L’efficienza dell’istruzione in Italia

“Trasformare i sudditi in cittadini è il miracolo che solo la scuola può compiere”

Piero Calamandrei, giurista e politico del secolo scorso, nel ’50, ci spiegava come la scuola abbia una funzione costituzionale, in un ordinamento democratico. È la conoscenza a rendere liberi, la libertà a trasformare studenti in cittadini, titolari di diritti e doveri, e non sudditi, oggetto di decisioni altrui. Libertà grazie alla cultura e uguaglianza nelle opportunità: è questo che scuola ed università dovrebbero garantire.

Allora, cosa è andato storto in un paese nel quale c’è ancora troppo divario scolastico tra nord e sud, tra centro e periferia? Tra abbandono e dispersione scolastica, precariato e crolli nelle scuole, in cosa il nostro paese non sta riuscendo?

La scuola, tra problematiche e riforme

La scuola, l’università, la ricerca sono il nocciolo dello sviluppo, la risorsa più promettente su cui puntare. Eppure, ogni volta che si deve tirare la cinghia, università-scuola-sanità sono sempre le prime a rimetterci. Quando va bene, non ci sono tagli.

Da circa vent’anni, riforme su riforme si accavallano, si negano a vicenda, si alternano. Tante toppe per cercare di adeguarsi a standard internazionali; nessun rinnovamento fattivo, nessun modello scolastico organizzato.

Dalla riforma Moratti del 2003, che ha abolito a pochi anni di distanza la riforma Berlinguer, nel 2008 si è passati alla riforma Gelmini: ripristino del maestro unico, voto di condotta, riduzione degli insegnanti; il criterio economico ha di nuovo la meglio.

Sembra sempre che sia l’ istruzione a doversi adeguare ai governi e mai il contrario. Col 2015 una nuova riforma: la “Buona Scuola”. Per arginare la dispersione scolastica ci propone l’alternanza scuola-lavoro; per appianare il divario, l’autonomia.

Chiedo opinioni sull’argomento ad Emiliano Camuzzi, candidato con Potere al Popolo nelle scorse regionali: “Nessuna riforma della scuola, delle ultime, ha voluto affrontare seriamente i problemi. Alcuni governi hanno puntato sulla “pancia” dell’elettorato docente o su misure “spot” come l’alternanza scuola-lavoro, per dare in pasto all’opinione pubblica argomenti volutamente lontani dalla soluzione alle crisi dell’intero sistema d’istruzione. La verità è che per la scuola, come per la sanità, non si può tenere il pareggio di bilancio: i soldi che servono vanno spesi (…)”. (a fine articolo intervista completa)

L’insoddisfacente offerta universitaria italiana

Sono passati cinquant’anni dalla Legge Codignola che nel 1969 ha liberalizzato l’accesso a qualsiasi corso universitario, indipendentemente dal tipo di diploma ottenuto in precedenza. L’università classista si trasforma così in un’università libera, accessibile a tutti. Ad oggi si può affermare che sia ancora così?

Dal rapporto Almalaurea 2019 si rileva che sono nettamente maggiori le percentuali di ragazzi laureati provenienti da famiglie favorite dal punto di vista socio-culturale, in cui cioè almeno un genitore abbia un titolo di studio universitario. L’ascensore sociale è drammaticamente bloccato.

Secondo i dati Eurostat del 2016, poi, il tasso di abbandono universitario è elevato: 523.900 studenti non portano a termine gli studi. I motivi sono vari: dalle difficoltà economiche a quelle incontrate nell’apprendimento.

Chi riesce invece a laurearsi spesso lo fa con più tempo del dovuto. La laurea triennale, introdotta per spingere prima i giovani nel mondo del lavoro, ha spesso, come risultato, tempistiche più lunghe. La maggior parte degli studenti va fuori corso, trasformando così i tempi di una triennale in quelli di una magistrale. Il mercato del lavoro, poi, ricerca spesso personale specializzato, dando così alla laurea triennale ben poco utilizzo.

Non va meglio per tirocinanti e stagisti. Nati con l’obiettivo di formare uno studente, per introdurlo nel mondo del lavoro, stage e tirocini spesso non sono quello che promettono. Molte aziende nascondono, dietro l’ipocrisia dell’offerta di formazione lavorativa, un vero e proprio sfruttamento.

È un sistema che, troppo spesso, ha come unico scopo quello di risparmiare sui costi del lavoro, sostituendo i dipendenti con il lavoro gratuito o sottopagato dei tirocinanti. Finito il periodo di “formazione” le speranze di essere presi, si trasformano in false aspettative.

Inclusività e integrazione; il ruolo dell’istruzione

Dell’argomento parlo con Hamida*, mia piccola amica da tanti anni. Mi racconta cos’è per lei la scuola, mi parla dei suoi sogni. Non capisce come farà a scegliere, ora che il prossimo anno dovrà iniziare il liceo, la strada da intraprendere per cosa fare da grande.

C’è poi Carlo*, dice che della scuola poco gli importa. Ma con gli occhi quasi lucidi mi fa capire quanto quei non sufficiente lo umilino. È arrabbiato.

Chi mi colpisce, con tutta la sua fragilità, è Nedim*: di quando era bambino mi racconta la vergogna che provava nel dover andare a scuola. “Ho passato parte della mia infanzia in un campo rom di Roma. I miei amici del cuore erano proprio quelli che a scuola potevano anche non andare, io invece ero obbligato dai miei genitori. I giorni peggiori erano quelli con l’ora di musica: oltre lo zaino dovevo portare anche la pianola, che vergogna! Quanto mi sbagliavo.” (* nomi di fantasia) 

Nedim mi racconta di come a scuola, vent’anni fa, si sentiva diverso ed escluso, unico straniero nella sua classe; ora si sente più bosniaco che italiano. Hamida, oggi studentessa delle medie in una classe multietnica, mi spiega quanti amici abbia; lei, al contrario, si sente italiana più che bengalese.

Quanto ha avuto successo la scuola con alcuni di loro? Quanto è stata inclusiva, quanto integrante?

È un’ingiustizia la fragilità che si genera da un percorso che dovrebbe portare crescita e apprendimento. Lo è ancor di più quando l’insuccesso di uno studente non deriva dalla mancanza di volontà.

Il sistema di apprendimento non dovrebbe creare gerarchie meritocratiche, basate su un sistema di votazioni che non valorizza il potenziale di ciascuno, ma enfatizza, come diceva qualcuno, “il ghigno e l’ignoranza dei primi della classe”. L’apprendimento non dovrebbe annoiare chi, a restare passivo ore ed ore su una sedia, con l’attenzione che se ne va, proprio non riesce.

Leggo poi delle statistiche. Possibile che i licei migliori, e raramente gli istituti, siano sempre quelli che si trovano al centro della città? Dal divario scolastico tra nord e sud, a quello tra centro e periferia, l’eterogeneità è allarmante. Squilibri economici, sociali, educativi. È inqualificabile che nello stesso Paese non siano garantite le stesse opportunità e gli stessi diritti.

Gli studenti non sono scatole da riempire, numeri da uniformare rispetto alle statistiche, non sono prove Invalsi standardizzate. Non sono nemmeno il futuro capitale umano da addestrare. Il compito dell’istruzione è quello di formare la società, darle speranza, civiltà; rendimento per un riscatto sociale.

Tra disuguaglianze e precariato c’è davvero bisogno di un cambiamento.

Approfondimento dell’ intervista a Emiliano Camuzzi

 

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