Nelle città, piccole o grandi, che rappresentano la volontà fisica di un’aggregazione, c’è sempre uno spazio, un edificio, un’architettura che hanno perso la scommessa delle aspettative su di loro. Come la grande ex fabbrica di penicillina di Roma che ha chiuso per problemi economici. A volte il processo della storia incorona qualcun altro e spesso, presenta il conto ad ambienti che pagano la “damnatio memoriae”. In una città grande come Roma, considerando la fame di spazi e strutture, uno spazio che non può continuare ad essere utilizzato o adeguato per mancanza di soldi, costa anche da morto.

Questi luoghi hanno una storia da raccontare, sono intorno a noi ma non sono sempre facili da individuare. A volte si nascondono dietro un velo sottile di nebbia: un muro, il fitto fogliame di un parco e l’occhio assuefatto ed indifferente di un passante. Si celano alla nostra vista ma sono lì a fianco al traffico della vita quotidiana, che ne copre anche il silenzio. Il passato glorioso lascia il posto al misero presente che non rivela una realtà, anche rischiosa, per chi volesse superarne il confine. 

Se è già difficile mantenere in buono stato qualcosa che non funziona, nel balletto delle responsabilità e delle competenze, figuriamoci reperire i fondi per progettare e recuperare una ex fabbrica di penicillina che è finita nel dimenticatoio. Di questi luoghi non si sente la mancanza, sono abbandonati dalla luce del sole, ma soprattutto dal presidio di chi quotidianamente ci lavorava o li abitava.

In questa città però, ci sono vari livelli di fruizione. Spesso questi spazi vengono riempiti da chi non cerca gloria o bellezza ma anche solo un tetto sulla testa e finiscono per diventare rifugio per gli invisibili. Personaggi che non hanno nulla da perdere, che sembrano non avere problemi a vivere senza la luce elettrica o l’acqua corrente. Fanno parlare di questi spazi che il resto della comunità aveva dimenticato. Improvvisamente il disinteresse sparisce solo per il fastidio della presenza estranea come un vecchio gatto che marca il suo territorio.

Veniamo poi a ricordare che un edificio a San Lorenzo è abitato da troppe persone solo quando accade la disgrazia. Non in un quartiere che può vivere il disagio della periferia, ma sempre affollato e poco controllato avviene ritrovamento di una sedicenne, drogata, stuprata e lasciata morire su un materasso senza neanche un lenzuolo. La tragedia ci scuote dal torpore.

Se si è sentito mai parlare dell’ex pastificio Pantanella, a ridosso della Tangenziale, le cronache si ripetono secondo lo stesso copione. Prima gli abitanti che si lamentano, poi le forze dell’ordine intervengono a più riprese fino allo sgombero definitivo. Se pigramente non ci si interessa più di sapere la conclusione della vicenda, si scopre dopo mesi che, anche quando l’intervento di valorizzazione del sito c’è stato, comunque chi aveva occupato quel vuoto, ineluttabilmente si è riappropriato marginalmente degli spazi che gli avevano tolto. Ciò accade non solo nei casi in cui il comune non sia riuscito a predisporre una sorveglianza adeguata ma anche dove, come all’ex Pantanella oggi c’è un centro residenziale di un certo pregio, firmato da uno studio d’architettura prestigioso.

Una di queste storie disperate di edifici fantasma pochi anni fa ha visto protagonista la “più grande fabbrica di penicillina d’Europa”. Così veniva definito un immenso laboratorio chimico su via Tiburtina. Orgoglio italiano inaugurato nel 1950 alla presenza dello stesso Fleming, la sua vicenda ha seguito l’andamento di una parabola. Il suo apice glorioso si è raggiunto con l’attività di 1600 addetti. Già nel 1071 la società che lo gestisce ha accumulato fin troppi debiti. Nel 1989 i lavoratori sono ridotti a 200. Segue un periodo di false speranze e sogni mai realizzati nella realtà: da grande struttura alberghiera a campus universitario. Infine la cessione definitiva nel 1996. L’ex fabbrica vedeva così concludersi la sua storia di grande “carrozzone industriale”. Nel 2011 iniziano i lavori per l’ampliamento di via Tiburtina e nell’anno seguente viene demolito il muro di recinzione dello spazio.

Anche l’ex fabbrica di penicillina non poteva passare inosservata da chi preferisce dormire all’asciutto, anche se per terra. Nel 2012 tantissimi occupano la struttura. Il resto della città corre, ha altro da fare e nel tempo qualcuno ci ha cresciuto un figlio, qualcun altro ha tirato su dei muri di fortuna, qualcun altro ancora ci ha aperto un piccolo bar o trova il modo di vendere della “roba”. Qui non siamo vicini al centro ma su una grande strada, gli edifici adiacenti sono industriali, un luogo appartato e l’insieme di queste caratteristiche non può che essere esplosivo. Di nuovo capita qualcosa come un incendio, un incidente o le persone che aspettano alla fermata da quella parte della Tiburtina si accorgono che il “palazzone” è abitato. 

Si riaccendono allora le proteste, si richiede l’intervento delle forze dell’ordine. All’ex fabbrica però la proporzione dell’intervento è troppo grande per pensare al solito sgombero con la ruspa. La polizia si trova costretta a diversi sopralluoghi, nel tentativo di schedare gli abitanti e di stimare la mole del lavoro da fare anche solo per spostarli. Spostarli dove poi si vedrà.

Siamo nel 2018, il Ministro dell’Interno Salvini, più per mantenere il punto, riuscirà con un blitz a svuotare con i pullman questo spazio. E mentre guardavo le immagini tra le tante testimonianze c’è un ragazzo che racconta e inizia la sua storia dicendo: “Quando la vita è così dura, uno sgombero non ti fa paura”. Sono queste parole che mi riportano dentro l’evento. Quando guardiamo al telegiornale le immagini o leggiamo le notizie, non realizziamo quanto queste storie siano quelle di persone, non solo immagini e parole. Non pensiamo a quanto quegli spazi e quelle persone siano in realtà così simili tra loro. Hanno infatti trovato conforto l’uno dall’altro dagli occhi indifferenti della superficialità altrui. Non possiamo veramente comprendere il loro vissuto solo con un’occhiata distratta, non possiamo neanche immaginare “una vita così dura”. 

Il famoso musical francese “Notre dame de Paris” inizia con una canzone: “il tempo delle cattedrali”. Da sempre pietra su pietra l’uomo costruisce con amore, con le sue mani. Allora viviamo forse nel “tempo dell’abbandono”? Come si può “creare” il nulla? Spazi che non appartengono adesso più a nessuno ma ci si domanda se mai siano appartenuti a qualcuno.

Come pensare di recuperare l’ex fabbrica di penicillina di Roma? Innanzitutto si può prendere come esempio quello che è stato fatto proprio al pastificio Pantanella. La principale soluzione sarebbe attrarre fondi e rendere “appetibile” il bene: vendere ai futuri proprietari privati, su un progetto di edilizia residenziale. Forse nel caso della fabbrica di penicillina è possibile mantenere gli scheletri degli edifici esistenti. Al Pantanella hanno fatto proprio così, probabilmente anche perché li hanno considerati edifici storici. Si può pensare di risarcire in qualche modo queste persone alle quali si è sottratto quello spazio restituendo loro qualcosa, pensando ad un grande centro di accoglienza. A questo punto però si ragiona sull’errore di Pantanella. L’unico neo del bel progetto di recupero infatti sembra la zona lasciata alla comunità. Questa secondo i residenti, crea il passaggio e la frequentazione da parte di persone in situazioni che, col bel centro residenziale, hanno ormai poco in comune. 

Insomma ci piacerebbe sperare in un lieto fine per l’ex fabbrica di penicillina di Roma ma in questo caso non basterebbe solo un bel progetto. Dovremmo cominciare a pensare di occuparci veramente di questi “fantasmi”. Non di quegli edifici vuoti, con le finestre rotte e i piani sfondati ma prima di coloro che li popolano. È importante lavorare sulla comunità prima di rinnovare la facciata di un edificio. Fare come chi si è occupato di feriti di guerra, non con interventi occasionali o in episodi puntuali, ma creando quasi una catena di strutture vincenti. Strutture che funzionino, riproponibili sul territorio, che coinvolgano talmente tanto i fruitori delle stesse strutture da evitare che possano anche solo pensare di danneggiarle.

Desolazione e abbandono: ex-fabbrica LEO, Via Tiburtina

Non si può essere ipocriti e retorici: queste situazioni sono quanto di più lontano possa interessare al mercato. Mi piace pensare però che questa non sia l’unica legge che c’è. Spero che prima o poi si cominci a pensare veramente all’opportunità di tornare ad un’architettura più vicina all’aeronautica persone. Pensare agli spazi non come ad un contenitore ma all’orgoglio di chi li ha voluti, li ha progettati e li vive. Smettere di creare nuove scatole vuote: uno sguardo sostenibile verso il futuro. Possano questi fantasmi essere ascoltati e queste storie rappresentate da un nuove “cattedrali”.

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