E’ ormai partito il countdown per il così discusso Referendum Costituzionale del 4 Dicembre.

La domanda che tutti si pongono ormai da mesi è: “Si” o “No”?

Facciamo un passo indietro e ricapitoliamo cosa è successo: i cittadini sono chiamati a esprimere il loro parere sulla riforma costituzionale promossa dal governo Renzi.

Votando “SI” il Senato subirebbe una vera e propria rivoluzione, dagli attuali 315 eletti direttamente dai cittadini, si passerebbe a 100 rappresentati eletti in maniera indiretta, 74 verranno nominati all’interno dei Consigli Regionali e 21 scelti dagli stessi Consigli Regionali fra i sindaci della Regione. Nessun Senatore riceverà un compenso per la sua carica parlamentare. I 5 senatori rimanenti verranno eletti dal Presidente della Repubblica e la loro carica sarà di sette anni. La carica di Senatore a Vita rimarrà in vigore solo per gli ex-Presidenti della Repubblica e per coloro che la ricoprono già. Si vuole trasformare il Senato in una “Camera delle Regioni” e cercare di velocizzare l’iter legislativo garantendo più poteri alla Camera dei Deputati.

Nuove modalità per le leggi proposte dai cittadini, saranno necessarie 150.000 firme ma vi sarà la garanzia costituzionale che queste dovranno essere discusse e votate in Parlamento.

Verrà abolito il Consiglio Nazionale dell’Economia del Lavoro (CNEL).

Il Senato non avrà più il potere di sfiduciare il governo in carica.

Le ragioni del “NO”: non si supererebbe il bicameralismo, anzi si renderebbe tutto più confuso e creerebbe conflitti tra Stato e Regioni, tra Camera e nuovo Senato.

Moltiplicherebbe fino a dieci i procedimenti legislativi.

Non amplia la partecipazione dei cittadini, anzi triplica da 50.000 a 150.000 le firme per i disegni di legge di iniziativa popolare.

Non garantisce la sovranità popolare perché insieme alla nuova legge elettorale (Italicum) già approvata, espropria la sovranità al popolo e la consegna a una minoranza parlamentare che solo grazie al premio di maggioranza si impossessa di tutti i poteri.

Non diminuisce i costi della politica perché i costi del Senato sono ridotti solo di un quinto.

Non è una riforma innovativa perché rafforza il potere centrale a danno delle autonomie, che sono private di mezzi finanziari.

Ultimo tra i tanti ad aver reso pubblico il suo pensiero sul voto è stato l’ex premier Romano Prodi che dopo un lungo periodo di silenzio scrive in una nota:  «Anche se le riforme proposte non hanno certo la profondità e la chiarezza necessarie,  tuttavia per la mia storia personale e le possibili conseguenze sull’esterno, sento di dover rendere pubblico il mio  SI, nella speranza che questo giovi al rafforzamento della nostre regole democratiche soprattutto attraverso la riforma della legge elettorale».

Un Si, come continua nella nota, «rispettoso nei confronti di chi farà una scelta diversa».

Si divide così la sinistra, un fulmine a ciel sereno per gli ulivisti contrari alla riforma a partire da Bersani fino a D’Alema.

Il punto fondamentale ora è capire cosa ne pensa la gente comune.

C’è chi risponde: “ Voto Si perché con la riforma la parità dei generi diventa finalmente realtà”. L’articolo 55 e l’articolo 122 della Costituzione riformata stabiliscono che dev’essere inserita la parità di genere nelle leggi elettorali per l’elezione di deputati, senatori e consiglieri regionali.

E ancora: “ Voto Si perché ho fiducia e speranza, fiducia e speranza per questa riforma e per il futuro dei miei figli.”

Dall’altra parte invece: “ Voto No perché grazie all’Italicum, che garantisce 340 seggi alla Camera, si andrà verso un premierato assoluto.”

E ancora: “ Voto No perché la riduzione dei costi è minima e non è paragonabile a quanto si otterrebbe dal dimezzamento dei deputati e senatori”.

Mancano meno di 48 ore all’apertura delle urne, ma siamo sicuri che questo referendum non si stia trasformando in una lotta pro o contro il governo?

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Valentina De Maio
Sono una ragazza di 21 anni, sono all'ultimo anno di "Lettere moderne" all'Università La Sapienza.

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