L’ Isis è un movimento ben organizzato, con un programma che vuole eliminare gli attuali confini tra i paesi islamici del Medio Oriente e che quindi rifiuta gli accordi Sykes-Picot del 1916. Dunque punta alla creazione di uno Stato islamico che, per ora, ingloba una parte di Siria e di Iraq. Un punto di partenza e non di arrivo. L’obiettivo è l’espansione in tutta l’area Mediterraneo-Orientale o Levante: Siria, Giordania, Palestina, Libano, Israele e Cipro.

Inizialmente affiliata ad al-Qaeda con il nome AQI (al Qaeda in Iraq), il movimento inizia, nel 2003, a perpetrare una serie di attentati terroristici dopo l’invasione americana in Iraq. Negli anni successivi subisce una battuta d’arresto derivata dalla strategia militare del generale americano Petraeus che implicava la collaborazione con le tribù sunnite locali insofferenti ad al-Qaeda; dal 2011 AQI riprende forza e nel 2013 si ribattezza ISIL, vedendo nella guerra civile siriana la possibilità di espandersi nel Levante.
La
guerra siriana comporta non solo il rafforzamento del movimento, grazie soprattutto al rifornimento di armi che ne deriva, ma anche la frattura tra ISIL e al-Qaeda. I metodi violenti che il gruppo utilizza contro le forze governative di Assad verranno utilizzati anche contro i ribelli sunniti più moderati, l’Isil teorizza infatti una guerra totale contro l’occidente ma anche interna all’Islam. Per questo Zawahiri, leader di al-Qaeda dopo la morte di Bin Laden, chiede all’Isil di rimanere fuori dalla guerra, e, al rifiuto di Abu Bakr al-Baghdadi, alla guida del movimento dal 2010, decide di espellere l’ala più violenta da al-Qaeda.

Da Giugno abbiamo assistito alle progressive conquiste militari dello Stato Islamico, in poche settimane i miliziani hanno conquistato territori dall’est della Siria al nord dell’Iraq arrivando, il 29 Giugno, a proclamare il Califfato con Abu Bakr al Bghdadi come califfo. Termine alquanto anacronistico all’occhio occidentale dal momento che l’ultimo califfato ebbe fine nel 1924 con Mustafa Kemal Ataturk, primo presidente della Repubblica Turca.

Una delle strategie usate dai jihadisti sunniti comporta il controllo delle risorse locali che utilizza per estendere e rafforzare la sua presa, come nel caso della diga di Mosul che alimenta un’importante centrale idroelettrica, con cui può minacciare di bloccare la fornitura d’acqua alle città circostanti. Inoltre il dominio sui giacimenti petroliferi, conquistati durante le offensive militari, è la maggiore fonte economica dello Stato Islamico: il buisness del petrolio di contrabbando gli consente di non dover dipendere dagli aiuti di paesi stranieri. Nella parte di territorio controllato, grande approssimativamente quanto il Belgio, ha costituito una sorta di mini-stato, ha organizzato una raccolta di soldi che può essere paragonata all’esazione delle tasse e con parte del ricavato paga uno “stipendio” ai miliziani per garantire maggiore coesione interna. L’ISIS è considerato il gruppo terroristico più ricco al mondo con un capitale di circa 2 miliardi di dollari. Oltre, quindi, al guadagno derivato dalla vendita dell’oro nero, il gruppo è stato in grado di assoggettare un territorio comprensivo di circa 10 milioni di persone grazie all’ausilio degli equipaggiamenti sottratti all’esercito iracheno durante la conquista del nord della regione, alla depredazione delle banche lungo il cammino di conquiste (circa 430 milioni di dollari), al riciclaggio del denaro, buisness degli ostaggi… Parte del sostegno finanziario arriva dalle élites sunnite dei Paesi del Golfo: Arabia Saudita, Qatar e Kuwait che finanziano il Califfato per aggravare la situazione esistente in Iraq e in Siria, dando maggiore potere ai gruppi fondamentalisti impegnati a combattere con ogni mezzo il nemico sciita: Assad in Siria, Hezbollah in Libano e gli sciiti in Iraq.

Altro elemento fondamentale che caratterizza la grande espansione dell’ISIS è la campagna mediatica del terrore e il reclutamento di adepti anche in Occidente, ci sono infatti migliaia di combattenti stranieri nelle fila del gruppo jihadista. Il movimento ha ampliato l’uso di internet e spesso i suoi video sono accompagnati da sottotitoli in inglese per allargare la base d’ascolto e attirare reclute dai paesi non arabi.

Uno dei motivi del crollo iracheno di fronte all’avanzata dei miliziani dello Stato Islamico è il ritiro delle truppe USA alla fine del 2011. Al momento del ritiro i soldati americani non avevano portato a termine i loro più importanti obiettivi: la ricostruzione delle istituzioni irachene e l’addestramento delle forze di sicurezza nazionali. L’avanzata jihadista ha comportato l’inusuale collaborazione tra Iran e Stati Uniti. L’8 Agosto inizia la campagna militare statunitense e l’Iran invia le forze QUDS (il corpo militare più efficiente in Medio Oriente) in Iraq, cosa che ha reso l’avvicinamento dello Stato Islamico a Baghdad più difficile. Dal 23 settembre è iniziata invece l’offensiva militare sul territorio siriano, inizialmente non prevista nel piano di Obama.

Dopo l’inizio dei bombardamenti contro l’Isis sulla Siria le agenzie di sicurezza degli USA sono sono state poste in stato di allerta a causa del rischio di attacchi terroristici. Il rischio di rappresaglie in Europa è stato invece lanciato dal coordinatore europeo contro il terrorismo, Gilles De Kerchove, che in un’intervista alla Bbc, ha detto che sono più di tremila gli europei che si sono uniti ai jihadisti dell’Isis in Siria ed Iraq. In occasione dell’Assemblea generale dell’Onu a New York, il premier iracheno al Abadi lancia l’allarme: alcune cellule dell’Isis starebbero pianificando degli attacchi a Stati Uniti e Francia, con l’intenzione di colpire principalmente le stazioni della metropolitana. “L’allerta per l’Italia è elevata, anzi elevatissima, pur in assenza di una minaccia specifica”. A dirlo è il ministro dell’Interno Alfano parlando della minaccia terroristica legata all’Isis contro l’occidente.

 

Silvia Batoni

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