Negli ultimi mesi siamo stati spettatori di una nuova ondata di proteste, sull’onda della Primavera araba, che hanno coinvolto non solo le popolazioni mediorentali come quella dell’Egitto e della Turchia, ma anche paesi in via di sviluppo quali Bulgaria e Brasile.

Media4tech di Claudio Palazzi

Minimo comune denominatore, ancora una volta è internet e i social media, vettori di informazione, organizzazione e coordinazione degli eventi, delle manifestazioni e delle istanze che ogni proteste porta alla ribalta.

Un altro punto in comune tra le proteste degli ultimi mesi è senz’altro la piazza, quale luogo e centro nevralgico di libera espressione della protesta, sfondo per i media di tutto il mondo e test democratico per i governi che sono l’oggetto della protesta. Una piazza tornata di moda già durante la primavera araba e l’Occupy wall street, dopo un’assenza mediatica non indifferente che solo grazie allo sprint dei social media ha riacquistato il valore e l’importanza che l’ha sempre contraddistinta.

Date queste premesse, vediamo ora, in via generale, cosa hanno per oggetto e quali sono i soggetti delle proteste degli ultimi mesi: quali sono stati i fattori cruciali che hanno dato tanta importanza e valore ad ogni singola protesta.

Egitto

L’Egitto non sembra darsi pace, nemmeno dopo la rivoluzione del 2011 nel quale il presidente Mubarak rassegnò le dimissioni dopo battaglie diplomatiche e su strada con i suoi oppositori. Costruire una vera e propria democrazia sulle sponde del Nilo, ad oggi, è cosa ardua: lo sa bene Piazza Tahrir che da fine giugno 2013, si è vista inondare da effluvi di proteste contro il nuovo presidente Morsi, capo del partito dei Fratelli mussulmani, reo di voler continuarte, sebbene con altre modalità, la dittatura di Mubarak. Il 3 luglio Morsi è stato deposto, dopo un ultimatum, da un golpe delle forze armate egiziane che fanno capo a Abdul Fatah Khalil Al-Sisi ed è stato proclamato come presidente provvisorio dell’Egitto il magistrato Adli Mansur. Continuano, però, gli scontri in tutto il Paese.

Turchia

Non si tratta invece di golpe nella Turchia di Erdogan dove, la protesta antigovernativa ha avuto e ha tuttora, come protagonista una delle piazze di Instambul più famose oggi, piazza Taksim, dove un parco, Gezi Park vuole essere abbattuto dal governo per costruirci un centro commerciale. Anche qui, già da maggio 2013, non sono mancate proteste, arresti, morti e feriti. Proteste che molti media hanno voluto concentrare sull’affare Gezi Park quando, in realtà, la protesta nel suo senso più pieno è contro il primo ministro Erdogan, il conservatore che ha spiazzato l’opinione pubblica europea per il suo eccessivo modus operandi per contrastare le proteste al Gezi Park. Un premier che aspira a far entrare in Europa una Turchia che è titubante egli stessa sulla sua identità europea ed europeista; un premier che ha bisogno di iniziare un corso pratico di democrazia e rispetto dei diritti umani.

Brasile

Se non fosse stata per la Confederations Cup, ad inizio giugno 2013, nella quale ha partecipato anche la nazionale italiana, non ci saremmo accorti con tanta importanza delle proteste in Brasile. Un paese vastissimo e che ogni anno cresce economicamente sempre di più, ma sempre di più sono le milioni di persone povere e affamate, fino a formare una disparità di ceto sociale che ricorda un pò la società a caste indiana. Questa è una protesta che continua ormai da settimane e verte su la più grande passione dei brasiliani: il calcio. Si perchè il Brasile ospiterà i mondiali del 2014 e ci sono in mezzo milioni di soldi e interessi, investimenti supercostosi, il tutto a discapito della popolazione meno abbiente. Aggiungici le Olimpiadi del 2016 e i relativi costi e l’aumento dei prezzi di trasposto cittadino, corruzione e cattiva gestione delle politiche pubbliche (specie sanità e istruzione) ed ecco che la sterminata bellezza delle spiagge e dei paesaggi del Brasile, con la sua economia in continua espansione tranne negli ultimi due anni a causa di una fisiologica battuta d’arresto per via della crisi del 2008, fa posto a scene incendiarie e di protesta contro un governo e una politica che certamente dittatoriale non è.

Bulgaria

A Sofia il vento della protesta investe il governo bulgaro per la nomina impopolare di Delyan Peevski, magnate dei media e membro del Movimento per i diritti e le libertà (MRF), coinvolto in diversi scandali di corruzione. Ancora una volta i social media e le piazze sono i protagonisti della protesta bulgara, catalizzatrice e canale di sfogo di un malcontento generale contro una politica che cerca di distruggere un grado di democratcità che da troppo tempo è stato assente nel Paese a causa dello spettro comunista.

Spagna

E’ neonata ma pesa già abbastanza la protesta che nelle ultime ore (da giovedì 18 luglio) sta infiammando il cuore e le vene già bollenti per natura degli spagnoli. Una protesta che trascina il presidente Rajoy allo scandalo. I manifestanti hanno invocato le dimissioni del premier Mariano Rajoy, dopo che l’arresto dell’ex tesoriere del suo partito, Bárcenas, ha scoperchiato un sistema di fondi neri e pagamenti occulti ai politici. Gli elementi cruciali della vicenda devono ancora venire alla luce.

Le proteste fin qui descritte, come precedentemente detto, sono caratterizzate da una massiccia presenza dell’uso dei social network che hanno una vera e propria funzione di media per i classici media come le testate giornalistiche, le ansa, le tv.

Se il medioriente cerca una via d’uscita dal medioevo teocratico che investe la politica del XXI secolo, i paesi occidentali sono impegnati nel curare i mali democratici che attanagliano le vite dei loro Paesi.

La corruzione politica e sociale, il pauperismo economico e morale, sono solo alcuni aspetti del malcontento generale per la politica. Una protesta, con il suo eco, ne chiama un’altra, non per forza con le stesse caratteristiche ma con la consapevolezza dei risultati che questa possa dare se ben attuata e pubblicizzata. Le piazze turche ed egiziane lottano contro il potere costituito dal carattere dispostico; Brasile, Bulgaria e Spagna contro un potere che non è solo politico, ma soprattuto finanziario ed economico.

La protesta tra piazza e social media è un flipper che da un momento all’altro può svegliare la coscienza di qualsiasi popolo che non gode dei diritti fondamentali e fondanti della democrazia.

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