Siria: la guerra del nostro tempo. Tutto quello che dovreste sapere

Nella notta tra venerdì 13 e sabato 14 aprile gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia hanno bombardato 3 obiettivi militari in Siria in risposta al presunto uso di armi chimiche sui civili a Douma da parte del regime di Bashar al Assad di una settimana prima.

La Siria, come noto, è scossa da un conflitto interno che va avanti oramai da quasi sette anni e che vede coinvolta la maggior parte della popolazione: nata sull’onda delle primavere arabe che hanno toccato numerosi paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. La sommossa siriana si è poi trasformata in una sanguinosa guerra civile che non accenna a volersi concludere.

Per millenni la Siria è stata il perno del Medio Oriente per ragioni relative al commercio e al transito verso la Persia e l’Egitto. Passando sotto diverse dominazioni ha visto accrescere durante l’epoca contemporanea sempre più anche la sua valenza politica, legandosi, dopo lo sfaldamento ottomano successivo alla prima guerra mondiale, alle dinamiche Anglo-Francesi che hanno coinvolto tutta la zona mediorientale.

Come nacque la Siria?

La Siria nacque dall’accordo segreto tra il francese François Georges-Picot e l’inglese Briton Mark Sykes del 1916, che portò alla creazione di uno stato che dovesse sottostare alle politiche anglofrancesi.
Una volta guadagnata l’indipendenza è arrivata l’instabilità. Tra guerre, unioni e dissoluzioni di progetti politici e ideologici si è arrivato nel 1970 all’insediamento di una dinastia al potere che ha governato fino ad oggi, gli Al-Assad.

La Siria nello scacchiere geopolitico internazionale

Proprio la Siria, appena dopo l’indipendenza dal mandato francese si rese protagonista delle dinamiche mediorientali, assumendo un ruolo di primo piano nella costruzione delle alleanze e dei legami tra paesi arabi, intervenendo nella guerra arabo-israeliana del ’48 e procedendo all’unione con l’Egitto di Nasser nella Repubblica Araba Unita. Entrambe le esperienze furono traumatiche: mentre da un lato la guerra contro Israele si risolse in un fallimento che comportò gravi crisi di stabilità nel paese, la costituzione di un’unica entità fra Siria ed Egitto naufragò dopo soli 4 anni.
Intanto nel 1963 il partito Ba’th prendeva il potere con un colpo di stato. Sarà proprio tra le fila di Ba’th a formarsi il padre di Bashar al-Assad, ovvero il generale Hafiz al-Assad.
Ancora una volta le dinamiche della politica estera portarono a stravolgimenti nella politica nazionale siriana. Il partito, guidato dalla fazione di sinistra, spingeva per l’energica politica estera anti-israeliana. Con la bruciante sconfitta nella “guerra dei sei giorni” si fece largo l’insoddisfazione verso la guida del partito. La fazione di destra, guidata da militari, arrivò al potere nel 1970 con una “rivoluzione correttiva” rispetto a quella scoppiata nel 1963 e il partito portò al potere il generale Hafiz al-Assad.
Potendo contare su investimenti massicci da parte dell’URSS e sul controllo della classe militare, Hafiz al-Assad garantì alla Siria la tanto aspirata stabilità. La stabilità del regime si consolidava tuttavia anche attraverso vie dispotiche, prima fra tutte l’eliminazione degli altri partiti e il forte culto della personalità rimodellato sul canone arabo. La politica del governo era dunque salvaguardata anche dall’Unione Sovietica, che proprio in quegli anni si guadagnava un alleato decennale, in cambio di armamenti e finanziamenti alle grandi imprese del regime di Assad.
La violenza, sia quella ufficiale perpetrata dai reparti militari e dalla polizia segreta che quella sociale, instaurata ed inculcata nei bassi ranghi dei militanti di Ba’th, ha retto in piedi il regime fino allo scoppio della odierna guerra civile.

L’ascesa al potere di Bashar al-Assad

Il passaggio dello scettro nelle mani di Bashar al-Assad avviene nel 2000, dopo la morte nel 1994 dell’erede di Hafiz, Basir. In molti pensano che la sua figura sia quella di garante del regime, creatura politica costruita dai vecchi collaboratori del padre, difensori degli interessi dell’élite militare alawita. Qualsiasi ragione abbia spinto il partito a nominarlo capo del regime, nel corso degli anni Bashar al-Assad ha dimostrato di essere molto più che un burattino.
Molte linee guida della politica paterna sono state mantenute, altre sono state rivisitate e addirittura stravolte dal raìs. Innanzitutto la cerchia di privilegiati all’interno della società siriana si è stretta concentrandosi intorno ai soli alawiti, rendendo di fatto insopportabile ed enorme la differenza tra questi e il resto della popolazione, povera e sunnita.Hafez al-Assad poteva vantare una gestione economica del paese tale da garantire benessere a buona parte della popolazione, almeno quella araba, tamponando il dissenso. Il patto di Assad padre con i cittadini, che aveva garantito relativa pace, è stato infranto da Assad figlio, comportando conseguenze gravissime.
La gestione di Bashar ha dimostrato l’intenzione di rompere con il supporto alla piccola borghesia urbana e alla popolazione contadina, concentrandosi da una parte nella politica di privilegi elargiti alle élite militari e a membri della sua famiglia, dall’altro in un selvaggio capitalismo di stato, privatizzando molti settori, e riformando l’agricoltura in senso intensivo, strappando ai contadini (sunniti per la maggior parte) i piccoli appezzamenti di terra destinati all’autoconsumo e dandoli nelle mani di grandi latifondisti. Questa politica di aggressione delle popolazioni contadine ha favorito inoltre, l’inurbamento di questi, fattore che si rivelerà cruciale nello scoppio della primavera araba siriana del 2011.

La primavera araba

L’ondata della primavera araba che colpì l’Africa del Nord,facendo cadere i regimi di Tunisia ed Egitto, giunse nel cuore del Medio Oriente. Nel 2011 in tutta la Siria sono nate manifestazioni pacifiche che chiedevano un nuovo corso di riforme al regime di Assad, e non necessariamente la sua rimozione.
Ma le manifestazioni si sono trasformate in proteste e le proteste in rivoluzione. E quando gli scontri armati si sono estesi in tutto il paese, la rivoluzione è diventata nel 2012 una guerra civile. A scontrarsi non erano più solo le forze del regime e quelle dell’opposizione. Nel paese elementi estremisti si sono insinuati nel conflitto, fino all’avvento, nel 2014, del sedicente Stato islamico.
Diversi paesi stranieri sono intervenuti direttamente e indirettamente in Siria, a sostegno dell’una o dell’altra fazione, ma l’azione militare decisiva è stata quella della Russia, al fianco del presidente Assad, a settembre 2015.

Perché si combatte in Siria?

Il conflitto siriano, prima che essere espressione di fazioni politiche, è dimostrazione dell’estrema frammentazione etnica e religiosa del paese: a livello etnico più di tre quarti della popolazione siriana è di origine araba e, a livello religioso, la stessa quantità, è musulmana sunnita; ma le maggioranze devono convivere con minoranze di vario genere e la presenza di queste ultime incide in vario modo nelle sorti dell’attuale conflitto. Alawiti, Sunniti, Curdi, Cristiani e Drusi si sono trovati a dover spartire la propria terra con altre etnie. La posizione preminente alawita, una minoranza in territorio siriano, non aiutò la situazione che indissolubilmente si aggravò.
La guerra in Siria, man mano che il coinvolgimento civile si è andato intensificando nel tempo, ha mostrato sempre più le sue radici sociali e religiose, oltre che economiche: lo scontro tra sciiti e sunniti già esistente da anni nel mondo si è manifestato anche in Siria, sotto le vesti dello scontro politico tra la minoranza alawita al potere e la maggioranza sunnita della popolazione. In questo contesto, le altre minoranze, etniche e religiose, si sono fatte spazio tra le fina di una delle due fazioni in lotta, a volte mantenendo salda la propria posizione, altre volte, invece, modificandola a seconda dell’andamento del conflitto. Quella che sembrava nata come un’agitazione sociale simile alle altre avvenute nei primi mesi del 2011, ha dato vita ad uno scontro settario la cui risoluzione risulta ad oggi estremamente difficile, complicata anche dalla presenza esclusivamente distruttiva dei gruppi terroristici jihadisti.

Chi combatte in Siria?

La galassia dei gruppi armati è complessa ma può essere semplificata molto tenendo a mente le grandi fratture che dividono il Paese.
Alla divisione più intuitiva tra laici, religiosi e fondamentalisti religiosi va infatti sommata la divisione religiosa interna tra musulmani sciiti e musulmani sunniti. La popolazione siriana è in maggioranza sunnita ma la minoranza sciita, pur rappresentando solo il 12% della popolazione, possiede la quasi totalità del potere politico e militare. Per dovere di precisione va detto che quelli che nel linguaggio comune chiamiamo sciiti siriani sono in realtà musulmani alawiti, una corrente minoritaria e spesso malvista dello sciismo. La minoranza è coesa e strettamente legata al governo degli Al-Assad, la frattura tra esercito regolare e ribelli è quindi resa ancora più grave dalla divisione religiosa e dallo squilibrio di potere.
Altra linea di frattura tra i gruppi è l’atteggiamento verso la cosiddetta ideologia Ba’ath, caratterizzante del governo Al-Assad e condivisa nella storia ad esempio da Saddam Hussein. Si basa sul nazionalismo arabo e desidera inseguire l’ideale della riunificazione della nazione araba attraverso la cooperazione di “partiti progressisti rivoluzionari” nei singoli paesi. È un’ideologia laica, parzialmente socialista e focalizzata sulla modernizzazione del Medio Oriente, posizione che spesso mette in contrasto i suoi sostenitori con chi desidera che lo stato si basi sul diritto islamico.
Gruppo importantissimo nel conflitto è l’insieme delle milizie curde.Parte del popolo curdo abita infatti nel nord della Siria, oltre che in Turchia, Iraq, Iran e Armenia. Storicamente i curdi hanno subito continue discriminazioni se non veri e propri tentativi di sterminio da parte del governo siriano, che non li ha mai riconosciuti nonostante rappresentino l’11% della popolazione del paese. Questi gruppi vedono quindi nella guerra civile l’occasione di fondare un proprio stato, capace di garantirne l’autonomia, fondato sull’ideale politico del confederalismo democratico.
Questi sono i grandi gruppi in lotta, divisi al loro interno in moltissimi partiti, milizie e brigate.
• Forze Governative. Sono le forze leali al governo di Assad, formate dall’esercito regolare e da brigate spinte da ideologie che spaziano dal panarabismo al ba’athismo fino al marxismo. Filo conduttore che lega tutte le parti è il desiderio di vedere la Siria rimanere uno stato laico, con qualche divisione tra chi preme per elezioni democratiche e chi per la permanenza al potere della dinastia Al-Assad.
• Opposizione, spesso definiti “ribelli”. Sono uniti dall’opposizione al governo ma sono eterogenei. Il gruppo principale è l’Esercito Libero Siriano, laico ma in lotta in quanto oppositore dell’ideologia Ba’ath, alleato alle altre forze sunnite, spesso definite “Fronte Islamico”, che sono favorevoli ad uno stato più religioso e conservatore.
• Islamisti Radicali. In lotta l’uno con l’altro anche se entrambi gruppi jihadisti volenterosi di una Siria fondamentalista, sia il gruppo Stato Islamico che Al-Nusra derivano da Al-Quaida. La spaccatura deriva dalla separazione dell’ISIS dall’organizzazione originaria dovuta alle sue mire globali di restaurazione del califfato, mentre Al-Nusra pur nascendone all’esterno ha giurato fedeltà ad Al-Quaida.
• Forze curde. Sono spinti dalla volontà di garantire l’autonomia della minoranza come parte del progetto nazionale più ampio di tutta la popolazione curda. Si oppongono al regime di Al-Assad ma il loro impegno più urgente è difendere il loro territorio nel nord del paese dalle mire dei gruppi fondamentalisti. Ne fanno parte infatti anche le brigate YPG e YPJ, famose per aver difeso la città di Kobane.

Oggi

A questi schieramenti, dopo gli avvenimenti della scorsa settimana, si aggiungono quindi gli attori internazionali. Dal 2015 abbiamo la Russia che appoggia le forze di Assad nella riconquista della Siria e la coalizione interazionale guidata dagli USA che vogliono annientare il sedicente Stato Islamico.
La situazione non sembra ancora essere vicina alla risoluzione. La frammentazione etnico religiosa della popolazione siriana rende ancora più difficile la futura riorganizzazione dello Stato. La via diplomatica dovrebbe essere quella che deve essere percorsa dalla comunità internazionale, senza possibilmente intervenire con la forza, che dovrebbe essere sempre l’ultima carta da giocare, e non il pretesto per sedersi al tavolo delle trattative. Ovviamente una situazione così delicata richiede la volontà delle parti di trovare un accordo che ponga definitivamente fine agli scontri, ma sembra che questa volontà sia ancora lontana.

Armando D'Amaro

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