Il preliminare accordo di pace raggiunto tra Armenia e Azerbaijan a Washington ad agosto ha rafforzato l’aspirazione di Trump di aggiudicarsi il Premio Nobel per la pace. In occasione del vertice da lui promosso e definito “storico”, il presidente azero Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan hanno infatti firmato, assieme al presidente statunitense, una dichiarazione congiunta con la quale si impegnano a rispettare i 17 articoli d’un “Accordo per l’istituzione della pace e delle relazioni interstatali” già parafato tra i due paesi a marzo. Si tratta quindi, senz’altro, di un passo positivo, che sembra presagire una maggiore stabilità e nuove opportunità di sviluppo nell’area.
Questa apparente riappacificazione, tuttavia, è solo agli inizi e non priva di importanti ostacoli. Più che da una sincera voglia di riconciliazione, essa sembra inoltre scaturire da una logica di potenza che fa passare in secondo piano le istanze e i diritti di coloro che non rispondono alle utilità strategiche delle parti in gioco. In particolare, le voci dei profughi del Nagorno Karabakh scesi in piazza a Erevan per chiedere il riconoscimento del loro diritto di rimpatrio evidenziano un duro fallimento del diritto internazionale umanitario, anche a seguito dell’avvenuto scioglimento del gruppo di Minsk istituito in ambito OSCE (Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa). Quest’ultima misura, uno dei punti che fanno parte della suddetta dichiarazione uscita dal vertice, ha di fatto rimosso il principale formato diplomatico attraverso il quale la comunità internazionale, sin dal 1992, ha cercato di appianare il conflitto tra le parti.
Contesto storico e sviluppi più recenti
Il conflitto del Nagorno Karabakh è, al pari di altri “conflitti congelati” eredità della dissoluzione dell’Unione sovietica (tra cui quelli della Transnistria, Abkhazia, Ossezia del Sud, Donbass, e Crimea), giuridicamente e politicamente controverso. Da un lato tocca temi annosi del diritto internazionale, quali i principi dell’autodeterminazione dei popoli, dell’uti possidetis e dell’integrità territoriale, accanto ai requisiti della soggettività internazionale di uno Stato; dall’altro sfiora gli interessi di grandi potenze, quali attualmente Turchia e Stati Uniti, che entrambi mirano a colmare il vuoto di potere nella strategica regione del Caucaso provocato dall’impegno bellico della Russia in Ucraina.
La questione è antica e si è prolungata fino ai nostri giorni intrecciandosi con rivalità etniche, nazionalistiche, e in misura minore religiose. Le sue radici si collocano nel 1917, anno della caduta dell’Impero zarista. Il conseguente e repentino vuoto di potere, in un’ondata di caos, guerre e nazionalismi, consentì ad Armenia e Azerbaijan di dichiararsi Stati indipendenti e di avanzare entrambi pretese territoriali sul montuoso Nagorno-Karabakh, regione con una popolazione a larghissima maggioranza etnica armena (circa 88.8% della popolazione nel 1926, secondo un censimento sovietico). Con l’annessione di entrambi paesi all’URSS nel 1920, il Nagorno Karabakh fu assegnato all’Azerbaijan, seppur in forma di Oblast autonomo.
Le rispettive pretese su questa enclave etnica si riaccesero con fervore da parte delle nuovamente indipendenti Armenia e Azerbaijan solo con la fine dell’URSS nel 1991. Il “montuoso giardino nero” (questo il significato del nome) era rivendicato dall’Azerbaijan principalmente in base al principio di integrità territoriale; la situazione, tuttavia, si complicò ulteriormente quando quello stesso anno il Nagorno Karabakh si autoproclamò anch’esso indipendente, diventando Repubblica di Artsakh.

La nuova Repubblica rimase priva di riconoscimento internazionale, anche da parte della sua alleata Armenia (la mancanza di effettiva statualità per eccessiva dipendenza militare, politica, e finanziaria da quest’ultima è stata dichiarata sia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel caso Chiragov et al. v Armenia del 2015, che a più riprese dall’Assemblea generale e dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, che in varie risoluzioni hanno pronunciato il territorio dell’autoproclamata Repubblica sotto occupazione straniera).
La fine della cosiddetta “prima guerra del Karabakh” si ebbe solo con il cessate il fuoco del ‘94; seguito da anni di continue tensioni militari, queste raggiunsero un culmine nel 2020 con la “seconda guerra del Karabakh”, detta anche “dei quarantaquattro giorni”, a seguito di un’offensiva massiccia da parte dell’Azerbaijan. Quest’azione è stata motivo di molteplici accuse di pulizia etnica rivolte contro Baku, tra cui una missione di fact-finding condotta da Freedom House che ha rilevato gravi violazioni dei diritti umani, del diritto internazionale umanitario e del diritto penale internazionale da parte delle autorità azere, attraverso ad esempio esecuzioni extragiudiziali, sfollamenti forzati e distruzione di proprietà e cimeli culturali; elementi che, secondo l’ONG, soddisfano i criteri per la pulizia etnica come definiti dal rapporto di una commissione di esperti dell’Onu in relazione all’ex Jugoslavia nei primi anni ’90.
La tappa più recente, e forse conclusiva, è del settembre 2023, quando l’Azerbaijan prese di nuovo l’iniziativa militare conquistando in una sola giornata l’intero territorio del Nagorno Karabakh. L’annessione ha causato un esodo di massa di quasi l’intera popolazione di etnia armena, da cui scaturisce l’attuale situazione degli oltre 115,000 profughi che tutt’ora vivono in Armenia.
Potenziali ostacoli alla pace e disegni delle grandi potenze
Le trattative vedono, di conseguenza, notevoli concessioni da parte del primo ministro Pashinynan. Accettando le condizioni di riconoscere i confini derivanti dalle ex repubbliche socialiste sovietiche e di rinunciare a ogni rivendicazione territoriale, il premier, con la sua nuova dottrina di pacificazione, chiede al popolo armeno di abbandonare la cosiddetta “Armenia dei sogni”, ideale irredentista di una parte cospicua della popolazione legata alla potente Chiesa apostolica armena e alla ricca diaspora anti-turca, entrambe schierate dalla parte dei partiti d’opposizione e delle oligarchie filo-russe. Pashinyan al contrario vorrebbe guardare a una “Armenia reale”, “crocevia della pace”, luogo di opportunità e sviluppo economico.
In una società altamente divisa, gli ostacoli maggiori all’attuazione dell’accordo rimangono dunque le elezioni che si terranno nel 2026 e che rischiano di vedere la vittoria dello schieramento opposto, e la modifica costituzionale che è una delle condizioni imposte da Aliyev per la firma definitiva: si tratterebbe di abolire una parte del preambolo che fa riferimento alla Dichiarazione di indipendenza del 1990, che chiede in maniera più esplicita l’unificazione di Armenia e Karabakh.
Per quanto riguarda l’altra parte dell’accordo, l’Azerbaijan si vede riconosciuta l’apertura dell’essenziale corridoio di Zangezur, che consentirebbe di riunire la piccola potenza alla sua exclave, la Repubblica Autonoma di Naxcivan, a soli 40 chilometri di distanza. Situazione anelata dalla Turchia, che da anni sostiene e arma l’Azerbaijan; tale passaggio infrastrutturale, che garantirebbe libero transito di persone e merci, permetterebbe di collegare Asia centrale e Caucaso con la Turchia, consentendo ad Erdogan di giocare un ruolo ancor più importante nello scacchiere euroasiatico.
Per Washington, invece, l’invio di propri contractors per la costruzione e gestione di questo corridoio consentirebbe agli Stati Uniti di insinuarsi in un’area di assoluto interesse per i disegni imperiali antagonistici di Russia e Iran.

L’appello dei profughi del Nagorno Karabakh
In questa miriade di interessi la mancanza nelle trattative di una qualunque menzione della situazione dei profughi e dei prigionieri armeni tenuti nelle prigioni dell’Azerbaijan ha destato rabbia e paura negli ambienti interessati, alimentando proteste nelle piazze di Erevan già a seguito dell’accordo bilaterale di marzo.
Queste nascono anche dalla fine di importanti sussidi che lo stato armeno aveva erogato a partire dall’ottobre 2023: finora quasi tutti i rifugiati del Karabakh hanno avuto diritto a 50.000 dram (circa 112 euro) al mese per coprire le spese di sostentamento, ma a fine 2024 il Ministero del Lavoro e degli Affari Sociali ha annunciato che, a partire da aprile 2025, questi pagamenti sarebbero stati disponibili solo per determinati gruppi (i minori di 18 anni, gli anziani di età superiore ai 63 anni, le famiglie che hanno perso il capofamiglia e persone con determinate disabilità), per poi cessare completamente entro dicembre. Per la stragrande maggioranza dei rifugiati, questi aiuti significavano una fonte importante di sicurezza finanziaria, se non l’unica fonte di reddito. “Ci dicono di lavorare, ma lo facciamo già, e non è comunque abbastanza,” racconta Marina Aharonyan, intervistata dal quotidiano online Meduza.
Marina, 48 anni, è uno dei tanti esempi viventi delle difficoltà psicologiche, economiche e sociali che i rifugiati sperimentano nella loro vita giornaliera. Racconta di essere scappata con sua madre e sua sorella maggiore durante la guerra dei quarantaquattro giorni nel 2020. Le due sorelle, che nella loro comunità di provenienza facevano entrambi le insegnanti, fanno a turni per prendersi cura della madre ultraottantenne, ormai allettata. “Abbiamo entrambi un lavoro […] eppure riusciamo a malapena a coprire le nostre spese. Se interrompono gli aiuti, non so cosa faremo.”
Marina ha comunque conservato le chiavi della sua casa in Nagorno Karabakh: “Il metallo si sta arrugginendo, ma è tutto ciò che mi è rimasto. Sento che queste chiavi sono l’ultimo barlume di speranza, l’ultimo legame con l’Artsakh. Credo che se le teniamo strette, un giorno ci riporteranno a casa.”
Colpisce anche la storia di Boris Arzumanyan, profugo intervistato dal giornale Caucasian Knot. Boris aveva un figlio che è morto durante la guerra del 2023. Subito dopo il suo funerale, la comunità in cui viveva è stata costretta ad abbandonare le proprie case. L’uomo afferma di essere “pronto a tornare in patria con le garanzie internazionali,” ma finché ciò non accadrà, desidera solo “una cosa: abbracciare la tomba di mio figlio”.
Il 20 agosto, in una lettera indirizzata agli stati partecipanti all’OSCE, firmata da Ashot Danielyan, Presidente in esilio dell’Assemblea Nazionale del Nagorno-Karabakh, “a nome di tutte le fazioni e dei membri dell’Assemblea Nazionale,” e “degli uomini, donne e bambini che sono stati sfollati con la forza dalla loro patria ancestrale” è stato lanciato un appello diretto, avvertendo che lo scioglimento del Gruppo di Minsk minaccia di mettere a tacere definitivamente la loro voce: “[…] Esortiamo rispettosamente tutti gli Stati partecipanti all’OSCE a esercitare la propria autorità […] per impedire lo smantellamento di questo quadro finché non saranno in vigore solide garanzie per assicurare il ritorno sicuro e dignitoso della popolazione armena sfollata. […] Eliminare l’ultima traccia di impegno internazionale senza un’alternativa credibile e inclusiva consoliderebbe l’ingiustizia e renderebbe la pace ancora più sfuggente.”
Nonostante il sostanziale fallimento del gruppo di Minsk nel raggiungere risultati concreti dalla sua creazione nel 1992, alcuni sosterrebbero che la sua dissoluzione significa comunque rinunciare ad una piattaforma internazionale che ha promosso dialogo e diplomazia come strumenti preferenziali e che ha svolto un ruolo importante nel definire un quadro che bilanciasse le rivendicazioni dell’Azerbaigian con quelle degli armeni del Nagorno-Karabakh.
Mentre altri conflitti di portata più ampia sembrano offuscare la questione, Thomas Becker, Supervisore del University Network of Human Rights, osserva sul contenuto degli accordi resi pubblici il mese scorso: “qualcosa manca […] la pace non può essere una ratifica della pulizia etnica”.









