adattarsi a vari tipi di rappresentazioni, non soltanto teatrali. Il teatro, ricordiamolo, è un luogo in cui una comunità si riconosce e impara a riflettere su se stessa.”
  • Dopo il terremoto la maggior parte dei cittadini era sparsa tra tendopoli e moduli abitativi provvisori. Si sentiva la necessità di spazi aggreganti. E’ stato fatto abbastanza in questo senso?  In che modo il teatro può aiutare?
  • “La situazione all’inizio ha risentito della mancanza di un piano regolatore. La ricostruzione inizialmente non ha posto nei giusti termini il valore che aveva il centro storico della città. Prima del sisma L’Aquila era un centro vivo, lontano dall’idea di un centro storico bomboniera. Era un punto di riferimento per le periferie e per i paesi intorno. Il terremoto ha accelerato una dispersione, peraltro già in atto. Il teatro potrebbe essere il catalizzatore per una ricostruzione del tessuto sociale.”

Aspetti tecnici

Passiamo ora agli aspetti tecnici della riqualificazione e alle varie problematiche affrontate nel corso dei lavori che hanno interessato la metropolitana di superficie. Stavolta chiediamo delucidazione all’ingegner Mauro Panella, cresciuto nel capoluogo d’Abruzzo.

  • Quali sono stati gli ostacoli ai quali si è andati incontro e che hanno decretato l’abbandono totale del progetto?
  • “La città dell’Aquila, a mio avviso, non si presta a quel tipo di infrastruttura. Un’opera così importante è certamente indicata per città con un’altra fisionomia, realtà più ampie, con altre esigenze. Anche sul piano dell’estetica e della sostenibilità ambientale, manufatti come binari e fili vanno a deturpare il paesaggio di una realtà come la nostra. Quest’opera avrebbe potuto avere un senso nella periferia, soprattutto per quanto riguarda la pavimentazione. Via Roma, una delle principali vie d’accesso al centro storico, presenta delle criticità. Oltre alla pendenza e alla larghezza, è la pavimentazione stessa a escludere questo tipo di soluzione.”
  • L’idea di riconvertire la struttura in un teatro ti sembra una strada percorribile?
  • “Prima della realizzazione di qualsiasi opera, bisognerebbe riflettere sui costi benefici. Dopo un’attenta analisi, utile a evitare ulteriori sprechi, si potrebbe ragionare su una riconversione. Sarebbe efficace effettuare un’analisi, anche porta a porta, volta a raccogliere i pareri degli abitanti. I dati raccolti dovrebbero in un secondo momento essere sottoposti a esami tecnici. Dal mio punto di vista, il teatro mi sembra un’ipotesi fattibile.”

Rimangono le perplessità..

Tra rimostranze e proposte, la città dell’Aquila sembra riprendere vita giorno dopo giorno. Tra uno sgambetto e l’altro, le speranze non si spengono. La metropolitana di superficie avrebbe potuto costituire un buon punto di avvio per la crescita del capoluogo. Tuttavia, non sempre grandi ambizioni sono sostenute da capacità adeguate. Il progetto viene presentato nel 2003. Siamo vicini alle elezioni comunali. Nello stesso periodo si pubblicano “I Quaderni della città dell’Aquila”.

Non è azzardato pensare che, in un momento in cui il consenso cittadino risulta di fondamentale importanza, il sindaco abbia voluto stupire gli aquilani proponendo un’idea grandiosa e quasi folle allo stesso tempo. Lo slancio iniziale lascia spazio alla rabbia e alla disillusione. Il progetto abbandonato e le relative spese affrontate dal Comune per limitare i danni causati dai pericolosi binari sono un altro duro colpo per una città che necessita di investire nella ricostruzione di un centro ormai svuotato del suo significato, di impegnarsi nella ripresa della sfera collettiva ed economica. E’ proprio il caso di dirlo: “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.

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