Lo spiritualismo di PI cela la concretezza

Ang Lee è tornato e con Vita di Pi mette in scena un lungometraggio stile “Siddharta” di Hermann Hesse ma riadattato ai nostri giorni. Questa volta non sarà solo il buddismo la religione al centro dell’opera scritta da Martel e adattata al grande schermo dal regista taiwanese.

Media4tech di Claudio Palazzi

La trama: Piscine ama farsi chiamare Pi per non essere fonte d’ispirazione degli scherni dei suoi compagni coetanei. La “vita di Pi” è il racconto del cammino mistico intrapreso dal protagonista: inizia con l’adolescenza e la ricerca della sua spiritualità; prosegue con il naufragio che obbliga il protagonista a mettere in atto empiricamente gli studi intrapresi, dovendo affrontare le numerose difficoltà della cruda vita reale, ma con l’aiuto della religione; infine la maturità, quando oramai adulto rievoca il passato traendone le conclusioni.

Il racconto inizia con Pi che, per sfuggire alle beffe di alcuni ragazzi, usa la matematica che è la rappresentazione della razionalità. Inevitabilmente, vivendo in India, Pi deve fare i conti con l’induismo iniziando da questo momento il cammino alla ricerca della propria spiritualità. I molteplici contatti con gli indù gli insegnano che tutto ha un’anima, anche gli animali. Inevitabile quindi anche una contaminazione animista. Per dimostrare la sua teoria, come prova di fiducia, cerca di dare da mangiare a Richard Parker, la tigre ospite nello zoo del padre, direttamente con le proprie mani. Questo test viene interrotto bruscamente dal padre di PI che incarna invece la razionalità e lo scetticismo umano. Il cammino verso la coscienza spirituale continua attraverso l’incontro con la religione cristiana. Iniziano così i dibattiti con un prete sul sacrificio di Cristo, voluto da Dio, per il bene degli uomini. Questo gesto per Pi è tanto irrazionale quanto affascinante. Perché un padre sacrificherebbe il proprio figlio per insegnare l’amore agli uomini? Senza trovare una vera risposta il percorso mistico di Pi incontra la religione mussulmana. In questo caso Dio cambia nome in Allah ed impone una ferrea dottrina di culti prescritti: come la dieta mussulmana che vieta di mangiare animali se non prima privati del loro sangue, ad eccezione del maiale proibito in tutti i casi; o come le numerose preghiere in orari prestabiliti che includono la consuetudine di baciare la terra come segno di ringraziamento. La spiritualità di Pi continua con la “razionalità” della vita quotidiana destinata a stravolgersi al cospetto dell’ “irrazionale” sentimento chiamato amore. Infine il “nostro eroe” dovrà affrontare il viaggio in nave verso il Canada che lo porterà al naufragio. La vita  di PI cambierà per sempre e prima che la nave affondi incontrerà l’ultimo personaggio che influenzerà il suo commino spirituale introducendolo alla filosofia buddista.

Tutti gli insegnamenti di Pi avranno un riscontro empirico nella lotta alla sopravvivenza nei 227 giorni in mare aperto in compagnia di un orango, una zebra, una iena e la tigre chiamata Richard Parker. Il destino però vedrà solo Pi e Richard Parker continuare l’allegorico percorso insieme. La fede in tutte le religioni verrà messa a dura prova in diverse occasioni e in diverse occasioni Pi dovrà usare anche il pragmatismo ereditato dal padre, per sopravvivere alla convivenza con la tigre del bengala, alla fame e alla sete. Le condizioni estreme portano a far emergere anche il “lato oscuro di PI” che nonostante sia vegetariano si vede costretto a mangiare pesce. Infine Pi e Richard Parker approdano in un’isola “carnivora” metafora della decisione più importante che ragazzo deve prendere: finire di lottare e rimanere nell’isola che l’avrebbe portato alla morte o seguire il suo istinto (la tigre), risalire in barca e lottare ancora per la sopravvivenza.

Quando alla fine riesce a toccare terra gli verrà chiesto di riferire una storia più realistica del racconto che lo vede naufrago insieme a Richard Parker,  Pi racconterà una versione molto più cruda che lo vede naufrago con un marinaio (la zebra), il cuoco (la iena) e sua madre (l’orango). Il cuoco si rivela spietato e usa il marinaio come esca per i pesci e uccide la madre di Pi che a sua volta fa uscire il lato bestiale che è in lui (la tigre) e vendica la madre. Quando finalmente arriva a terra Pi può  liberarsi del lato bestiale e Richard Parker se ne va senza neanche voltarsi a salutarlo.

“La vita di PI” vuole raccontare le diverse possibilità che si hanno per  affrontare le difficoltà che si incontrano nell’arco della vita. Difficoltà e tragedie possono essere sostenute con la razionalità, con la forza dell’amore o con le molteplici tipologie di religioni che seguono ognuna diverse ideologie e consuetudini diverse. Quando Pi chiede al suo interlocutore quale versione della storia preferisca, gli viene risposto “quella con la tigre”. Anche i pragmatici agenti assicurativi che volevano la “verità” su come fosse affondata la nave,  alla fine preferiscono credere alla storia della tigre. La spiritualità nel film vince sull’ateismo.

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